Cuba. Plaza de la Revolución, un luogo dell’utopia

Tra le molte piazze e gli spazi aperti della capitale de La Habana, è quella con meno qualità stilistiche. E tuttavia è la piazza, il luogo speciale della città di cui è l'eco.
scritto da FRANCO AVICOLLI

Era il 28 settembre del 1973. L’11 di quello stesso mese, il presidente del Cile, Salvador Allende, era stato rovesciato dal colpo di stato del generale Pinochet. Nella Plaza de la Revolución de La Habana c’era la folla – all’incirca un milione di persone – delle occasioni straordinarie. Si capiva che la concentrazione non era come tutte le altre in cui si ingannava l’attesa di Fidel contandosi, riconoscendosi o facendo capannello attorno a un qualche strumento e ballare o solo sentirsi vivi nell’energia della moltitudine.

La piazza accolse Fidel Castro con un grido breve e contenuto ritmato sul suo nome, “Fi-del, Fi-del” e sembrò di essere sull’oceano Pacifico di Acapulco o della costa del Cile, una voce che arriva da lontano e dal profondo. Il Comandante cominciò con il ricordo di Allende avanzando per segmenti, episodi recenti che sembravano pezzi di un puzzle, divagò nel tempo dell’America Latina e arrivò infine al tragico epilogo di qualche giorno prima. Sostò sugli istanti delle ultime ore con parole scandite una per una e allungandoli con pause lanciate come fossero macigni e come a voler interrompere il loro moto verso il tragico epilogo e così fermare nella loro solennità anche noi che ascoltavamo il racconto.

Parlava come narratore di un’epopea che aveva origini lontane e che ora prendeva corpo nella piazza dove egli scriveva per sempre e forse da essa stimolato:

Gloria eterna a Salvador Allende insieme al Che, a Martí, Bolívar, Sucre, San Martín, O’Higgins, Morelos, Hidalgo, Juárez e tutti i grandi uomini che consacrarono le loro vite alla libertà di questo continente!

E fu come se dalle ceneri del presidente morto, uscisse il profilo definito e chiaro di un eroe, di uno dei grandi liberatori della “ Nostra America”, come diceva José Martí. La piazza sentì il volteggiare di quei nomi nello spazio, si scrollò come per aggiustarsi, raggiungerli e sentirsi alla loro altezza e così fece sue le parole del capo e dilagò nell’applauso fragoroso per riunirsi nelle sue parole e diventare un unico discorso della piazza perché questa fosse definitivamente depositaria della morte di Allende e della sua resurrezione, che lo collocava, lì in quella piazza, nell’olimpo degli eroi Libertadores dell’America Latina.

Penso a quel giorno di lutto, di orgoglio e di riconoscimento, a quel mondo che dalla piazza si ricollocava nel destino di un continente sentendosene protagonista, uno, moltitudine e storia, nel luogo dove la parola costruiva mondi, dove la voce di uno era la voce di un coro che sente che è forte mentre si trova nella piazza. Nella Plaza.

La piazza. È suggestivo il suono nel nome pronunciato, che ti restituisce il suono, e dici “la piazza” e poi “una piazza” e quell’una non ti restituisce emozioni, e capisci che è il destino dell’indeterminatezza. La piazza però, quella piazza, ritorna con il battito dei cuori che sono stati richiamati dal suo senso che s’apriva al profumo dolce delle speranze nate dall’incontro ancorché casuale, dal vigore dell’andare accumulato nelle forme, dal movimento e dall’attesa che ne fanno un corpo in gestazione, visione, presenza e partecipazione a un’esistenza fatta di uomini che tra le sue morfologie che raccontano la loro storia si sentono protagonisti. Ma è questo la Plaza de la Revolución?

L’ho frequentata per anni e qui ho ascoltato Angela Davis, i personaggi dell’epopea del Vietnam, i “dinosauri” senza fantasia degli antichi paesi socialisti, Allende che tornava a mani vuote da Mosca alcuni mesi prima del golpe di Pinochet e ho vissuto l’entusiasmo di una moltitudine che donava al Cile parte della quota mensile di zucchero che non era proprio abbondante. Nella Plaza ho visto e ascoltato il presidente dell’Algeria Boumedienne e altri leader di paesi africani e penso a quel tempo guardandola nell’effimera ansia che manda le automobili al Vedado o all’aeroporto da una parte, e alla superba avenida del Paseo dall’altra e continuo a chiedermi da dove venga mai il suo fascino e la sua forza di attrazione.

Il “Plan Forestier” de La Habana con al centro la Plaza Civica, che successivamente prenderà il nome di Plaza de la Revolución

Disegnata dal francese Jean Claude Forestier nel secondo decennio del secolo scorso, la Plaza de la Revolución è un enorme spazio aperto su cui insistono cinque palazzi – tra cui la struttura solida della Biblioteca Nacional – e il monumento a José Martí che dall’alto domina pensoso l’area. Gli edifici sono entità isolate e fra l’una e l’altra c’è distanza, di modo che sarebbe una forzatura parlare di un complesso architettonico che disegna un profilo con qualche qualità speciale capace di trasmettere alla piazza una identità definita.

Lo spiazzo è aperto e senza alcun corredo che rimandi ad un profilo. Gli alberi sono distribuiti senza un disegno lungo il lato del Teatro Nacional e quello dei ministeri dell’interno e della comunicazione. Gli altri due lati sono delimitati dal Paseo che attraversa la piazza per congiungersi alla grande arteria che porta all’aeroporto. Non c’è nulla in questo luogo aperto che riporti ad un significato che non sia lo spazio in sé.

A La Habana c’è la piazza della Cattedrale che testimonia lo splendore di un barocco che, secondo Carpentier, racconta ciò che era ignoto la metropoli europea e che perciò doveva essere raccontato con ricchezza dei dettagli, un timore che dunque sarebbe la ragione dell’abbondanza di elementi nell’architettura barocca a versione coloniale; c’è la Plaza Vieja, con la sua Casona settecentesca e le architetture ben distribuite in ognuno dei lati; il parco Central o quello di Maceo o anche il Paseo de Martí che è una piazza sui generis per essere spazio di riunione e di passeggio che si guarda dentro e poi altre piazze della città più nuova che si è andata sviluppando a ridosso del Malecón e sempre guardando il mare.

Credo che tra le molte piazze e gli spazi aperti della capitale di Cuba, la Plaza de la Revolución sia quella con meno qualità stilistiche. E tuttavia è la piazza, il luogo speciale della città di cui è l’eco.

Qui, forza e debolezza sono facce della stessa medaglia, perché lo spazio prende nome dalle parole che vi sono state pronunciate; dall’uno e dalla moltitudine vincolati ad una ragione che diventa protagonismo, storia, desiderio e forza. Qui il sogno e l’utopia hanno preso la faccia del possibile e questo non è scritto in nessuno dei suoi edifici e neppure nella figura pensosa di Martí. Questo è il luogo dove molti uomini hanno preso la forza per continuare a camminare, un senso che bagna la pelle mentre pensi a quello che resta fuori della piazza, lontano da essa e mentre guardi le automobili che, trascinate dalle ruote, appaiono e scompaiono.

Plaza Cívica nel 1956, con il monumento a José Martí e l’attuale Palacio de la Revolución in costruzione

Il sogno deve esistere in qualche luogo e questa convinzione alimenta l’utopia. La Conquista dell’America Latina fu espropriazione del territorio e della parola che gli dava nomi. La sua storia dice che se perdi la parola, perderai anche il territorio su cui essa costruisce il mondo. Qui l’antica frattura si è ricomposta nei molti racconti pronunciati dalla balaustra della terrazza del monumento a José Martì.

Nell’evidenza dello spazio vuoto e del senso che ad esso danno la parola, le moltitudini con il loro sudore, le loro speranze, l’attesa e con l’utopia che muove l’andare, la Plaza è spazio che respira.

L’articolo è apparso sul numero 19, 2017, del semestrale ArtApp, che ringraziamo

Cuba. Plaza de la Revolución, un luogo dell’utopia ultima modifica: 2018-03-22T15:06:58+00:00 da FRANCO AVICOLLI

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