È Bibi il maggior rischio per Israele

La pessima gestione dell'emergenza immigrazione e della crisi di Gaza mette in evidenza come, per la propria sopravvivenza politica, Netanyahu stia inasprendo la repressione nei confronti dei palestinesi e cavalchi l’insicurezza sociale indicando al paese un altro nemico contro cui scagliarsi: i rifugiati africani.
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

Un premier nel pallone. Che in pochi minuti prima annuncia l’accordo con l’Onu salvo poi fare marcia indietro di fronte alle negazioni che piovevano da paesi, tra cui l’Italia, nei quali quei sedicimila disperati dovevano essere deportati.

Una figuraccia mondiale fatta da un primo ministro che per dar retta alle pulsioni più estremiste ha esposto Israele alle critiche della comunità internazionale e delle stesse comunità ebraiche

dice a ytali Avi Gabbai, segretario generale del Labour.

Annota Noa Landau, editorialista di Haaretz:

“Qualche volta ci sono sorprese”, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha cercato di spiegare ai suoi seguaci su Facebook lunedì sera per quanto riguarda l’accordo tra l’Unhcr e Israele per ricollocare richiedenti asilo africani nei paesi occidentali, pochi attimi prima di rinnegare e annunciare la sospensione di tale accordo.

Una confusione totale, che ha destato sbigottimento a destra e a sinistra, alla luce della sua decisione di firmare un accordo che potrebbe finalmente risolvere l’assorbimento di migliaia di richiedenti asilo dall’Africa in Israele. Rileva ancora Landau:

Dopo anni di dichiarazioni populiste e incitamento sistematico contro un piccolo gruppo senza status di residenza Netanyahu è stato costretto ad ammettere che la soluzione migliore è in realtà quella contro cui ha combattuto per tutto il tempo: riconoscere i rifugiati in linea di principio, la cooperazione internazionale, assorbire coloro che rimangono come residenti, ricollocandoli in tutto il paese e dando vita a un piano di rigenerazione sociale per le aree più degradate di Tel Aviv. Ma per raggiungere quest’obiettivo ragionevole, Israele è stato costretto a passare attraverso procedure imbarazzanti con minacce di carcere illimitato e deportazione forzata finché il mondo non si è fatto avanti per salvarci da noi stessi.

La frittata è fatta. E a farla è un “doppio” Netanyahu: il primo ministro e il titolare ad interim degli esteri.

La diplomazia israeliana ha cercato di mettere una pezza, ma il buco è troppo grande. E così, dopo aver fatto marcia indietro il lunedì di Pasqua, Netanyahu ha annullato l’accordo con l’Alto Commissariato per i rifugiati dell’Onu (Unhcr) per la risistemazione in alcuni paesi europei dei sedici mila richiedenti asilo provenienti dall’Africa e attualmente in Israele.

Il premier israeliano ha deciso nel corso della notte l’annullamento dell’accordo, costretto a fare i conti con le proteste incrociate di una parte della popolazione e di alcuni suoi ministri, oltre che con le smentite di paesi come Italia e Germania, che hanno negato l’esistenza di alcun accordo per il ricollocamento dei richiedenti asilo.

Benjamin Netanyahu

Dopo essersi incontrato con il ministro degli interni Arie Deri, Netanyahu ha spiegato:

Ho ascoltato con attenzione i molti commenti, ho riesaminato i vantaggi e le mancanze e ho deciso di annullare l’accordo. 

Ma il problema rimane e quindi, aggiunge Netanyahu

continueremo ad agire con determinazione per ricorrere a tutte le possibilità che abbiamo a disposizione per far uscire gli infiltrati dal paese.

La mossa del premier è arrivata dopo aver visitato oggi i quartieri sud di Tel Aviv dove è più forte la presenza dei migranti.

Insomma, il premier resta comunque determinato a mandare via i migranti irregolari.

Nonostante crescenti difficoltà legali e internazionali, continueremo ad agire con determinazione per esaurire tutte le possibilità a nostra disposizione per far uscire gli infiltrati

ha garantito Netanyahu lasciando il campo aperto a cercare ulteriori soluzioni.

Ma la strada per Bibi è tutt’altro che in discesa.

All’ufficio del premier in queste settimane sono arrivate migliaia di lettere contro il provvedimento. Fra queste ce n’è una indirizzata personalmente a Benjamin Netanyahu e non può non averla notata perché firmata da trentasei sopravvissuti all’Olocausto che avevano scritto di non riconoscersi nello stato ebraico che lui tratteggia per il futuro e che il suo piano di deportazione snatura l’essenza di Israele. 

Il 24 marzo scorso oltre ventimila israeliani hanno partecipato a Tel Aviv a una manifestazione di protesta contro le espulsioni. A firmare petizioni e appelli, intellettuali, scrittori, artisti, medici, rabbini, sopravvissuti della Shoah e gente comune. 

Sui social, è partita la campagna “anch’io sono contro l’espulsione dei rifugiati”, e alcuni vip hanno postato la loro foto con il cartello di adesione. 

Sappiamo bene cosa significa essere rifugiati. Non espellete i profughi africani, il loro destino è come il nostro: così li condannate a sofferenze, torture e morte.

Così trentasei sopravvissuti israeliani all’Olocausto in una lettera aperta al premier Netanyahu scritta per difendere diecimila richiedenti asilo del Sudan e dell’Eritrea che potrebbero essere mandati in Ruanda.

Si legge nella lettera:

Proprio perché siamo ebrei, sappiamo cosa vuol dire sentirsi abbandonati nel momento più difficile. Per questo non possiamo cedere all’indifferenza né all’espulsione dei richiedenti asilo. Lo stato israeliano deve proteggerli.

Oltre al Deuteronomio (“Non consegnerai al suo padrone lo schiavo che, dopo averlo lasciato, si sarà rifugiato presso di te. Rimarrà da te, nel tuo paese, nel luogo che avrà scelto, in quella delle tue città che gli parrà meglio; e non lo molesterai”, 23:15), i trentasei citano anche Elie Wiesel, il premio Nobel per la pace e anche lui sopravvissuto ai lager nazisti, che nel sessantesimo anniversario della liberazione di Auschwitz disse:

Il passato è il presente, ma il futuro è ancora nelle nostre mani, come le vostre sono nelle mie. Il mondo imparerà mai?

Decine di intellettuali, tra cui gli scrittori David Grossman, Amos Oz e Abraham Yehoshua, si sono mobilitati a favore dei migranti africani di Israele.

Nelle sorse settimane, sul quotidiano Haaretz è apparso un annuncio a pagamento, sottoscritto da decine di impiegati nei voli commerciali, in cui si fa appello a tutte le compagnie aeree di rifiutarsi di riportare i migranti in Africa. Tre piloti della compagnia El Al hanno già annunciato che non voleranno per protesta contro il governo.

Ma la vicenda-rifugiati, è la spia di qualcosa di più profondo che sta marchiando Israele. In negativo.

Di ciò è convinto il professor Zeev Sternhell, il più autorevole storico dello stato ebraico, che in un lungo articolo per Haaretz e Le Monde, esordisce così:

Mi chiedo spesso come uno storico tra cinquanta o cent’anni interpreterà il nostro periodo. Si chiederà quando la gente in Israele ha iniziato a rendersi conto che lo stato che si era stabilito nella Guerra d’Indipendenza, sulle rovine degli ebrei europei e al prezzo del sangue di combattenti, alcuni dei quali sopravvissuti all’Olocausto, aveva dato vita a una vera mostruosità per i suoi abitanti non ebrei. Quando alcuni israeliani hanno cominciato a capire che la loro crudeltà e la loro capacità di opprimere gli altri, palestinesi o africani, hanno iniziato a erodere la legittimità morale della loro esistenza come entità sovrana.

Dalle affermazioni di esponenti della destra fondamentalista, conclude Sternhell:

Si può supporre che, anche se tutti si fossero convertiti, cresciuti con riccioli laterali e avessero studiato la Torah, questo non sarebbe loro  d’aiuto. Questa è la situazione nei confronti dei richiedenti asilo sudanesi ed eritrei e dei loro figli, che sono israeliani a tutti gli effetti. È così che è stato sotto i nazisti. Più tardi arriverà l’apartheid, che potrebbe applicarsi in determinate circostanze agli arabi che sono cittadini di Israele. La maggior parte degli israeliani non sembra preoccupata.

Anche le ong hanno sottoscritto un appello per fermare il piano di deportazioni. A firmarlo anche Amnesty International, l’associazione per i diritti civili Acri, Kav laOved che si occupa dei diritti sociali dei lavoratori stranieri in Israele e l’organizzazione di assistenza ai profughi Assaf.

Secondo quanto riferito dal Jerusalem Post le ong affermano che

Israele manda questi profughi in un paese insicuro. Molti di loro rischiano la morte. Nel Ruanda non c’è sicurezza. Quanti vi sono già stati espulsi da Israele si sono trovati esposti a minacce fra cui rapimenti, torture e traffici umani. Anche là sono costretti a vivere da profughi. Solo pochi di loro riescono infine a raggiungere un paese sicuro.

Un problema in più per Benjamin Netanyahu, che si aggiunge alla sfida lanciatagli da Hamas con la Marcia del ritorno.

C’è il rischio, convergono analisti politici di diverso orientamento, che di fronte ai guai giudiziari accumulati, Netanyahu sia tentato, da un lato, di inasprire la repressione nei confronti dei palestinesi, e dall’altro di spostare sempre più a destra la politica del suo governo, cavalcando l’insicurezza sociale e indicando al paese un altro nemico contro cui scagliarsi: i rifugiati africani.

Di fronte a tutto ciò, è sempre più attuale, e tutt’altro che antisionista, chiedersi dove stia andando Israele e cosa sia davvero ancora rimasto in vita di quei valori inclusivi, di un nazionalismo corazzato di democrazia che fu alla base del pionierismo sionista.

È Bibi il maggior rischio per Israele ultima modifica: 2018-04-03T17:38:35+02:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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