L’ eterno pendolo della politica cinese, tra autoritarismo e apertura

Xi Jinping non fa che proseguire lungo il percorso dei suoi predecessori, stringendo i ranghi del partito, eliminando con la scusa della corruzione tutti coloro in grado di minacciarlo, puntando tutto su un nazionalismo esasperato e revanscista molto pericoloso
scritto da BENIAMINO NATALE

Con il concentramento di poteri nelle mani di Xi Jinping, il pendolo della politica cinese è tornato verso il polo dell’autoritarismo, allontanandosi in maniera decisa da quello dell’apertura e della liberalizzazione. Sfortunatamente, i nostri politici o non se ne sono accorti, o hanno fatto finta di niente o – come documentato in un precedente articolo dedicato agli exploit dell’ex ministro degli esteri Franco Frattini – hanno esaltato Xi come democratizzatore e riformatore, contro tutte le evidenze.

Sgombriamo il campo subito da un equivoco dovuto in buona parte a titoli fatti troppo in fretta o al desiderio di stupire i lettori sparandole grosse – salvo poi non mantenere le promesse nel corpo dell’ articolo (una delle tante cattive abitudini della stampa italiana). Contrariamente a quanto ampiamente scritto e detto dai nostri media, Xi non – ripeto non – è potente come Mao Zedong. Ha più poteri sulla carta ma non solo Mao ma anche Deng Xiaoping – che è stato presidente della Commissione militare centrale, cioè capo dell’esercito, vicecapo del partito, ma mai segretario generale né presidente della repubblica – avevano un potere reale molto superiore al suo. I successori di Mao, la cosidetta Banda dei Quattro, furono sconfitti da Deng dopo che centinaia di migliaia di cittadini avevano “votato coi piedi” recandosi in massa ai funerali di Zhou Enlai che era stato preso, a torto o a ragione, come simbolo della moderazione e del riformismo dopo gli eccessi dei “quattro”.

Deng fu quindi libero di lanciare le sue audaci riforme – che non avrebbero potuto aver successo senza l’attiva collaborazione dei capitalisti americani, giapponesi ed europei, che trasferirono in Cina buona parte delle loro strutture produttive rispondendo all’appello del “numero uno” cinese.
Lo slancio riformista s’infranse contro lo scoglio di piazza Tiananmen, occupata dagli studenti che generosamente e coraggiosamente, ma anche confusamente, reclamavano democrazia e libertà. Il pendolo si spostò bruscamente verso l’estremo dell’autoritarismo in un drammatico processo descritto con un realismo impressionante nelle “Tiananmen Papers”, un libro che dovrebbe essere letto da tutti coloro che si interessano della Cina dato che è una sorta di finestra aperta sul misterioso mondo dei comunisti cinesi.

Il libro documenta come, al termine di un dibattito a tratti dilaniante, Deng decise di far sgombrare la piazza dall’esercito e di salvare il Partito comunista provocando il massacro di migliaia di cittadini che cercarono invano di difendere i giovani ribelli.

Fu grazie al suo enorme potere di fatto, non di diritto, che pochi anni dopo lo stesso Deng, con il suo “viaggio al sud” del 1992 riportò il pendolo dalla parte delle riforme. Il suo successore Jiang Zemin proseguì su quella linea portando la Cina più vicina che mai a diventare quella che molti politici americani ed europei, convinti della superiorità della nostra civilizzazione, avevano sperato: un grande paese in via di sviluppo con una riserva quasi infinita di manodopera a basso costo (e di dirigenti d’azienda taiwanesi e hongkonghesi che sapevano come farla funzionare a dovere) e un governo “amico” avviato seppur con prudenza sulla via dell’occidentalizzazione (scusate la brutta parola!).

Jiang si fermò solo di fronte all’esplodere del movimento del Falun Gong o Falun Dafa, un’associazione filosofico-religiosa che riuscì a portare diecimila persone a protestare contro la repressione davanti a Zhongnanhai, il compound a due passi dalla Città proibita dove vivono quasi tutti i dirigenti comunisti.
Diecimila persone che protestano davanti a Zhongnanhai!
Come cronista che ha vissuto in Cina per dodici anni, stento tuttora a crederci!

Eppure è successo proprio questo, il 25 aprile del 1999, e il pendolo è tornato di nuovo verso l’autoritarismo, le persecuzioni delle minoranze, gli arresti di massa, le migliaia di condanne a morte.

Il fatto è che il Falun Gong aveva raccolto tanti cittadini comuni ma anche tanti militanti e dirigenti del Partito comunista cinese, buona parte dei quali critici verso la maniera sanguinosa con la quale era stato risolto il problema delle proteste giovanili. Quando si rese che era in pericolo la sopravvivenza del partito, Jiang tornò alla repressione spietata – in un primo momento concentrata sul Falun Gong – tanto che elaborò un tipo di campagna “politica” che fu significativamente chiamata “colpire duro” e che in seguito fu applicata a tutte le minoranze, etniche o politiche che fossero.

Anche Hu Jintao e Wen Jiabao, considerati a torto dei riformisti di ferro da gran parte dei commentatori di tutto il mondo, quando furono messi di fronte al bivio al quale prima o poi sono arrivati tutti i dirigenti cinesi, da Deng compreso in poi, scelsero di sacrificare il riformismo sull’altare principale, quello dove si celebra il potere assoluto del Partito comunista.

Mai convinti fino in fondo a perseguire la strada delle riforme e della democrazia, i due dirigenti a torto oggi criticati all’ interno del Partito – con loro l’economia cinese è veramente esplosa, se giudichiamo con quel metro hanno fatto meglio, molto meglio di Xi Jinping/Li Keqiang (o, se preferite, Xi Jinping/Wang Qishan ) – i due “buonisti” Hu e Wen si sono trovati di fronte le questioni del Tibet (che, si dovrebbe dirlo una volta per tutte, non è mai stato parte della Cina fino a quando non fu invaso dall’Esercito popolare di liberazione nel 1959) e del Xijiang (stesso discorso del Tibet: si tratta di questioni che andrebbero risolte nell’unico modo possibile, cioè interpellando i diretti interessati, gli uighuri e i tibetani).

A Lhasa nel 2008 e a Urumqi nel 2009 gruppi di manifestanti locali, in massima parte giovani, diedero vita a rivolte che sono ancora in corso e che in entrambi i casi sono state caratterizzate da sanguinosi pogrom contro gli immigrati cinesi – e poi alla feroce repressione denunciata sia dagli esuli tibetani sia uighuri.

La svolta verso l’autoritarismo completata da Xi nelle scorse settimane, con l’abolizione dei limiti temporali per le maggiori cariche statali, è iniziata in quei giorni, dopo la saga delle Olimpiadi di Pechino. Le corse di Husain Bolt e le imprese degli atleti cinesi, che vinsero più medaglie d oro degli Stati Uniti, wow! – coincisero con l’inizio della crisi finanziaria, illudendo i dirigenti cinesi che era arrivato il loro momento, che era iniziata una crisi mortale per gli “imperialisti” americani e che quello appena cominciato sarebbe stato “il secolo della Cina”.

Xi Jinping non ha fatto che proseguire quel processo, stringendo i ranghi del partito, eliminando con la scusa della corruzione tutti coloro che avrebbero potuto minacciarlo, puntando tutto su un nazionalismo esasperato e revanscista molto pericoloso se si pensa alle situazioni di Taiwan e del Mar della Cina meridionale e alle dispute sui confini con l’India.

Invece di esaltarlo, i nostri politici – compreso papa Bergoglio – farebbero bene a studiare con attenzione la situazione, a non darle tutte vinte a Xi e ai suoi uomini sperando in improbabili vantaggi futuri, a parlare con le minoranze tibetana e uighura, con i dissidenti fuggiti in Occidente negli anni scorsi come l’avvocatoTeng Biao, o almeno a leggere quello che scrivono esperti della Cina veramente esperti come, per citarne un paio, Jerome Cohen e Perry Link. Persone che potrebbero aiutarli a capire cosa sta succedendo in Cina e ad essere pronti quando il pendolo tornerà dalla parte delle riforme e dell’ apertura. Perché, prima o poi, questo succederà e potrebbe essere la volta che la virata sarà definitiva.

L’ eterno pendolo della politica cinese, tra autoritarismo e apertura ultima modifica: 2018-03-30T18:23:25+02:00 da BENIAMINO NATALE

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