Caso Skripal, perché questa volta l’Europa reagisce

Dopo i reiterati comportamenti da parte russa contrari al diritto internazionale, Regno Unito e UE alzano la voce all'unisono dopo l'avvelenamento dell'ex-spia russa e di sua figlia. Capire perché, adesso sì e prima no, porta a indagare sullo stato presente e prossimo dei rapporti di forza tra il Cremlino e l'Occidente
scritto da FRANCESCO MARIA CANNATÀ

Viene da chiedersi perché tra le tante attività e comportamenti tenuti dai russi di questi anni, contrari al diritto internazionale (omicidio Litvinenko, annessione della Crimea, invasione dell’Ucraina orientale, abbattimento dell’aereo civile MH17, assassinio dell’oppositore Boris Nemcov, intervento in Siria, casi di doping sportivo), Stati Uniti, Regno Unito e Ue abbiano scelto di concentrarsi sull’ultimo caso, la vicenda di Sergej Skripal, ex spia russa, e di sua figlia Yulia avvelenati in Gran Bretagna. C’è da chiedersi perché Theresa May, per cercare di colpire Mosca, invece di rivolgersi a Bruxelles, non abbia guardato a luoghi molto più vicini a Downing Street. Per esempio perché non abbia indicato meglio quali siano quelle “élite corrotte e criminali” per le quali nel Regno Unito “non può esserci posto”, come ha detto con toni criptici la settimana scorsa la premier alla Camera bassa del parlamento inglese.

Chi su questi argomenti volesse maggiore chiarezza la potrebbe trovare nelle denunce delle organizzazioni anticorruzione internazionali e nelle ricerche di Alexej Navalny. A differenza di Theresa May, l’attivista russo aveva indicato una strada precisa: colpire i patrimoni di origine incerta. E aveva fatto quattro nomi: Roman Abramovich, Alischer Usmanov, Oleg Deripaska, Igor Shuvalov. I primi tre accreditati di capitali pari a decine di miliardi di euro, mentre il quarto, un vice primo ministro russo, nella capitale britannica ha realizzato un acquisto che avrebbe dovuto fare rizzare le orecchie al fisco locale.

In comune i quattro hanno anche il fatto di far girare denaro e conoscenze e influenze negli ambienti sportivi (Chelsea e Arsenal), artistici (Tate Museum), politici (con laburisti, Lord Mandelson e conservatori, George Osborne), editoriali (Evening Standard) e scientifico-economici di Londra (EN+ Group). Il risultato è la nascita di legami ambigui tra una parte delle élite britanniche e rappresentanti del Cremlino.

Il 4 marzo, a Salisbury, Sergej Skripal e la figlia sono vittime di avvelenamento da gas nervino.

Viene dunque naturale pensare che, se il premier britannico avesse voluto colpire duro Mosca, avrebbe saputo dove andare a parare. Così avrebbe però fatto male anche ai propri concittadini, dunque meglio toccare altrove. Del resto ci sarà un motivo se solo ora il governo di sua Maestà ricorda che dal 2006 a Londra sono quattordici le morti sospette di russi che avevano abbandonato la Russia per contrasti con la politica. Tra questi il caso più spettacolare è avvenuto nel 2006 con l’avvelenamento al polonio di Alexander Litvinenko. Allora gli indizi contro Mosca erano enormi. Esisteva fisicamente un sospettato che era tornato in Russia, premiato in seguito con un’onorificenza da Putin e infine eletto deputato alla Duma. La risposta dell’allora ministro degli interni inglese Theresa May fu però talmente blanda da stupire.

Lo scorso 15 marzo Sergej Lavrov ha spiegato il comportamento di Londra con i problemi incontrati dalla Gran Bretagna nel cercare di portare a termine la Brexit senza perdere la faccia. Il diplomatico russo non ha detto, però, che questo è probabilmente anche il motivo per cui almeno diciotto stati dell’Ue hanno permesso a May di ottenere il primo vero successo da quando si trova a dirigere il governo inglese. È dunque la minaccia russa capace di far serrare le fila ai maggiori paesi del continente?

Il comportamento degli stati europei sul caso Skripal è forse il primo vero successo di Theresa May da quando è al governo.

Per rispondere a questa domanda è sufficiente fare un’ipotesi. Se un nuovo caso Skripal dovesse ripetersi una volta conclusa la Brexit, cosa potrebbe accadere? È facile prevedere che Londra non potrebbe esporre le indagini fatte, spiegare la propria posizione e chiedere solidarietà agli altri membri Ue negli stessi modi di questi giorni. È possibile che con la Gran Bretagna fuori dall’Unione un attacco simile a quello avvenuto a Salisbury il 4 marzo avrebbe meno possibilità di essere messo all’ordine del giorno di un vertice europeo. Una volta divenuto Stato terzo, il Regno Unito avrebbe lo stesso livello di solidarietà? Difficile pensarlo.

L’unica cosa certa è che, senza l’Ue, la Gran Bretagna sarà più debole, così come più debole sarà l’Ue senza la Gran Bretagna. Già ora sulla carta geopolitica del continente si vedono le fratture conseguenti alle relazioni con la Russia. Diversi paesi dell’est Europa che già prima dell’annessione della Crimea si sentivano minacciati da Mosca sono schierati a favore di Londra. L’Austria, al contrario, si mantiene defilata. La strategia di Putin di attrarre seguaci tra l’estrema destra e l’estrema sinistra europee inizia a dare lentamente frutti. Ora anche l’Italia potrebbe entrare a far parte di questo asse. E come dovrebbe comportarsi il nostro paese? Dovrebbe stimolare l’unità europea o assecondare interessi che puntano a spaccare l’Ue? Si è proprio certi che un Italia isolata dalle grandi nazioni europee conterebbe qualcosa per il Cremlino?

Vladimir Putin, appena eletto per la quarta volta presidente, risponde ai giornalisti.

Al potere in Russia c’è un regime nazionalista, patriottico come si preferisce dire. Il problema è che questo patriottismo non ne ammette altri. Allora, come atteggiarsi di fronte a chi ammette un solo amor di patria, il proprio? In questo umore, un patriottismo italiano o europeo è ammesso solo se si piega a quello russo. Chi lo fa si vedrà blandito e utilizzato, sicuramente alla fine sarà messo da parte. Anche perché non dimostra amore per la propria patria. E se nel XX secolo la patria sovietica poteva coincidere con quella dei lavoratori di tutto il mondo, ora non è più cosi. In primo piano ci sono solo interessi.

Qual è lo scopo finale dell’offensiva di Mosca? Arrestare la globalizzazione? È un obiettivo realistico? Il nuovo governo italiano, i ceti produttivi del nord Italia, intendono percorrere questa strada? Se la globalizzazione sta perdendo popolarità, la rivoluzione tecnologica che l’ha resa possibile difficilmente s’arresterà. Oggi il settanta per cento delle merci diventa prodotto finito attraversando gran parte del pianeta. Secondo le statistiche Ocse, più del venticinque per cento del valore delle esportazioni italiane, ma anche tedesche, è costituita da componenti importate. Negli Usa questa percentuale è minore, il quindici. In Cina, un terzo dell’export nazionale ha contenuto non cinese e questa quota sale ai due terzi per i prodotti dell’informatica e dell’elettronica.

Da una ricerca di qualche anno fa dell’Asian Development Bank si legge che un iPhone 6 – venduto a 650 dollari – ha un costo di produzione di 225 dollari. Di questi, il trentaquattro per cento è giapponese, il diciassette tedesco, il tredici coreano. I cinesi arrivano solo ultimi con neanche il quattro per cento: sei dollari e mezzo sui 224 totali. Si può notare che si tratta di un viaggio compiuto attraverso tutti i continenti eccetto quello australiano ed euroasiatico.

Se i paesi che prendono parte alla catena economica globale fossero messi di fronte alla scelta tra salvaguardare i fattori “immobili” del pianeta (frontiere e territori) o quelli “mobili” (flussi di energia, materie prime, informazioni, opinioni e popolazioni) si può essere certi che si schiererebbero a favore della seconda opzione.

Chi invece dalla globalizzazione ritiene di ricevere null’altro che danni punta a schierarsi a difesa dei “beni immobili”. Non è chiaro se la Russia intenda mettersi alla testa di questa corrente mondiale. Una persona poco sospetta di sovversivismo come Aleksej Kudrin, in un articolo apparso il 21 marzo su Kommersant, affermava che tra i vari compiti del nuovo mandato di Vladimir Putin vi è quello di “lanciare immediatamente una serie di riforme politico-economiche”. Secondo l’ex ministro federale dell’Economia, entro due anni occorrerà modernizzare i settori

dell’istruzione, la sanità, le infrastrutture e costruire un nuovo modello di sviluppo, senza il quale non vi sarà crescita a medio periodo [della Russia].

Naturalmente, per far questo occorre mettere in discussione degli interessi. L’alibi dei ceti al potere in Russia è che ciò comporti automaticamente l’assunzione di modelli occidentali. Un alibi appunto. La Russia è un paese innegabilmente grande che, per essere tenuto insieme. ha bisogno di un forte centralismo. Ora, per garantire modernizzazione economica e politica bisognerebbe trovare una forma bilanciata tra un autoritarismo “allentato”, capace di mantenere unito il territorio, e norme democratiche più “semplici” di quelle occidentali, dentro le quali classe media e società civile sentano protette attività economiche e creatività proprie.

Aleksej Kudrin, ex ministro federale dell’Economia.

L’altra strada è quella dello stimolo di paure irrazionali verso l’apertura estrema delle frontiere e la perdita di ogni tradizione. Spingendo paesi e collettività a buttarsi nelle braccia di chi promette confini chiusi, nazioni compattate da morali totalitarie e comunità protette dal rispetto estremo di abitudini nazionali esasperate da razzismo e xenofobia. Pseudo-sicurezze da pagare col restringimento delle libertà personali e politiche. Virus, questi, cui l’Europa sembra, di nuovo, particolarmente esposta e che nella loro affermazione metterebbero in discussione costruzione federale degli Stati, protezione dell’iniziativa privata, integrazione nella e della comunità internazionale, percorribilità dei confini e, infine, pace militare.

Nel processo mondiale pro e contro la globalizzazione l’Europa, incapace di porsi la questione strategica del pensiero e della potenza politica, rappresenta il ventre molle. Nessuno può affermare che un’Europa politicamente più coesa avrebbe impedito la guerra in Ucraina o ricomposto le fratture mediorientali, in Libia e Siria. È certo però che di fronte a una vera presenza politica delle istituzioni europee questi conflitti, avvenuti dentro e accanto al vecchio continente, avrebbero avuto sviluppi differenti.

Naturalmente, maggiore coesione politica vuole anche dire capacità di stabilizzare i confini europei, mettendo fine a processi di allargamento che sembrano infiniti. In questo caso l’Europa diventata più stabile, non però onnipotente, dovrà prendere in considerazione accordi con la Russia parlando meno di norme e valori e più di interessi. In questo caso, sperando che Mosca si muova sulla strada indicata da Kudrin, Europa e Russia potrebbero ricomporre tutti i conflitti che riguardano il continente e i suoi cittadini. Russi naturalmente compresi.

Caso Skripal, perché questa volta l’Europa reagisce ultima modifica: 2018-03-28T17:33:35+02:00 da FRANCESCO MARIA CANNATÀ

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