Siria, a un passo dalla guerra totale

Con la strage di Douma le cose sembrano cambiare. Trump annuncia decisioni importanti nelle prossime 24-48 ore. Si passa da una guerra internazionalizzata a una guerra totale, destinata a cambiare il corso degli eventi non solo nella partita siriana ma sull’intero scacchiere mediorientale.
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

Cinquecentoundicimila morti. Oltre sei milioni di profughi. Un Paese in macerie. Una guerra entrata nel suo ottavo anno, tra red line evocate a parole restate sempre tali. Fino a oggi. Perché con la strage di Douma le cose sembrano cambiare. Un cambiamento che non risiede tanto nella pur tragica dimensione del massacro – oltre cento morti, in maggioranza donne e bambini, millecinquecento i feriti – o nelle scioccanti immagini di bambini soffocati dai gas. Non è la cifra della tragedia umana che aiuta a comprendere i perché del passaggio da una guerra internazionalizzata a una guerra totale destinata a cambiare il corso degli eventi non solo nella partita siriana ma sull’intero scacchiere mediorientale.

Non serve rincorrere gli insulti, la definizione di “animale” che Donald Trump ha affibbiato a Bashar al-Assad o le invettive lanciate contro l’“entità sionista” da Teheran e Damasco. La guerra totale non nasce dall’ira né da un sentimento di indignazione, e nulla ha a che fare con l’ingerenza umanitaria che Karol Wojtyla invocò di fronte all’assedio di Sarajevo e alle fosse comuni balcaniche. La guerra totale nasce dalla difesa degli interessi di potenza e da patti molto meno ferrei di quello che apparivano.

Il fatto è che Bashar al-Assad si è sentito davvero il vincitore della guerra siriana. E come tale si sta comportando, andando oltre i desiderata dei suoi burattinai russi e iraniani. Il raìs siriano sa che per restare a galla deve alzare l’asticella dello scontro, conquistare quanto più territorio possibile per non essere sacrificato sull’altare di una “Jalta mediorientale”. Per questo Assad ha bisogno di chiudere definitivamente i conti con i ribelli nella Ghouta orientale, asserragliati nell’ultima ridotta rimastagli: Douma. Deve sbrigarsi, Assad, per poter dislocare le forze impegnate nella Ghouta orientale sul fronte israeliano, nella parte del Golan che è ancora Siria.

Il lancio di un missile Tomahawk, come quelli utilizzati nel raid del 7 aprile 2017, quando gli Usa colpirono l’aeroporto di Shayrat, dopo la strage con il sarin nel villaggio di Khan Sheikhun.

È un calcolo politico, prim’ancora che militare, quello fatto da Assad. Sintetizzabile così: per legittimarsi nei confronti della comunità internazionale, quanto meno come “male minore”, il presidente siriano ha giocato la carta jihadista, spacciandosi come argine contro il “Califfato” che rischiava di trasformare l’intera Siria come il “nuovo Afghanistan” dei tempi talebani: lo Stato della Jihad. Per ottenere questa consacrazione, Assad ha alimentato il jihadismo, liberando dalle galere centinaia di tagliagole che hanno ingrossato le file dell’Isis, a cominciare dal suo capo, Abu Bakr al-Baghdadi. Ora però che l’Isis è in ritirata, anche se lontano dall’essere stato eliminato, Assad ha bisogno di costruirsi un’altra immagine, rivolta soprattutto al mondo arabo e musulmano: quella del novello “Saladino” che sul territorio siriano contrasta l’espansionismo sionista.

È un disegno cinico ma tutt’altro che campato in aria. Perché dall’altra parte della barricata c’è un primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, impelagato in guai giudiziari che rischiano di porre fine alla sua lunga carriera politica, e per evitare ciò, non c’è niente di meglio che praticare il terreno da sempre più congeniale alla destra nazionalista israeliana, cioè il terreno della sicurezza minacciata dai Nemici che circondano lo Stato ebraico e da quella che viene dipinta come la Minaccia mortale: l’Iran. I servizi di intelligence israeliani calcolano in almeno ventimila gli “iraniani” operanti in Siria, tra Guardiani della Rivoluzione, Hezbollah libanesi e miliziani sciiti iracheni. Netanyahu lo ha più volte ripetuto: Israele non consentirà mai che l’Iran si insedi stabilmente in Siria.

Il raid aereo contro la base aerea T-4 è solo l’avvisaglia di ciò che potrà accadere in un futuro che si fa presente. Ed è in questo scenario che s’inserisce l’“enigma Trump”, quello cioè di un presidente che nel giro di pochi giorni passa dallo “sciogliete le righe” e “tornate a casa” per gli oltre 2000 militari Usa attualmente presenti in Siria, al “entro 24-48 ore vi saranno novità” sullo stesso fronte. Novità, vale a dire reazione americana al massacro di Douma che l’amministrazione Trump imputa all’“animale di Damasco”, Bashar al-Assad. La decisione di Donald Trump, attaccare o no la Siria, è questione di ore. Gli Stati Uniti preparano “una forte risposta all’atto barbarico”, l’attacco chimico attribuito a Bashar al Assad contro la popolazione di Douma. E, questa volta, tutto lascia pensare che gli americani non saranno soli. Domenica sera Trump si è sentito al telefono con il presidente francese Emmanuel Macron. Nel comunicato della Casa Bianca si legge: «I due leader hanno concordato di coordinare una forte, comune risposta».

Emmanuel Macron riceve Donald J. Trump durante le celebrazioni della presa della Bastiglia a Parigi, nel luglio 2017.

L’asse sulla Siria tra Washington e Parigi non è una novità. In diverse occasioni il presidente francese si era impegnato pubblicamente a partecipare con gli americani a blitz punitivi contro Assad. L’inquilino della Casa Bianca ha detto esplicitamente che “ogni opzione è sul tavolo”. Compresa quella militare. L’attesa è per un raid, simile a quello del 7 aprile 2017, quando gli Usa colpirono con 59 missili Tomahawk l’aeroporto di Shayrat, dopo la strage con il sarin nel villaggio di Khan Sheikhun. “Prenderemo una decisione importante entro 24-48 ore”, ha aggiunto ieri il presidente americano, rivolgendosi ai giornalisti, prima di cominciare la riunione del suo governo:

È stata un’azione atroce, orribile. Qui stiamo parlando di umanità, non possiamo permettere che accadano queste cose. Stiamo studiando la situazione in modo molto accurato. Sapete che la zona è circondata e quindi è difficile raccogliere elementi. Se dicono di essere innocenti, perché hanno chiuso l’area? Vedremo di chi sono le responsabilità, se della Russia, della Siria, dell’Iran o di tutte e tre insieme. Lo scopriremo presto e la nostra reazione sarà rapida.

A spingere Trump verso la linea dura è soprattutto l’uomo nominato Consigliere alla sicurezza nazionale: l’ambasciatore John Bolton, un super falco. D’altro canto, margini per una soluzione diplomatica non esistono. La riprova la si è avuta dalla riunione d’urgenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite chiamato a discutere dell’attacco chimico del 7 aprile a Douma. Durante la riunione al Palazzo di Vetro, l’ambasciatore russo Vassily Nebenzia ha parlato di fake news progettate per distogliere l’attenzione dal caso dell’avvelenamento dell’ex spia russa Sergei Skripal in Gran Bretagna e alimentare le tensioni internazionali contro Russia e Siria, che sarebbero fomentate anche da Londra e Parigi. L’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac)

deve immediatamente volare a Damasco (…) nessun residente ha confermato l’attacco chimico a Duma, non ci sono notizie negli ospedali di sintomi da attacco chimico e non è stato trovato nessun corpo contaminato.

Ma Washington insiste: l’ambasciatrice Usa alle Nazioni Unite Nikki Halyal sottolinea che

la storia registrerà questo momento come quello in cui il Consiglio di Sicurezza o si impegna sui suoi doveri oppure dimostra il suo triste e completo fallimento nel proteggere la Siria. [Aggiungendo che] in ogni caso, gli Stati Uniti risponderanno.

Rispondere per frenare i propositi di Assad e del suo sponsor iraniano. Rispondere per contrastare l’affermarsi della mezzaluna sciita sulla direttrice Baghdad-Damasco-Beirut. Rispondere per non lasciare che a farlo, e in grande stile, forse troppo, sia il primo alleato mediorientale degli Stati Uniti: Israele. A sua volta sostenuto, su questa linea interventista, dall’Arabia Saudita del principe ereditario Mohammed bin Salman.

Un F-22 Raptor, della base di Al Dhafran, in volo sulla Siria il 2 marzo durante operazioni contro l’ISIS.

Se visto da questa angolatura, il braccio di ferro ancora in corso al Palazzo di Vetro appare per quel che è: non il tentativo di giungere a un compromesso praticato su Douma, ma scaricare sull’altro la responsabilità dell’ennesimo fallimento diplomatico. Ecco allora la Russia rifiutare la nuova proposta degli Stati Uniti di un’indagine indipendente per identificare i responsabili degli attacchi con armi chimiche in Siria. È stato lo stesso ambasciatore russo alle Nazioni Unite, Vassily Nebenzia, a dichiarare ai giornalisti che la bozza di risoluzione presentata dall’Onu “contiene alcuni elementi inaccettabili che la peggiorano” rispetto alla precedente proposta degli Stati Uniti.

E allora tutto lascia presagire che il problema all’ordine del giorno al Pentagono sia la dimensione della risposta e non più se praticarla. Al momento non ci sono portaerei americane nell’area, ma Washington può sempre contare su sottomarini e cacciatorpediniere o incrociatori per il lancio di missili Tomahawk, sulla grande base qatarina di Al Udeid – sede del Comando avanzato della componente aerea del Centcom E (Central Command) – dove sono rischierati bombardieri B-1B Lancer, sulla base emiratina di Al Dhafra – dove sono di stanza cacciabombardieri F-15E, caccia a bassa rilevabilità radar e IR F-22 Raptor e caccia F-16 – e sugli F-16 schierati nella base giordana di Muwaffaq Salti. Ad Al Dhafra e Muwaffaq Salti sono basati anche Mirage 2000D e Rafale francesi. E sono proprio Washington e Parigi a premere per una risposta “forte” all’“ennesimo crimine” perpetrato dal regime siriano.

Intanto, Gerusalemme attende. Netanyahu ha già pronti altri piani di attacco che coinvolgerebbero anche il Libano. Piani che Israele ha congelato in attesa della risposta di Trump.

Siria, a un passo dalla guerra totale ultima modifica: 2018-04-10T14:38:50+01:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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