La nuova sfida di Lula

Anche se alle prese con pesanti vicende giudiziarie, nei sondaggi è ancora il politico brasiliano più popolare. Con il rinvio della sua carcerazione deciso dal tribunale supremo, prende rinnovato vigore la sua campagna per riabilitarsi e ricandidarsi alla presidenza del Brasile
scritto da CLAUDIO MADRICARDO

Non si apriranno lunedì prossimo le porte della galera per Luiz Inácio Lula da Silva, condannato in seconda istanza a dodici anni e un mese di carcere dal tribunale di Porto Alegre, che gli aveva anche aumentato la pena comminatagli nel primo grado di giudizio.

Così ha deciso ieri il tribunale supremo del Brasile con sei voti contro cinque, spostando l’eventuale inizio della carcerazione dell’ex presidente al 4 aprile, data in cui dovrà prendere una decisione definitiva riguardo alle istanze presentate dalla difesa.

La notizia ha raggiunto Lula, al quale in gennaio era stato ritirato il passaporto, mentre è impegnato a girare il sud del paese per difendere la sua immagine, respingendo le motivazioni della condanna che per l’ex presidente sono frutto di una trama politica con l’obiettivo di precludergli di correre di nuovo per la più alta carica dello stato il prossimo ottobre.

Condannato definitivamente per corruzione passiva e “lavaggio” di denaro sporco, sottoposto ad altri sei processi in corso in buona parte per simili imputazioni, Lula si è sempre dichiarato innocente e, confortato dalla popolarità di cui gode nel paese e dai sondaggi che lo danno favorito, ha deciso di correre di nuovo per la presidenza del paese sudamericano.

Luiz Inácio Lula da Silva

Secondo i tre giudici del tribunale di Porto Alegre che l’hanno condannato definitivamente lo scorso gennaio, Lula avrebbe accettato tangenti per l’ammontare di un milione di dollari dall’azienda di costruzioni OAS, implicata nello scandalo che va sotto il nome di “Lava Jato”. Una vicenda di corruzione che ha coinvolto l’impresa statale Petrobras.

L’ennesima vicenda di tangenti nata dagli ambienti delle aziende di costruzione che sta annientando buona parte delle classi dirigenti latinoamericane, o almeno quelle di quei paesi in cui la magistratura gode ancora di autonomia sufficiente che le consente di mettere in stato di accusa la classe politica.

Questa in breve la ricostruzione dei fatti, ai quali si aggiunge ora la decisione del tribunale supremo di rinviare l’ultima parola in merito, dando a Lula quel po’ di respiro che gli può permettere di tentare di consolidare ed estendere nell’opinione pubblica brasiliana una situazione a lui favorevole. Con lo scopo poi di farla pesare in sede giudiziaria. Un tentativo estremo che difficilmente potrà essere coronato da successo.

Del resto, in questa battaglia, Lula ha dalla sua il fatto che nei sondaggi esce ancora come il politico più popolare del paese. E ciò grazie soprattutto ai risultati che ha saputo portare al Brasile negli anni in cui ha governato nonostante gli innumerevoli scandali e l’imperversante corruzione. La qual cosa gli ha consentito di lasciare la presidenza con un indice di gradimento dell’ottanta per cento. Un risultato impensabile per i suoi predecessori o per chi lo ha seguito.

Inacio Lula insieme a Dilma Rousseff, durante il lancio della sua candidatura.

Risultati in campo sociale, in primo luogo. Ottenuti grazie a una situazione internazionale in cui i prezzi delle materie prime erano alti e consentivano ai vari paesi latinoamericani estrattori di incamerare cospicui guadagni. Per quanto riguarda il Brasile, ciò ha permesso a Lula di strappare dalla miseria trenta milioni di connazionali, migliorare il sistema educativo aprendolo ai meno abbienti, aumentare la capacità di spesa delle famiglie.

Con il risultato che, a fine mandato, ha lasciato un paese ottimista, con un’economia sana e un basso tasso di disoccupazione. Fattori che hanno consentito di evitare la crisi finanziaria mondiale, di cui il Brasile ha risentito solo in termini secondari, entrando in recessione nel 2008 per uscirne immediatamente l’anno dopo.

Se questi sono i meriti unanimemente riconosciuti a Lula, tutte le critiche invece si appuntano su Dilma Rousseff, che gli è succeduta. Che hanno messo a nudo la fragilità sostanziale delle scommesse economiche su cui il paese si era basato, il suo alto debito pubblico e la carenza degli investimenti, una volta finito il periodo dei prezzi alti delle materie prime. Esaltando per converso il ruolo della piaga della corruzione. Dalla quale è stato colpito anche l’attuale presidente Temer, salvato dal parlamento che ha impedito che fosse sottoposto a giudizio dei magistrati, e che rimane in carica con un bassissimo livello di gradimento popolare.

Lula durante una delle manifestazioni mentre percorre il sud del Brasile.

È così che forse si spiega, in una situazione politica in cui il paese non sembra capace di esprimere una leadership nuova, il gradimento di cui ancora gode l’ex metallurgico Luiz Inácio Lula da Silva, che Barack Obama aveva definito l’uomo più popolare al mondo.

Che nonostante la corruzione per la quale è stato condannato e in cui tutti sono del resto coinvolti, ha saputo garantire serenità ai brasiliani durante il suo mandato. Incapace di sognare, il Brasile sembra rifluire e affidarsi nostalgicamente alle virtù taumaturgiche del suo ex presidente operaio.

Lula, non fiaccato dalla malattia da cui è stato recentemente colpito, lotta con forza leonina nel tentativo di far pesare nella vicenda giudiziaria che lo riguarda il vasto gradimento popolare. Con un fine tutto sommato eversivo, teso cioè a sovvertire il verdetto della magistratura, o quantomeno a svuotarlo. Impegnato in un’estrema battaglia, i cui esiti sono del tutto incerti se non disperati, per evitarsi carcere e ignominia.

Senza rendersi conto, o tenendo in non cale, che così operando asseconda quella deriva da cui paiono essere afflitte da qualche tempo le leadership latinoamericane, la cui storia recente fluttua sempre più tra corruzione e svuotamento delle istituzioni democratiche.

La nuova sfida di Lula ultima modifica: 2018-03-23T15:41:08+00:00 da CLAUDIO MADRICARDO

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