Ritrovarsi, nella città sommersa

Un film affettuosamente sincero di Gogò Bianchi, "I sommersi", racconta la famiglia De Luigi, protagonista della vita culturale di una Venezia data per morta innumerevoli volte ma ancora, nonostante tutto, al suo posto.
scritto da ROBERTO ELLERO

Un’antologica alla Bevilacqua La Masa, in piazza San Marco, per gli ottant’anni di Ludovico De Luigi, il grande svedutista delle Venezie distopiche e apocalittiche, rese assai meno improbabili di un tempo da certe impennate dell’attualità (le grandi navi in bacino, per dire): sarebbe l’occasione giusta per chiamare a raccolta i fratelli, vicini e lontani. Una bella rimpatriata. Mica facile, però.

Ludovico, il più anziano, Lollo per gli amici, ha quel caratteraccio ribelle che già lo fece allontanare in gioventù da casa, in rotta con il padre, il celebre pittore spazialista Mario Deluigi (o De Luigi), tipo schivo e un po’ cattedratico, firmatario nel 1951 con Lucio Fontana dell’apposito manifesto per un’arte spaziale, poi diversamente declinata. Artista invece istrionico e maestro di provocazioni, assai noto in città per le sue eccentricità (fra le quali un funerale in vita, con tanto di corteo), Lollo non ha tempo da perdere e ben altro per la testa, l’immortalità per esempio. Impensabile che si metta lui a chiamare.

Caterina, che gli abita a due passi, in zona San Barnaba, di poco più giovane, fa vita ritirata, servita e riverita dal fedele marito Renzo, gran bella persona e fine economista in pensione. Cati, come la chiamano in famiglia, preferisce di gran lunga dialogare via Skype con una figlia che sta in Australia piuttosto che incontrare gente e parenti, detesta ogni tipo di mondanità e mantiene un animo poetico incline alla melancolia. Credente sbattezzata, l’idea del suicidio buona per ogni stagione della vita: da giovani perché la vita che senso ha, da vecchi perché la vita non ha più senso…

Veduta di Venezia, di Mario De Luigi

Godereccio, in compenso, Filippo, che vive dalle parti di Roma, regista e produttore di cinema, stava con i socialisti di Craxi, vite mirabolanti, che comportano certi prezzi, anche con la salute, imprevedibile, ultimamente qualche malanno di troppo. Non resta che Giovanni, anzi Gianni, il più giovane, ma siamo pur sempre ben oltre i sessanta, bello e maledetto quando girava con Fassbinder (Attenzione alla puttana santa, 1970) e faceva coppia con Verushka, attrice tedesca e gettonatissima top model negli anni della contestazione. Poi, il ritorno a Venezia, una vita per il teatro, instancabile animatore e regista, con casa alla Giudecca, Tre Oci, da cui osservare l’implacabile crescendo del transito crocieristico. Inutile dire che se un po’ di buon senso pratico in famiglia ancora c’è, è proprio a Gianni che occorre rivolgersi. E sarà dunque lui a riuscire nell’impresa di riunire i convitati. Ma per conto di chi e per fare che cosa?

Di mezzo c’è un cocciuto nipote, Gogò (Gian Enrico) Bianchi, figlio di Caterina e Renzo, che s’è messo in testa di fare un film su questa sua strana famiglia. I numeri – almeno cinematografici – non gli mancano: un diploma al Centro Sperimentale di Cinematografia nel 1992, assistente e poi operatore con Luca Bigazzi (mica uno qualsiasi, recordman di David di Donatello e di Nastri d’Argento), infine direttore della fotografia in proprio, con una trentina di titoli dalla seconda metà degli anni Novanta in poi, buon ultimo quel Fabrizio De André – Principe libero che ha spopolato di recente su grandi e piccoli schermi. E l’idea di Gogò è di fare un film sulla famiglia De Luigi in sincrono con la città che li ha visti crescere, agire e invecchiare, quel luogo mitico così tanto usato e abusato dal cinema. Venezia: banalità sempre in agguato. Eppoi che palle i vecchi documentari!

Cinema del reale, storytelling, la realtà che si fa narrazione del vissuto, diciamo pure l’artefatto di un pendolarismo scoperto fra realtà e finzione. Ricordate i film di Gianfranco Rosi (“Sacro GRA”, “Fuocoammare”) o quel piccolo gioiellino di Gianni De Gregorio che fu “Pranzo di ferragosto”? Beh, la fotografia in quest’ultimo caso era di Gogò ed è sulla cifra del vissuto reale destinato a farsi racconto che si muove “I sommersi”, finalmente il film tanto agognato e rincorso, con personaggi che sono e recitano se stessi, all’apparenza colti alla sprovvista e invece preparatissimi, tutti bravissimi, persino volentieri parodici nel gusto dell’auto-rappresentazione.

Il pretesto narrativo è la mostra da cui abbiamo preso le mosse, il climax del racconto avrà per teatro il soggiorno di Caterina, dove i quattro fratelli, finalmente riuniti, faranno quel che si fa solitamente in questi casi, niente di particolarmente eclatante in realtà: i soliti convenevoli e poi i ricordi, le immancabili battute, qualche innocuo bisticcio. In ombra ma sempre ben presente, quasi incombente, il capostipite Mario, il nonno, che fa capolino da foto e manifesti, memorie e frammenti del passato. Ludovico, che volle sfidarlo sul medesimo terreno della pittura, confessa di essersi pacificato con il suo fantasma, che ora gli tiene compagnia. Sarà vero?

Venezia è quell’isola in mezzo all’arcipelago della laguna che compare in mappa nei titoli di testa. Città unica, d’arte e di cultura, come recita il più trito (ma pur sempre vero) dei luoghi comuni. Pietre preziose in mezzo all’acqua, alta non di rado, allertata da quel familiare segnale acustico che accompagna l’esergo cartografico del film, mentre la pianta della città va mutandosi nell’albero genealogico di famiglia. L’acqua senza la quale Venezia non sarebbe la stessa, il suo respiro ogni sei ore nei flussi del salire e scendere, fonte un tempo delle fortune mercantili che hanno consentito alla città di diventare Repubblica e Capitale, destinando all’Arte parte di quelle fortune.

E si capisce che, secoli dopo, ci siano ancora famiglie di artisti. Sempre di meno, a dire il vero, per via dello spopolamento, del mancato ricambio generazionale, delle pieghe assunte da quell’onnivoro turismo che finirà per divorarla, la città. Altro che acqua alta, figli e nipoti già stanno altrove. Uno di loro, Gogò, l’uomo con la macchina presa, sta filmando la cesura. Nella città della Biennale e della Mostra del Cinema, l’artista si va facendo comparsa perplessa, spettatore quando va bene, quasi mai attore. Mentre questi artisti qui, i De Luigi, sono stati anche grandi attori, in tutti i sensi: Lollo come Casanova, sui tetti del Ducale, in fuga dai Piombi, in un spezzone d’epoca imperdibile. E ancora le immagini di Apocalypsis urbi et orbi, il capo d’opera sperimentale di Gianni, certi filmini di famiglia…

La saga un po’ maledetta dei De Luigi, maledetta come lo può essere Venezia, si licenzia con il goto de vin rosso che l’implacabile Lollo brandisce dalla vetrina di una delle sue postazioni preferite, un’osteria con vista sul ponte dei Pugni, vanamente invitando Caterina e Renzo, che gli sfilano davanti, ad unirsi alla bevuta. Loro salutano e passano. Renzo fra un po’ non ci sarà più. A lui il nostro più caro saluto. Per tutti gli altri, magari impenitenti resistenti di una città data per morta innumerevoli volte ma ancora, nonostante tutto, al suo posto, il piccolo prezioso omaggio di un film affettuosamente sincero.

I sommersi sarà in prima veneziana al cinema Giorgione sabato 24 e domenica 25 marzo alle ore 17. Al termine della proiezione di sabato incontro con il regista e gli interpreti.

*L’immagine di copertina è un particolare di “The Light” di Ludovico De Luigi

Ritrovarsi, nella città sommersa ultima modifica: 2018-03-20T18:11:22+02:00 da ROBERTO ELLERO

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