Addio “macchina” del consenso. Chicago insegna

Il caso recente delle primarie dem nella città per eccellenza della vecchia "political machine" suggerisce un trend più generale: l’elettorato è più radicale che in passato e non è disposto a perdonare modalità della politica che, a torto o a ragione, trova compromissorie.
scritto da MARTINO MAZZONIS

Il capo democratico della Cook County, Chicago, Illinois, ha perso le primarie e non sarà ricandidato al posto di “assessor” della contea. Un posto minore, più o meno responsabile del catasto. E allora perché c’interessa? Come nota James Hohmann nella sua rubrica quotidiana The Daily 202 sul Washington Post, la notizia è tanto clamorosa da farla scegliere come apertura del Chicago Tribune. “Embé?”, direte voi. Molto più interessante che nella stessa area del Paese nessuno sfidi Arthur Jones, repubblicano che sul suo sito parla del “racket dell’olocausto” ed ex aderente al partito nazista – il partito farà di tutto per farlo saltare o gli schiererà un terzo candidato contro. Ma tant’è, le due storie hanno un fondo comune.

Per capire perché c’interessa sarà bene ricordare che per i democratici la Cook County è la political machine americana per eccellenza. Qui costruì la sua forza Richard J. Dailey, sindaco della città per ventun anni, dal 1955 fino al 20 dicembre del 1975, quando un infarto ne interruppe la carriera. Da qui arrivarono gli ottomila voti che consentirono a John Fitzgerald Kennedy di vincere l’Illinois e, quindi, conquistare con agio la presidenza contro Nixon – ottomila voti non proprio puliti, ma Kennedy avrebbe vinto comunque. Un figlio di Daley, John, ha battuto il record del padre ed è stato sindaco per sei legislature, dal 1989 fino al 2011.

La Cook County political machine è insomma l’emblema di una politica fatta di accordi sotto banco, gruppi di piccolo potere comunitario o di categoria (i pompieri, i poliziotti, gli irlandesi, i polacchi, gli italiani) che portano voti ai loro candidati su per li rami, dal responsabile del catasto di contea fino alla Casa Bianca.

Torniamo a Joe Berrios, che è lo sconfitto nelle primarie da “assessor”. Il suo avversario ha usato contro di lui il frutto di un’inchiesta giornalistica di ProPublica che spiegava come sotto la sua supervisione i ricchi avessero pagato meno tasse e le comunità più disagiate (e in genere neri e ispanici) avessero visto crescere la loro parte da pagare. Un tipico comportamento da democratici in certi Stati: avere rappresentanti ed eletti che giocano tutte le parti in commedia, facendo avanzare legislazione buona, magari allargando il welfare per poi lisciare il pelo a poteri forti locali (gli immobiliaristi e i costruttori, la finanza, per fare due esempi nazionali).

Joe Barrios, [http://www.chicagobusiness.com/ illustrazione by Crain’s /Thinkstock; file photo]

Un gioco tipico da chi ha alle spalle una buona political machine, capace di parlare una lingua nei projects del South Side della città e un’altra ai piani alti dei grattacieli. Un gioco che sembra non funzionare più – e guardare il voto del Mezzogiorno italiano il 4 marzo, le political machine sono fuori moda persino in alcune regioni d’Italia dove hanno una certa tradizione.

Un esempio plastico del fatto che un certo modo di fare ipocrita e non trasparente non funzioni più come una volta ci sono le primarie democratiche del 2016, nelle quali il candidato senza soldi, vincoli e scheletri nell’armadio ha quasi colpito e affondato Hillary Clinton, rappresentata da lui e poi da Donald Trump come una tipica candidata della vecchia politica cinica e senza scrupoli. “Drain the swamp”, dragare la palude, gridava Trump ai comizi riferendosi a Washington. Una palude che ha spesso fatto gli interessi di quelli come lui, ma questo è un altro discorso.

Che cosa è successo? Perché le macchine politiche funzionano meno?

1 Il primo aspetto riguarda l’informazione, la rete e la possibilità che notizie secondarie trovino il modo di farsi largo tra le altre. Come è il caso dell’inchiesta di ProPublica sulla tassazione delle case nella Cook County.

 

2 La seconda, più importante cosa successa si chiama crisi dei subprime – e tutto quel che è venuto dopo.

Da allora e persino dalla fine della presidenza Bush in poi, ogni ciclo elettorale è stato una vittoria del ribelle outsider contro l’establishment di Washington. Persino il 2012, quando al presidente in carica hanno dato una mano Occupy Wall Street e il Partito repubblicano scegliendo il miliardario e fondatore di Bain Capital, un fondo di quelli che compra imprese in crisi, spacchetta, chiude e rivende.

3 Terzo elemento è la relativa trasformazione della società americana: le macchine politiche organizzate su filiere comunitarie nelle metropoli più relativamente antiche del Paese (Boston, New York, Chicago, Philadelphia) poggiavano sulle comunità di antica immigrazione e sulla presenza di loro rappresentanti in punti cruciali dell’amministrazione pubblica locale.

Tutto questo vale ancora – i nomi italoamericani in certi mestieri della politica sulla costa est e nelle grandi metropoli sono ancora tanti, per fare un esempio – ma non c’è più una comunità così coesa da portare ai seggi. Come ovunque gli interessi sono più frammentati che un tempo, le esperienze di vita meno omogenee come pure le motivazioni che ci fanno fare scelte politiche.

Mappa della Cook County

Questi fenomeni sociali ed economici si traducono in una profonda trasformazione del rapporto con la politica e il voto. Una fotografia perfetta di come questa relazione stia evolvendo è il rapporto tra americani e politica è il rapporto del Pew Research Center: Wide Gender Gap, Growing Educational Divide in Voters’ Party Identification.

Il rapporto ci fornisce una carta di identità dell’elettore americano e del suo sistema di valori. Un quadro che è perfetto per spiegare quel che è successo in Illinois e altrove. L’aspetto che più salta agli occhi è la progressiva divaricazione ideologica degli americani.

La figura qui sotto si legge da sola. Dal 2000 a oggi le persone che si definiscono “conservatore” non sono aumentate in assoluto ma sono cresciute del dieci per cento tra i registrati al voto repubblicani e tra gli elettori tendenzialmente repubblicani – ovvero le persone registrate come indipendenti, una categoria in crescita, ma che tendono a votare più spesso repubblicano; i liberal (le persone di sinistra) sono aumentate del nove per cento in assoluto e del diciotto per cento tra i registrati e tendenzialmente democratici, i moderati sono diminuiti. Se una volta quindi si governava al centro, oggi farlo è difficile.

L’aspetto interessante di questo spostamento a destra e sinistra degli elettori è il boom delle preferenze per i democratici tra le donne dopo il 2015 (56 per cento, + cinque per cento in due anni) Tra le millennial la crescita è da record: la distanza è passata da ventun per cento di vantaggio a 47 punti di vantaggio in tre anni. L’altro aspetto positivo per i democratici è che lo spostamento è tra le indipendenti: non aumentano le donne che si registrano al voto come democratiche, ma le donne che non hanno affiliazione a un partito che pensano di votare democratico. Lo si potrebbe definire un effetto Trump – o effetto assalto ai diritti delle donne da parte delle legislature locali in mano ai repubblicani.

Altro dato positivo per i democratici è la loro crescente popolarità tra i giovani bianchi millennials. Se tra le generazioni precedenti di elettori bianchi il Partito repubblicano è sempre in maggioranza (più anziani, più voti ai repubblicani), i bianchi millennials preferiscono i democratici nel 52 per cento dei casi (il dieci per cento in più di dieci anni fa).

Nota stonata, che pure spiega una parte del voto a Trump e trova eco in molte delle elezioni recenti in Europa: più le persone sono istruite e più votano democratico. E viceversa. Il discorso è particolarmente vero per i bianchi e meno per le comunità nera e ispanica, che votano comunque in larga maggioranza democratico. Un discorso simile vale per la distanza tra città e campagna: il voto democratico cresce nelle aree urbane, resta fermo come quello repubblicano in quelle suburbane e cala in quelle rurali.

C’è quindi una parte di elettorato marginale e di quelle che un tempo si sarebbero chiamate le classi subalterne che vota repubblicano e vota candidati estremisti e anti-sistema perché si sente ai margini. Lontano dalle città della globalizzazione, lontano dalle università che garantiscono posti di lavoro migliori – non più necessariamente ottimi, come prima del 2008 – c’è un’America che prova risentimento. Lo si è ripetuto fino alla noia per la vittoria di Trump, per la Brexit, per il pericolo Le Pen e per il successo della Lega. Qui l’ennesima conferma.

Il dato tragico per i repubblicani, oltre a quello relativo alle donne giovani, riguarda la progressiva etnicità degli aderenti al partito (chi si registra al voto come repubblicano). I bianchi pro-repubblicani sono l’83 per cento, contro il 53 per cento dei bianchi democratici. I bianchi non ispanici negli Usa sono il 61 per cento e il 69 per cento dell’elettorato (calati del quattordici per cento in vent’anni).

L’asino è il simbolo del Partito democratico

All’inverso, neri, ispanici e asiatici sono a stragrande maggioranza democratici e, fatta eccezione per i neri, crescono in maniera costante come porzione dell’elettorato. Tra l’altro è probabile, come è successo di recente in Alabama, che neri e ispanici siano motivati a votare contro Trump e per questo partecipino di più al voto che negli anni passati.

Che c’entrano tutti questi numeri con le primarie dell’Illinois? Semplificando molto: l’elettorato è più radicale che in passato, sia a destra sia a sinistra, e non è disposto a perdonare quelle modalità della politica che trova compromissorie. La cosa vale sia per i compromessi mediocri come quelli fatti sulle imposte immobiliari nella Cook County, come per i compromessi a volte necessari in Congresso per far passare una riforma importante. Questa radicalizzazione spiega le divisioni aspre a Washington e l’elezione di senatori e rappresentanti più “estremi” che in passato.

L’elefante è il simbolo del Partito repubblicano

A sua volta l’assenza di compromessi alti, in un sistema maggioritario puro abbinato a una costruzione istituzionale che prevede la possibilità di maggioranze diverse nei due rami del Congresso e tra questo e la Casa Bianca, rende la politica incapace di produrre risultati. Ed è così che teste che da sempre erano sicure, cadono come pere dall’albero, candidati alle primarie presidenziali di sinistra quasi vincono, presidenti improbabili occupano la Casa Bianca. E la Cook County non è più quella di una volta.

Addio “macchina” del consenso. Chicago insegna ultima modifica: 2018-03-22T09:30:18+00:00 da MARTINO MAZZONIS

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