Il reddito di schiavitù della Lega

Più che una misura per restituire dignità a chi è più indietro e ha pagato maggiormente il prezzo della crisi, nonché per affermare un più generale, universalistico, "diritto di cittadinanza", il Reddito di avviamento al lavoro è un cappio attorno al (malcapitato) “beneficiario”
scritto da LUIGI PANDOLFI

Più passano i giorni, più il reddito di cittadinanza va diluendosi, fino a scomparire, nelle trattative incrociate (e incresciose) per la formazione del nuovo governo.

Così, se da un lato il Movimento Cinque Stelle, in vista della presentazione del Def, decide di ripiegare su un molto più modesto aumento delle risorse (due miliardi in più) per il Reddito di inclusione (Rei) di Renzi e Gentiloni, dall’altro la Lega tira fuori la formula del Reddito di avviamento al lavoro (Ral), una misura il cui costo, per gran parte, sarebbe a carico degli stessi beneficiari.

In sostanza, il cittadino si pagherebbe il reddito di cittadinanza da sé, a debito. Un po’ come per la pensione anticipata (Ape volontaria), quando si è pensato di rimediare, malamente, ad alcune ingiustizie della legge Fornero (ah, ecco, un altro tema uscito dall’agenda).

Una “sfida ai pentastellati”? Piuttosto uno schiaffo all’intelligenza e alla dignità degli italiani, verrebbe da dire. Soprattutto degli italiani del Sud, che, com’è noto, la Lega non ha mai amato particolarmente, ma che, con la stessa, sono stati abbastanza generosi alle scorse elezioni (Salvini è senatore della Calabria!).

La proposta del Carroccio, infatti, prevede un assegno mensile di 750 euro per tre anni, finanziato con un prestito a tasso zero dalle poste o dalle banche, con la garanzia di Cassa depositi e prestiti.

Per il primo anno, la parte a carico dello Stato sarebbe del cinquanta per cento, poi scenderebbe al trenta per cento l’anno successivo, per sparire del tutto al terzo anno. A “beneficarne” sarebbero i cittadini con un reddito inferiore a 9.360 euro all’anno (soglia di povertà), con corsia preferenziale per disoccupati e inoccupati.

Nel corso dei tre anni, il percettore del reddito di avviamento dovrà trovarsi un lavoro, ovvero accettare ciò che gli passa il convento (Centri per l’impiego), anche perché – o soprattutto – alla scadenza dei trentasei mesi sarà obbligato a rimborsare le somme mensilmente ricevute. Entro il massimo di vent’anni.

E se uno il lavoro non lo trova? Be’, al danno s’aggiungerà la beffa: di nuovo senza reddito, ma con un debito da saldare e le banche alle calcagna. Per un importo nemmeno da poco, che può essere calcolato, verosimilmente, in ventimila euro (un piccolo mutuo, insomma).

Più che una misura per restituire dignità a chi è più indietro e ha pagato maggiormente il prezzo della crisi, nonché per affermare un più generale, universalistico, “diritto di cittadinanza”, questa nuova trovata sembra un congegno per produrre nuovi schiavi.

In verità, già nella formulazione del Movimento Cinque Stelle l’erogazione dell’assegno era subordinata alla partecipazione a un piano di reinserimento nel mondo del lavoro (al terzo rifiuto di un’offerta di lavoro, fuori), oltre che alla dimostrazione di dedicare almeno due ore al giorno alla ricerca di un lavoro. Un meccanismo molto simile al sussidio di disoccupazione erogato in Germania (Hartz IV), cui si addebita, nondimeno, il moltiplicarsi, l’espansione, di forme sempre più umilianti di lavoro precario e sottopagato. Dieci milioni di tedeschi coinvolti in questo sistema, pensato per elevare il livello di competitività dell’economia, con manodopera sempre più a basso costo.

Ora la Lega va oltre, stringendo un vero e proprio cappio attorno al (malcapitato) “beneficiario” del suo “reddito di avviamento”. Non solo l’accettazione di qualsiasi lavoro, ma il rischio di rimanere indebitati con le banche senza avere un’occupazione.

Però, lo chiamano cambiamento.

 

Il reddito di schiavitù della Lega ultima modifica: 2018-03-30T19:06:49+02:00 da LUIGI PANDOLFI

VAI AL PROSSIMO ARTICOLO:

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento