L’autogol di Rajoy riapre la partita catalana

Il verdetto dei giudici tedeschi a favore di Carles Puigdemont è un colpo durissimo per il governo spagnolo e crea le condizioni favorevoli per rinnovare la sfida a Madrid
scritto da ETTORE SINISCALCHI

Giovedì scorso la Corte superiore del Land tedesco dello Schleswig-Holstein ha rigettato l’ordine di estradizione in Spagna di Carles Puigdemont per i reati di ribellione e sedizione. Per un terzo reato, malversazione, la Corte ha chiesto alla Spagna nuove informazioni complementari. La sentenza non è ricorribile, come ha spiegato all’agenzia Efe la portavoce della Corte, Wiebke Hoffelner.

Il verdetto è un colpo durissimo sia per il governo spagnolo sia per il teorema giudiziario costruito da Pablo Llarena, il giudice del Tribunale supremo spagnolo che segue la vicenda e che emise l’ordine di cattura europeo. Il presupposto dell’azione violenta per sovvertire l’ordine costituzionale – il reato di ribellione, articolo 479 del codice penale, che prevede specificamente l’uso pubblico della violenza per dichiarare l’indipendenza di parti del territorio, ed è punibile con trenta anni di carcere – è stato rigettato e lo stesso vale per il reato di sedizione, che prevede l’uso della forza per impedire l’applicazione di leggi dello stato, punibile con quindici anni. Resta in piedi il solo reato di malversazione, relativo all’utilizzo di risorse del bilancio autonomico per lo svolgimento del “referendum” indipendentista del primo ottobre 2017, la cui illegalità venne sancita dal Tribunale costituzionale spagnolo. Puigdemont è stato lasciato libero dietro il pagamento di una cauzione di 75 mila euro in attesa della deliberazione sulla richiesta per malversazione.

Mai come questa volta è corretto dire di un’iniziativa che si sia risolta in un boomerang. La richiesta di arresto europeo ha comportato un’internazionalizzazione della vicenda consentendo che su di essa si posasse uno sguardo non inquinato dalle narrazioni e dalle condotte dei rappresentanti istituzionali e politici catalani e spagnoli. Da queste colonne  avevamo ritenuto che potesse accadere, ipotizzando che uno sguardo “altro” non avrebbe frenato la sua analisi davanti al muro “narrativo” che i protagonisti della vicenda, in Catalogna come a Madrid, avevano eretto.

La Corte (la sentenza si può trovare in spagnolo a cura de La Vanguardia), dopo aver respinto diverse eccezioni della difesa che mettevano in discussione la legittimità della richiesta, non mette neanche in dubbio la sussistenza degli incidenti che si verificarono il primo ottobre. Nel rapporto di fiducia che lega gli stati europei li dà per scontati. Sempre in quest’ottica accoglie anche la tesi spagnola per cui le responsabilità di quegli atti violenti fossero di Puigdemont, in quanto promotore del referendum. Ma nega che siano stati atti tali da giustificare le accuse formulate.

Gli atti violenti prodotti il giorno della votazione non furono sufficienti – come d’altra parte mostra il corso della storia – per fare pressione sul governo in modo tale che esso si vedesse “forzato a capitolare davanti alle richieste dei violenti” [recita la sentenza]. Malgrado la legislazione spagnola possa intenderlo in un’altra maniera, in Germania il “potere della massa” derivato da un assembramento di masse di persone non sarebbe sufficiente per raggiungere il livello di violenza [che esige il codice penale tedesco per configurare la sussistenza del reato].

Insomma, non basta dire, né gridare, di volere l’indipendenza per attentare all’unità di un paese. Non basta scendere in piazza a migliaia per essere sovversivi dell’ordine costituito anche se di quell’ordine si mettono in discussione le decisioni. Una lezione che misura la distanza tra la civiltà giuridica europea e la tendenza attuale della Spagna a delegare al sistema giudiziario questioni che dovrebbe affrontare la politica.

L‘esecutivo di Madrid ha accusato il colpo con imbarazzo, anche per velocità e nettezza della sentenza. Ha parlato solo la vicepresidente Soraya Sáenz de Santamaría.

Il governo non esprime mai pareri su decisioni giudiziarie. Ancor di più quando si tratta di tribunali di altri paesi. Le rispetta sempre quando gli piacciono e quando no,

ha dichiarato alla stampa.

Il governo è convinto che la giustizia spagnola adotterà le misure più adeguate davanti alle nuove circostanze per ottenere l’applicazione delle leggi del nostro paese

ha aggiunto.

Sfumate anche le reazioni dal Pp.

Quello che ci sorprende è che un giudice decida in 24 ore se ci sia o meno violenza quando c’è un giudice istruttore in Spagna che ci lavora da mesi,

ha dichiarato il coordinatore generale, Fernando Martínez-Maillo. Definendo la vicenda come

strettamente giudiziaria che nulla ha a che vedere con l’ambito politico [ma sulla quale] non credo sia stata l’ultima parola.

Più duro il portavoce di Ciudadanos alla Camera, Juan Carlos Girauta.

Credo che la risoluzione è sommamente sfortunata per ragioni tecniche che considero molto gravi. Un giudice di terza categoria di una democrazia europea in due o tre giorni analizza sei mesi di istruttoria e fa quello che è espressamente vietato dalla normativa del 2002 sull’euro ordine di cattura: entrare nel merito del fatto.

Si capiscono le difficoltà del governo e dei popolari, come la maggiore aggressività di Ciudadanos, lanciati alla rincorsa della supremazia. I rapporti con la Germania sono tali da non poter alzare la voce. Lo scorso fine settimana si è tenuta la Convenzione nazionale di Siviglia. Era stata pensata come kermesse che celebrasse il governo di minoranza del Pp, pensando di avere la legge bilancio approvata, di raccogliere i frutti della linea giudiziaria rispetto alla questione catalana, sperando di avere Puigdemont già nelle mani della giustizia e un governo, o un nuovo voto, a sancire l’applicazione del 155 in Catalogna. Rassicurante lo slogan, Con te cresce la Spagna, rassicurante la scenografia, con Mariano Rajoy che ha parlato davanti alle immagini rasserenanti di una cascata.

Ma l’occasione per rilanciare il partito è arrivata nel momento peggiore. Il bilancio ancora in alto mare, la sentenza tedesca è arrivata come una bomba mentre esplode lo scandalo di Cristina Cifuentes (presidente della Comunità di Madrid e del Pp del distretto della capitale, che il quotidiano on-line eldiario.es ha scoperto essere insignita di un master dell’Univeristà Rey Juan Carlos di Madrid ottenuto illegalmente) e l’ennesimo sondaggio di opinione conferma l’ipotetico sorpasso di Ciudadanos sul Partido popular – anche se gli arancioni di Albert Rivera sono sempre stati sopravvalutati dalle inchieste. Rajoy deve affrontare un momento difficile nella gestione dei rapporti con l’alleato tedesco. Una dichiarazione della ministra della giustizia tedesca, Katarina Barley, poi smentita, che avrebbe definito come “assolutamente corretta” la decisione della Corte tedesca, era stata ritenuta “infelice” da Madrid. Il rapporto con Angela Merkel è stato l’asse della politica europea di Mariano Rajoy, e un accenno di euro ostilità conseguente alla decisione giudiziaria increspa le acque dell’elettorato del Pp e viene raccolta anche da alcuni esponenti del partito.

Durante la Convenzione il portavoce nel parlamento europeo, Esteban González Pons, ha detto che

l’Europa si fonda sulla fiducia degli stati. Se serve perché alcuni ne mettano in discussione altri la Ue perde il suo ruolo.

Pronto Rajoy ha acquietato gli animi non nominando i problemi. Non ha citato la sentenza, non ha fatto riferimento alle polemiche con la Germania, nulla ha detto sulle disavventure della Cifuentes né sui problemi a varare il bilancio. Ha rivendicato:

Abbiamo tirato fuori la Spagna dalla crisi, evitando un doloroso commissariamento dell’economia e abbiamo applicato l’articolo 155 in Catalogna.

Ha fatto appello al “senso comune”, ricordando la differenza tra il dire e il fare.

Mentre il Psoe di Pedro Sánchez resta ai margini del dibattito, si muove il vecchio Felipe González, che domenica si è fatto intervistare dal programma Salvados, del giornalista Jordi Évole, assumendo un tono più conciliante che in passato. Secondo González i leader indipendentisti “dovrebbero essere in libertà fino a sentenza definitiva” e la risposta dello stato deve essere “la più garantista”.

Sul fronte separatista la sentenza è stata accolta come una vittoria ma anche lì la gioia appare contenuta. La sentenza non mette in discussione le politiche ma a partire da quella qualcuno potrebbe farlo. Le politiche possono avere conseguenze se si comincia a chiederne conto. Perché indicare un obiettivo irrealizzabile, cercare uno scontro senza convenienze, condurre un’improvvisata campagna che ha condotto il paese davanti a una grave crisi senza aver mai voluto ottenere quei risultati, repubblica e indipendenza, che si diceva di perseguire a una cittadinanza invitata a mobilitarsi per difenderli? Evitando che questo accada, prosegue il doppio binario del tentativo di formazione di un governo e di sotterranee rese dei conti tra alleati. Si cerca la convergenza della sinistra di Ada Colau su un governo degli indipendentisti ma i Comuns ribattono con la necessità di un governo ampio che superi l’orizzonte separatista.

Le circostanze favorevoli rinnovano tentativi di sfidare Madrid. Il presidente del Parlament, Roger Torrent, ha consentito il voto delegato a Puigdemont e convocato l’Aula per investire alla presidenza Jordi Sánchez, il leader dell’Assemblea Nacional Catalana in carcere dal 16 ottobre scorso. La richiesta del permesso per far uscire dal carcere il candidato e presenziare alla sessione d’investitura è già stata presentata al giudice del Tribunale supremo, Pablo Llarena.

L’autogol di Rajoy riapre la partita catalana ultima modifica: 2018-04-09T22:37:50+02:00 da ETTORE SINISCALCHI

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