I dimenticati della Libia

La campagna elettorale italiana non ha interrotto i flussi di migranti provenienti dal paese nordafricano. E sempre più numerosi sono i racconti di stupri, torture, schiavitù e fucilazioni.
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

Ora che le urne sono chiuse e l’invasione ha pagato in termini elettorali. Ora che è tempo di spartizione delle poltrone istituzionali, la Libia non fa notizia. Non fanno notizia i migranti riportati indietro e fucilati nei lager libici, i morti nel deserto seppelliti in fosse comuni, i trafficanti di esseri umani che continuano ad arricchirsi diversificando le rotte.

Poche righe, salvo rare eccezioni, per raccontare l’ultima vergogna: quella consumatasi domenica scorsa, e che ha coinvolto 218 migranti, tra cui donne e bambini in balia delle onde del Mediterraneo, soccorsi e portati in salvo dall’ong spagnola Proactiva Open Arms e poi divenuti in mare oggetto di disputa con una motovedetta libica che minacciava di aprire il fuoco se non fossero stati riconsegnati.

Quello che è avvenuto in mare sembra essere la sceneggiatura di un film di terrore. Un inseguimento durato due ore, poi trenta ore in mezzo al mare in attesa di ordini dalla guardia costiera di Roma, e infine l’autorizzazione a sbarcare a Pozzallo, dove l’equipaggio arriva con 218 migranti.

Ma non c’è un happy end in questo film verità: la Procura di Catania, infatti, ha disposto il sequestro della nave e indagato il capo missione, il comandante della nave e il coordinatore dell’ong. L’accusa è di associazione per delinquere, finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Per chi ogni giorno è impegnato a salvare vite umane, l’accusa più infamante che ci sia.

Secondo il comunicato della guardia costiera italiana, la nave spagnola avrebbe dovuto obbedire alla guardia libica e consegnare i migranti. Consegnarli ai loro aguzzini.

Siamo felici di non aver riportato a Pozzallo nessun cadavere, sebbene le autorità non abbiano reso il lavoro facile

ha rivendicato con orgoglio Oscar Camps, fondatore dell’ong spagnola, ieri in conferenza stampa a Roma, assieme a Luigi Manconi.

Per il Centro Astalli,

[…] sulla base di testimonianze dei rifugiati che accogliamo e di cui certifichiamo le torture e le violenze subite nei centri di detenzione libici, la Libia non può essere considerata in alcun modo un paese sicuro.

Come denunciano sia le Nazioni Unite che le principali ong umanitarie, si legge in una nota diffusa dal Centro,

[…] le condizioni nel paese sono tali da rendere inaccettabile la soluzione di affidare alla guardia costiera libica, che in varie occasioni si è tra l’altro resa responsabile di abusi, i migranti che tentano di attraversare il Mediterraneo.

Il rischio concreto, secondo i responsabili della struttura dei Gesuiti, è che le persone, “sistematicamente soggette a detenzione, subiscano trattamenti inumani e degradanti”.

Proprio per questo favorire il loro rinvio in Libia

si configura come violazione di importanti principi giuridici, quali l’articolo tre della Carta europea dei diritti umani e il principio di non respingimento previsto dall’articolo trentatré della Convenzione di Ginevra sullo status di rifugiato.

Legalità, umanità, diritti, solidarietà: parole che si inabissano nel “mare della morte”, il Mediterraneo. Parole violentate nei campi di detenzione libici, “ciò che più si avvicina ad Auschwitz”, per usare le parole di un diplomatico tedesco.

I migranti sono stati sottoposti a detenzione arbitraria e torture, tra cui stupri e altre forme di violenza sessuale.

A rimarcarlo è il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, basandosi sulle inchieste di Unsimil, la missione Onu a Tripoli, in Libia, in un rapporto visionato da Avvenire, trasmesso al Consiglio di sicurezza nel quale vengono riportati anche i soprusi della guardia costiera libica e le crudeltà dei funzionari incaricati del contrasto all’immigrazione illegale. 

L’agenzia Onu per i migranti (Oim) ha censito 627mila stranieri in Libia, ma secondo Guterres le stime reali vanno da 700mila al milione. Nelle diciassette pagine del dossier vengono raccontale le rilevazioni dell’Unsmil, che “ha visitato quattro centri di detenzione supervisionati dal Dipartimento per la lotta alla migrazione illegale e ha osservato un grave sovraffollamento e condizioni igieniche spaventose”. I prigionieri “erano malnutriti e avevano limitato o nessun accesso alle cure mediche”.

La missione internazionale ha continuato a documentare “la condotta spregiudicata e violenta da parte della Guardia costiera libica nel corso di salvataggi e/o intercettazioni in mare”, scrive Guterres che cita quanto avvenuto il 6 novembre 2017, quando “i membri della Guardia costiera hanno picchiato i migranti con una corda e hanno puntato le armi da fuoco nella loro direzione durante un’operazione in mare”.

Sia nei centri governativi sia nei lager clandestini si verificherebbero, come segnalato nel documento consegnato al Consiglio di sicurezza il 12 febbraio, “rapimenti per estorsione, lavori forzati e uccisioni illegali”.

Un caso si sarebbe verificato il 19 novembre, quando

durante un raid su un campo di migranti improvvisato nella zona di Warshafanah, membri dei gruppi di Tajura e Janzur, affiliati al dipartimento per la lotta alla migrazione illegale, hanno aperto il fuoco sui migranti senza fornire alcun preavviso verbale, provocando una serie di morti e feriti.

Alla vigilia del primo anniversario della firma del memorandum d’intesa sottoscritto tra Italia e Libia il 2 febbraio 2017 per impedire le partenze di migranti e rifugiati verso l’Europa, Amnesty International aveva denunciato:

Migliaia di persone restano intrappolate nei campi di detenzione libici dove la tortura è all’ordine del giorno. Un anno fa il governo italiano, appoggiato da quelli europei, ha sottoscritto un equivoco accordo col governo della Libia a seguito del quale migliaia di persone sono finite intrappolate nella miseria, costrette a subire tortura, arresti arbitrari, estorsioni e condizioni di detenzione inimmaginabili nei centri diretti dalle autorità libiche

aveva dichiarato, in quell’occasione Iverna McGowan, direttrice dell’ufficio di Amnesty international presso le istituzioni europee.

Secondo il memorandum, l’Italia avrebbe collaborato con le autorità militari e di controllo delle frontiere della Libia per “fermare le partenze dei migranti irregolari”. La strategia italiana venne fatta propria dai leader europei il 3 febbraio con la “dichiarazione di Malta”. Da allora, il governo italiano e l’Ue hanno fornito alla guardia costiera libica imbarcazioni, formazione e assistenza per pattugliare il mare e riportare indietro rifugiati e migranti.

Nel 2017, circa 200mila persone sono state intercettate in mare dalla guardia costiera libica e trasferite nei famigerati centri di detenzione libici.

L’Europa deve urgentemente porre il tema della dignità umana al centro delle sue politiche in materia d’immigrazione. Se l’Italia è al posto di guida, tutti i governi europei che cooperano con la Libia nel controllo delle frontiere hanno la loro parte di responsabilità per il trattenimento di migranti e rifugiati in centri dove si verificano violenze indescrivibili

ha sottolineato McGowan.

Negli ultimi mesi, i programmi per il “ritorno assistito volontario” dei migranti trattenuti in Libia sono stati estesi: nel 2017 19.370 persone sono tornate nei paesi d’origine. Sono stati attuati positivamente progetti pilota per il reinsediamento di poche centinaia di rifugiati in Francia e Italia.

Far sì che le persone intrappolate nei terribili centri di detenzione della Libia siano rilasciate dev’essere una priorità, ma l’evacuazione dei migranti tramite i programmi di ritorno volontario non può essere la soluzione sistematica

afferma Amnesty e continua

dev’esserci piena trasparenza per comprendere se le persone ‘ritornate volontariamente’ abbiano avuto accesso a procedure adeguate e non siano state rimandate verso ulteriori violazioni dei diritti umani. 

Le fa eco Roberto Barbieri, direttore generale di Oxfam Italia:

Le persone con cui abbiamo parlato scappano da guerra, persecuzioni e povertà. In Libia sono costrette ad affrontare l’ennesimo inferno. I governi europei hanno il dovere di proteggere i diritti umani di tutti, compresi quelli dei migranti. Chi riesce a lasciare la Libia non dovrebbe mai essere riportato indietro. Per questo riteniamo che il sostegno dell’Italia e dell’Ue alla guardia costiera libica sia un ulteriore sfregio. L’accordo con la Libia è un fallimento, che espone centinaia di migliaia di persone a una sofferenza indicibile: ne chiediamo l’immediata revoca.

In un documentato rapporto, Oxfam Italia e altri hanno raccolto una serie di testimonianze. Sconvolgenti.

Come quella di Blessing, ventiquattro anni, nigeriana:

Dopo il terribile viaggio nel deserto speravo che in Libia la situazione sarebbe stata migliore di quello che avevo vissuto. Pensavo che sarei stata impiegata come domestica in una casa di arabi, come mi era stato detto. Mi hanno invece portata in un centro, dove sono rimasta molti mesi. Mi davano da mangiare un pugno di riso ogni giorno, me lo versavano sulle mani. Vendevano il mio corpo agli uomini arabi e io non potevo sottrarmi. Quando ho provato a farlo sono stata brutalmente picchiata e violentata.

O come quella di Francis, vent’anni, gambiano:

Sono stato rapito da una banda criminale. Ci hanno portato in uno stanzone dove eravamo in trecento. Sono rimasto lì per cinque mesi. Ogni giorno ci costringevano a lavorare per loro e chi si opponeva, era morto. Le donne venivano picchiate e violentate, i ragazzi tenuti in prigione e venduti come servi a famiglie libiche. 

Oxfam Italia e Borderline Sicilia hanno raccolto queste e altre angoscianti testimonianze nel nuovo rapporto Libia, inferno senza fine. Stupri, torture, schiavitù, fucilazioni. Do you remember Libia? E cosa ne sarà  di quell’accordo con Tripoli? Ai vincitori delle elezioni del 4 marzo l’onere della risposta.

I dimenticati della Libia ultima modifica: 2018-03-22T16:07:23+01:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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