“Dal 68 al #MeToo. Le donne, anima del cambiamento”. Parla Adriana Cavarero

“Fra i movimenti che si sono opposti a Trump, quello più visibile è quello delle donne… Con andamento carsico, nei momenti di crisi, riemerge una soggettività femminile resistente e al contempo affermativa”, sostiene la filosofa italiana.
scritto da Matteo Angeli

Il Novecento è stato profondamente influenzato dal pensiero e dalla pratica femminista. Non solo per quanto riguarda l’emancipazione della donna, o l’affermazione di diritti civili fondamentali. Soprattuto per la centralità acquisita dal punto di vista femminile nel discorso pubblico.

Che ne è di questa spinta propulsiva? Il femminismo, o meglio, le correnti femministe, sono in grado, oggi come nel Sessantotto, di contribuire a un pensiero nuovo, di lunga gittata, in grado di rifondare la politica in rapporto alle domande della nostra epoca? Lo abbiamo chiesto ad Adriana Cavarero, professoressa di filosofia politica all’Università di Verona e una delle filosofe italiane più influenti in Italia e all’estero.

Adriana Cavarero

Adriana Cavarero, oggi le correnti di pensiero novecentesco sembrano avere esaurito ogni spinta propositiva e propulsiva. E il pensiero femminista? Possono venire dalle donne le parole chiave per aprire nuove strade per un cambiamento paragonabile a quello che innescò il Sessantotto?
Il Sessantotto fu un momento in cui le soggettività politiche, non solo quella femminista, passarono da un movimento di liberazione a una fase di costruzione di una soggettività affermativa, creativa.
A partire dal Sessantotto, il femminismo ha avuto una lunga storia, articolata in varie correnti. Secondo me, una delle correnti che continua a emergere nei momenti di crisi è questa soggettività resistente ma anche affermativa del Sessantotto.

Può farci un esempio attuale?
Fra i movimenti, quasi spontanei, che si sono opposti a Trump, quello più visibile è quello delle donne. C’è questa capacità della soggettività femminile di mettersi in gioco e di mostrarsi in modo resistente e al contempo affermativo.

Le donne hanno oggi un ruolo preminente nelle lotte sociali? Fanno da traino per altri movimenti di emancipazione?
C’è sempre questa funzione, che può essere di traino ma anche di complicità. Tuttavia, non va analizzato solo il campo del sociale ma anche quello del politico, dove le donne, con un andamento carsico, possono essere un modello importante, dove l’elemento della resistenza si accompagna all’affermatività. È il caso del fenomeno del #MeToo.

Parliamone…
Si tratta di un fenomeno molto importante, perché riguarda una realtà nota a tutti, ovvero il costume di costante molestia sessuale legato a relazioni di potere tra uomini e donne. Con il #MeToo a tutto questo viene data grande visibilità e non si può più fingere di ignorare la realtà. Questo è molto importante perché oltre ai molestatori, che sono diffusissimi, c’è una grande complicità maschile nel giustificare i molestatori.

E quindi?
Con il #MeToo non si può fingere di non avere complicità. Questo porta un largo pubblico a interrogarsi sulle relazioni di potere fra uomo e donna. Relazioni di potere che sono segnate da sopraffazione e da violenza e vengono accettate come normali.
Interrogarsi sulla radice delle relazioni di potere sessuate è importante.

Esempio paradigmatico di questo interrogarsi è l’annoso dibattito sul velo musulmano. Lei cosa pensa a riguardo?
Do per scontato che nella tradizione musulmana, come in quella occidentale, ci siano rapporti patriarcali di potere tra i due sessi. Ma va riconosciuto che la realtà è molto articolata: ci sono molte e diverse posizioni delle donne musulmane, alcune sono ispirate da una spinta emancipatrice, altre da una spinta conservatrice e altre sono nel mezzo.

Ma il velo è o no un segno di subordinazione?
Io penso che storicamente il velo sia un segno di subordinazione, che fa parte della storia patriarcale della cultura musulmana. Personalmente appoggio la corrente emancipatrice. Però sono più che disposta ad avere dialoghi con una corrente femminile di donne, conservatrice, che la pensa diversamente. Questo perché non si può semplicemente imporre immediatamente – con gli occhi di una femminista dell’Occidente – la tua realtà, che sarebbe “le donne non devono mettersi il velo”. Io penso che sia meglio cercare di comprendere, dialogare, negoziare e capire.

Pensa che oggi la differenza tra i sessi si stia riducendo?
La differenza sessuale è biologica ma non si dà allo stato grezzo. È piuttosto elaborata in immagini, valori, rappresentazioni, quelli che sono i cosiddetti stereotipi. Le femministe americane sono molto chiare e dicono che la differenza sessuale si dà come gender e gender è qualcosa di culturalmente costruito.

In che senso?
Non esiste un elemento obiettivo per cui io possa dirle che cos’è il maschile e che cos’è il femminile. Naturalmente siamo intrisi in un linguaggio che ha rappresentazioni culturali del femminile e del maschile. Il femminile è stato costruito culturalmente come luogo di una emotività, di una sensibilità, il maschile come luogo della razionalità, della decisione. Questi sono stereotipi all’interno dei quali siamo costruiti. Si possono mantenere questi stereotipi, segregando la differenza tra uomo e donna, mettendo gli uomini in posti di comando, dove servono razionalità, decisione, controllo, e le donne in luoghi domestici e di cura. Non bisogna negare gli stereotipi ma ripensarli, rivalorizzarli.

Questo non sta già in un certo senso avvenendo? Non trova che questi stereotipi si stiano fondendo e avvicinando rispetto al passato?
Sì, ma non è che certi attributi femminili siano diventati maschili. Diciamo piuttosto che certi attributi femminili, veicolati dalla tradizione simbolica sono diventati positivi, e quindi vengono abbracciati anche da modi operativi che fanno parte della tradizione maschile.

Può farci un esempio?
L’elemento tipico femminile della relazionalità, cioè di essere capaci di mettersi al posto dell’altro e di cercare di capirlo e arrivare a un incontro, che rientra nello stereotipo femminile – perché le donne hanno sempre avuto a che fare con i bambini e con i vecchi – si è scoperto essere un grande valore produttivo nel campo dell’industria del marketing. Le aziende, a cominciare dagli Stati Uniti, hanno adottato delle metodologie ispirate a questa capacità di relazioni e dialogo, perché sono più produttive e hanno permesso di aumentare il Pil. Questo vuol dire che ci sono valori tipicamente veicolati da una cultura di rappresentazione del femminile che sono stati recuperati.

A proposito del coinvolgimento delle donne in politica, cosa pensa delle quote rosa?
Le quote rosa sono un meccanismo per far sì che la costituzione funzioni. La costituzione dice che tutti gli esseri umani sono uguali, senza differenza di sesso. Questo non funziona, perché l’ordine simbolico patriarcale è molto più forte della lettera scritta. È formalmente un mondo di uguaglianza, ma le donne hanno uno stipendio inferiore e sono la minoranza in tutti i luoghi in cui si gestisce il sapere e il potere. Man mano che si va avanti verso posizioni di potere c’è il cosiddetto soffitto di cristallo.

Pensa che le quote rosa funzionino?
Ho i miei dubbi che questo meccanismo elementare faccia diventare una maggioranza di donne capo di governo. L’ordine simbolico resta molto forte. Non si può tuttavia negare che abbiamo, per esempio, Angela Merkel in Germania, che è particolarmente importante perché sono anni che gestisce il potere.

Cosa pensa del modo in cui la cancelliera gestisce il potere?
La mia impressione è che lei abbia qualche capacità in più rispetto a colleghi uomini, che le viene dalla sua esperienza femminile, che è quella della relazionalità, della negoziazione, della capacità di non rispettare rigidamente le gerarchie.

Le scuole di pensiero femminista sono in grado oggi di contribuire a un pensiero nuovo, in grado di rifondare la politica in rapporto alle domande della nostra epoca?
Nel mondo della ricerca di lingua inglese c’è una scuola molto forte che nasce da varie correnti femministe, che ha come idee principali quelle di una democrazia radicale, anti-populista, una critica del potere come intreccio di narcisismo e dispotismo. Una critica alle attuali configurazioni di crisi della democrazia, a questa ondata europea e americana di nazionalismi xenofobi.

Cosa propone questa scuola di pensiero?
Un ripensamento della politica all’interno di un ripensamento del concetto di democrazia, che al momento è in grande crisi.

In che modo?
Queste pensatrici propongono una democrazia diretta, una moltiplicazione degli spazi di confronto – degli “spazi interattivi di partecipazione politica”, come li definirebbe Hannah Arendt – e quindi una sburocratizzazione della democrazia. Con un lavoro critico su quella che veniva annunciata come democrazia perfetta, che era quella della rete, dove ognuno a casa sua, nel suo privato, partecipava direttamente al dibattito pubblico.

Gli algoritmi ci hanno dimostrato non essere così…
Per questo serve un ripensamento anche nella sperimentazione della democrazia diretta. Su larga scala bisogna naturalmente operare per creare spazi, reali e non virtuali, per questa democrazia diretta.

In che modo?
Questo tipo di discorso è immediatamente compreso dai vari movimenti di soggettività diversa che lei citava, non solo le donne, ma anche gay e transgender. Questo viene compreso anche da tutto quello che viene catalogato sotto il cappello del volontariato. Il volontario, chi opera in realtà tragiche, come “Medici senza frontiere”, capisce benissimo che quello che sta facendo non è solo operatività ma è anche il vivere assieme e il decidere assieme e quindi la crescita di un’esperienza di soggettività politica. Il contrario del populismo, dove tutti confluiscono in un magma che risponde a sollecitazioni che trovano rispondenza nel ventre.
Gli spazi interattivi di partecipazione politica sono tutto il contrario, sono proprio una politica partecipativa basata sul confronto, sulla relazione, sulla riflessione. L’altro qui non è l’immigrato che viene a rubarci il lavoro, inventato dai populismi, ma colui che tu conosci e con cui ti confronti.

“Dal 68 al #MeToo. Le donne, anima del cambiamento”. Parla Adriana Cavarero ultima modifica: 2018-03-30T13:21:45+01:00 da Matteo Angeli

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