Siria-Italia, il volo (di stato) della vergogna

Secondo Le Monde, il capo dei servizi segreti siriani, uno dei maggiori responsabili del sistema repressivo di Assad, avrebbe incontrato lo scorso gennaio a Roma il suo omologo italiano, Alberto Manenti.
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

Siria-Italia, quella visita della vergogna. Su un aereo di Stato. Italiano. Vergogna silenziata, dai suoi protagonisti e da un’informazione che si nutre di veline e che sta, sempre, dalla parte del potere, anche quando questo ha il volto del “macellaio di Damasco”: Bashar al-Assad.

Questa è la storia di un viaggio “segreto”, che tale doveva restare. E invece ci ha pensato un giornale francese a far saltare i piani. Il capo dei servizi segreti siriani, Ali al-Mamlouk, ha incontrato lo scorso gennaio a Roma il suo omologo italiano Alberto Manenti. Lo hanno detto al quotidiano francese Le Monde “tre fonti ben informate sugli affari siriani, tra cui un agente dell’intelligence di un paese vicino alla Siria”, confermando quanto apparso alla fine di febbraio sul quotidiano libanese Al-Akhbar, vicino al regime di Damasco. 

Scrive Le Monde:

Secondo le nostre informazioni Mamlouk ha raggiunto Roma con un jet privato messo a disposizione dalle autorità italiane. Nella capitale italiana, il capo della sicurezza nazionale, un servizio che supervisiona l’apparato di intelligence siriano, ha incontrato il suo omologo, Alberto Manenti, direttore dell’Aise. 

L’agente di intelligence ha detto al quotidiano francese:

Mamlouk può parlare di migrazione, di questioni di sicurezza, ma sono pretesti. Tocca queste questioni con il solo scopo di approfondire piano piano i rapporti della Siria con Roma in un quadro più generale. Per i siriani, l’Italia è un ponte verso il resto dell’Europa.

Le Monde ricorda che il generale siriano, settantadue anni, è sotto sanzioni internazionali per il ruolo avuto nella repressione della rivolta in Siria. Sebbene abbia continuato a viaggiare negli ultimi anni, recandosi in Giordania, Egitto, Russia, Iraq e Arabia Saudita, la sua visita in Italia, avvenuta “su invito dell’Aise, viola la legge Ue che vieta a molti funzionari siriani di entrare nel territorio dei ventotto stati membri”. Mamlouk è infatti in “terza posizione nella lista nera dell’Ue, dietro al presidente Bashar al Assad e al fratello Maher”, ha ricordato Le Monde.

Sfollati nella guerra civile siriana (immagini di Amnesty International Italia)

Il giornale libanese aveva indicato nel capo della sicurezza libanese, Abbas Ibrahim, l’organizzatore dell’incontro, riferendo quindi che i responsabili italiani

[…] hanno comunicato ad al-Mamlouk che risultati positivi emergeranno presto sul dossier delle sanzioni europee imposte alla Siria e hanno promesso di lavorare con i partner europei per alleggerire le sanzioni, in particolare con i tedeschi che sembrano più morbidi rispetto alle posizioni di Parigi e Londra.

Lo stesso giornale spiegava che

[…] i francesi vorrebbero avere un contatto con Damasco attraverso una terza parte amica dei siriani, ovvero l’Iran, e collaborare con i siriani per ottenere i nomi dei terroristi francesi detenuti in Siria. Cosa che l’Iran ha rifiutato.

Palazzo Chigi come il Viminale si trincerano dietro un imbarazzato, e imbarazzante, silenzio, forse perché i titolari sono impegnati nell’espellere “spie” russe o nello sbrigare pratiche correnti in attesa dei loro sostituti. Ma quel viaggio c’è stato. E ciò la dice lunga della compromissione con il regime siriano che ha accompagnato, sotterraneamente, le lacrime di coccodrillo versate per i bambini siriani massacrati dalle micidiali barrel- bomb sganciate dall’aviazione di Assad su città e villaggi.

Quelli consumati dal regime di Damasco sono crimini di guerra e contro l’umanità, documentati da decine di rapporti delle più importanti associazioni internazionali per i diritti umani, da Human Rights Watch ad Amnesty International; centinaia di massacri di innocenti sono stati denunciati dall’Osservatorio siriano per i diritti umani.

Per questo, il posto che spetta ad Ali Mamlouk, sarebbe quello in prima fila sul banco degli imputati in una “Norimberga siriana” e non certo quello in un confortevole jet di stato. Italiano.

Cosa aveva di tanto importante da dover comunicare al suo omologo italiano, il capo dei servizi segreti siriani? Di quali rivelazioni era portatore? Doveva magari consegnare ai nostri 007 i nomi di qualche jihadista finito poi nelle retate italiane? Resta il fatto che l’Italia ha ospitato uno degli uomini più fidati di Assad. In violazioni delle leggi Ue. In totale spregio della legalità internazionale e del diritto umanitario. In spregio alla memoria delle vittime, centinaia di migliaia, della guerra che nel marzo del 2011 un raìs senza scrupoli ha dichiarato contro un popolo che reclamava libertà e giustizia, sull’onda delle primavere arabe tunisina ed egiziana.

I servizi segreti siriani sono parte fondamentale di quel sistema repressivo che ha portato nelle carceri del regime decine di migliaia di oppositori, molti dei quali scomparsi o massacrati nel corso degli interrogatori. A ricordarlo è “Cesar”. A documentarlo è “Cesar”.

Prima della guerra civile scoppiata in Siria nel 2011, Cesar era un ufficiale della polizia militare incaricato di fotografare le scene di eventuali crimini o incidenti che coinvolgessero membri dell’esercito di Bashar al-Assad. Una routine, questa, che è stata stravolta dal conflitto: dopo gli scontri del 2011, su ordine dei servizi segreti, per due anni Cesar ha continuato la sua classificazione, documentando però le atroci violenze subite dagli oppositori nelle carceri siriane. Nel 2013, Caesar – pseudonimo che cela la vera identità dell’uomo per motivi di sicurezza – diserta dalla polizia militare e lascia la Siria.

Sfollati nella guerra civile siriana (immagini di Amnesty International Italia)

Ma porta con sé una testimonianza di quell’orrore che per due anni, senza esclusioni, è stato costretto a catturare con l’obbiettivo della macchina fotografica. Un archivio digitale di oltre cinquantatremila terribili scatti, tutti autenticati da varie commissioni d’inchiesta indipendenti e che saranno utilizzati come prove per eventuali e futuri processi per crimini contro l’umanità.

L’8 febbraio 2016 il Consiglio per i diritti umani dell’Onu analizza il rapporto sui crimini perpetrati contro i detenuti da parte del governo siriano, dell’Isis e di Jabhat al Nusra e dichiara:

La commissione determina che il governo siriano ha commesso i crimini contro l’umanità di assassinio, stupro o altre forma di violenza sessuale, tortura, sparizione forzata e altri atti inumani.

Le vittime sono insegnanti, attivisti non violenti, studenti universitari, liberi professionisti. Ci sono donne, bambini, anziani, giovani, sunniti, cristiani. Un intero popolo, in tutta la sua complessità. Tra di loro ci sono anche Jihad Qassab, ex difensore della nazionale di calcio siriana, morto sotto tortura nel carcere di Sednaya e Rana Bahlawy, studentessa di ingegneria arrestata nel 2013 per il suo impegno civile.

Le fotografie di Caesar vengono analizzate più volte, la prima delle quali, all’inizio del 2014, da un team formato da sir Desmond Lorenz de Silva (ex procuratore capo della Corte Speciale per la Sierra Leone), sir Geoffrey Nice (ex procuratore nel processo contro l’ex presidente della Jugoslavia, Slobodan Milosevic) e dal Professor David Crane, che condusse l’accusa contro il Presidente della Liberia e signore della guerra Charles Taylor.

Quasi due anni dopo, nel dicembre 2015, anche l’Human Rights Watch conclude la sua analisi, pubblicando un dettagliato rapporto che costituisce un atto d’accusa semplicemente sconvolgente, intitolato Se i morti potessero parlare – Uccisioni e torture di massa nelle strutture di detenzione in Siria.

Sono almeno 17.723 i siriani morti in prigione dal 2011. È questo che viene rivelato in un’allarmante rapporto di Amnesty International, organizzazione internazionale che si occupa di diritti umani. Il rapporto è intitolato Spezza l’essere umano: tortura, malattia e morte nelle prigioni siriane ed inizia con ciò che oggi è tristemente risaputo, vale a dire che:

Per decenni, sia l’intelligence siriana che altre forze di sicurezza hanno commesso torture e maltrattamenti, incoraggiati da una cultura dell’impunità, rafforzata dalla legislazione siriana. Tuttavia nel 2011, da quando l’attuale crisi è iniziata, la situazione è diventata catastrofica, con torture commesse su larga scala.

Ma c’è una prigione in particolare, chiamata in causa nel rapporto di Amnesty International, che potrebbe essere considerata come quella più tristemente nota delle altre.

In un post su Facebook, Yassin Al-Haj Saleh, intellettuale e dissidente  siriano in esilio, che ha trascorso sedici anni nel regime carcerario per essere un membro di un gruppo comunista a favore della democrazia, ha descritto questa prigione come “il posto più orribile al mondo”. Eyal Weizman, direttore dell’agenzia di architettura forense  di Goldsmiths, Università di Londra, ha persino dichiarato al quotidiano britannico The Guardian,  che “quell’edificio è, in sé e di per sé, uno strumento architettonico di tortura”.

Sia Al-Haj Saleh che Weizman fanno riferimento alla prigione militare di Saydnaya, situata a trenta chilometri a nord di Damasco. È questo il carcere sul quale Amnesty International ha provato a richiamare l’attenzione, collaborando con l’architettura forense ed avendo il supporto di testimonianze concrete di sessantacinque persone sopravvissute alle torture. Il loro resoconto testimonia alcuni orrori che i dissidenti del regime di Saydnaya hanno dovuto sopportare dall’inizio della rivoluzione avvenuta nel 2011.

La prigione di Saydnaya in un’immagine di Google Maps

Un uomo, chiamato “Jamal A” da Amnesty International per proteggere la sua identità, è stato arrestato per aver aiutato dei civili rimasti sfollati a causa dei conflitti, ed è stato mandato a Saydnaya nell’ottobre del 2012, dove è rimasto sino a gennaio del 2014. Egli ricorda:

Non appena siamo arrivati ci hanno messo tutti nella doccia [una parte della cella] uno sopra l’altro. Ovviamente eravamo nudi. Il mio pene poggiava sulla schiena di un compagno di cella. Mi vennero i crampi e dovetti muovere la gamba, quindi il mio amico prese lo spazio che avevo creato muovendola. Poi per sbaglio ho messo il mio piede sul suo pene. Gridò. Per questo motivo ci picchiavano con una spranga di acciaio sui palmi delle mani. In passato ero stato operato ad una mano, loro lo sapevano ma si sono concentrati a colpire proprio quel punto, sempre più forte. Per via della mia precedente operazione il dolore era dieci volte più forte.

La grande maggioranza di quei prigionieri, torturati, stuprati, uccisi o ridotti a larve umane, erano stati individuati dai servi segreti di Assad.
Servizi di cui Ali Mamlouk è a capo. Un capo riverito.
Almeno in Italia.

Siria-Italia, il volo (di stato) della vergogna ultima modifica: 2018-03-30T12:12:04+01:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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