José Efraín Ríos Montt. Morte di un dittatore

Accusato di aver ucciso millesettecento maya ixil durante il suo governo, il suo nome in Guatemala suscita le stesse sinistre memorie di un Pinochet in Cile o di un Videla in Argentina. Se ne è andato confortato dagli affetti familiari a novantun anni
scritto da CLAUDIO MADRICARDO

Se ne è andato confortato dagli affetti familiari a novantun anni José Efraín Ríos Montt, ex dittatore del Guatemala dal marzo del 1982 all’agosto del 1983, quando è stato a sua volta deposto con un golpe dal suo ministro della difesa. Accusato di aver ucciso millesettecento maya ixil durante il suo governo, il suo nome nel paese suscita le stesse sinistre memorie di un Pinochet in Cile o di un Videla in Argentina.

Aveva frequentato la famosa Escuela de las Américas, organizzata dalla Cia a Panama e per il crimine commesso era stato condannato a ottant’anni di carcere, riuscendo a non scontare nemmeno un giorno, dopo che la corte costituzionale del Guatemala ha annullato la sentenza nel 2013 ordinando un nuovo processo che non è mai partito a causa della demenza senile di cui soffriva. E che gli ha evitato che la galera.

Sempre dichiaratosi innocente, era nato sull’altopiano a Huehuetenango, entrando a diciotto anni nell’esercito. Le cronache gli attribuiscono un ruolo marginale nel golpe organizzato dalla Cia contro Jacobo Arbénz, presidente di sinistra del Guatemala che fu defenestrato nel 1954.
Nel 1974 si era presentato candidato alla presidenza per il Frente de Oposición Nacional, uscendo battuto da un altro generale. Imputò allora la sua sconfitta alla chiesa cattolica, accusata da Montt di essere un covo di comunisti. Di lì a poco il suo abbracciare la confessione evangelica diventando ministro della chiesa pentecostale della Parola e fautore del ramo fondamentalista del protestantesimo. Nel marzo del 1982 il colpo di stato che lo proiettò ai massimi vertici del potere in Guatemala e che ha segnato il resto della sua esistenza.

Al nome di Montt si collega il periodo più violento di una guerra civile durata trentasei anni, che vide migliaia di campesinos uccisi dalle Patrullas de Autodefensa Civil, da lui create e armate. Ammirato dall’ex presidente americano Richard Nixon per aver sventato il pericolo che il Guatemala cadesse in mano comuniste come già il Nicaragua, Montt ha rappresentato l’ideale del cristiano conservatore evangelico che in una mano tiene la Bibbia mentre nell’altra afferra saldamente il fucile. Ben assistito da un collegio di avvocati, è riuscito a evitare l’accusa di genocidio e alla fine pure un nuovo processo per le sue condizioni di salute precarie.

Nel 1989 fondò il Frente Republicano Guatemalteco con il quale si presentò alla corsa per la presidenza, essendone escluso in virtù di una sentenza che impediva ai partecipanti ai golpe di parteciparvi. Ci riprovò nel 2003 piazzandosi al terzo posto con il 19 per cento dei suffragi.

La storia di Rios Montt interseca quella di Rigoberta Menchú, premio Nobel per la Pace, che gli intentó nel 1999 un processo per genocidio e terrorismo di stato in Spagna. Anche se è stato solo nel 2012 che Montt venne accusato formalmente di genocidio da un tribunale guatemalteco assieme ad altri tre militari.

Per quanto il procedimento cominciato nel gennaio del 2013 costituisca un evento di portata storica perché per la prima volta al mondo un ex capo di stato veniva chiamato a rispondere di genocidio di fronte a un tribunale dello stesso paese in cui il crimine era stato commesso, Montt, condannato a scontare ottanta anni di carcere, non ha passato un solo giorno della sua lunga esistenza in un carcere del Guatemala.

Le grida di “¡Justicia!” con cui i famigliari delle vittime accolsero allora un po’ troppo ottimisticamente la lettura della sentenza della giudice Yasmín Barrios rimangono definitivamente deluse nella terra degli alberi.

José Efraín Ríos Montt. Morte di un dittatore ultima modifica: 2018-04-02T21:51:18+01:00 da CLAUDIO MADRICARDO

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