Italiani nell’arcipelago della felicità obbligatoria

Le Isole Canarie sono meta turistica e buon ritiro di tanti nostri connazionali. Una piccola Italia lontana dalla penisola eppure molto vicina al paese lasciato alle spalle, con molti vizi e cliché in comune
scritto da LUCIO FAVARETTO

Il vento insiste qui alle Canarie. Oggi arriva diritto dal Nord e batte tutto l’arcipelago piegando le piante, il puntiglio dei cactus, l’erba, ingigantendo le onde del mare. In questo arcipelago di sette isole di Spagna in Africa, a cento miglia dal Marocco e dal Sahara, sono arrivati più di ventimila italiani in pochi anni.

Questo è un posto che chiede poco e dà poco. Il cima è mite d’inverno, non caldo, molto asciutto. In tanti arrivano qui credendo di farsi una settimana ai tropici, magari in gennaio, ma la temperatura ufficiale di 25 gradi al sole diventa di 14 gradi all’ombra o di notte, abbassata dal vento che porta con sé il fresco dopo aver sferzato le cime delle montagne innevate. Ci sono molti anziani, alcuni venuti perché il costo della vita in Italia è troppo alto per potersi consentire una vecchiaia decente in patria, altri invece scappati dalle tasse che non hanno pagato.

E ci sono quelli della generazione tra i trenta e i quaranta, che tentano l’avventura, che se buscan la vida, come si dice in Spagna: aprono attività, poi le chiudono o le lasciano, comprano e vendono, fanno piccoli commerci, subaffittano illegalmente posti letto in appartamenti approssimativi senza però abbandonare il jeans alla moda o la maglietta con il bavero rialzato, della serie “restiamo fichi anche se all’avventura”.

Certo, non tutti, ci sono anche tante brave persone. Ma l’eccezione, in questo caso, conferma abbastanza la regola.

Molta gente prova a trasferirsi e lavorare. Qui, dove il lavoro è poco, precario e malpagato, dove l’italiano vive spesso, se giovane, di piccolo cabotaggio. Qualcuno sbanda e finisce in giri di vendita e assunzione di cocaina. Qui, nelle immense spiagge, mille droghe passano di mano tra gli spacciatori-consumatori e i ragazzi del posto. Mi spiegava un poliziotto venuto da Madrid, ora tornato in Spagna, che il problema della droga e dei commerci illeciti è piuttosto ampio.

I ragazzini sono accuditi e cresciuti dalle madri che lavorano sodo per tutta la famiglia, da sole, perché i padri arrivano da fuori, le fanno innamorare e poi le lasciano, gravide e sole. Madri lavoratrici che non possono controllare le assenze scolastiche e le tonnellate di canne e birre e liquori che i figli consumano in giro per le spiagge. Sono i clienti preferiti del piccolo spaccio, mentre la guardia costiera è occupata a intercettare i carichi di droga pesante che dal Sudamerica passano al largo per entrare in Europa.

Gli italiani li trovi soprattutto nel commercio. Comprano e vendono licenze di attività turistiche, soprattutto bar e ristoranti. Alcuni, che vengono da esperienze precedenti in Italia, lo fanno bene. Molti altri giovani italiani, invece, si spendono gli ultimi diecimila euro raccattati in famiglia o con prestiti bancari e si mettono insieme per improvvisare un bar, un ristorante, un negozio di cose di seconda mano. E dopo pochi mesi, chiudono: anche qui ci sono le tasse, i fornitori da pagare, la luce elettrica, il personale spesso improvvisato, la difficoltà di far tornare i conti.

Perché ci sono decine di tipi di caffè, varianti infinite delle tapas, decine di birre di diverse qualità, misure e grado alcolico. Bisognerebbe conoscere almeno i gusti locali, i prodotti, le richieste. Ma gli italiani arrivano qui da italiani, conoscono solo la lingua italiana, e pensano che il cibo e le bevande italiane da sole possano bastare. Il che non è vero: qui del cibo italiano importa solo agli italiani. Gli altri preferiscono la mattina dei panini giganteschi con prosciutto crudo e queso de cabra, il formaggio di capra che non manca mai, succhi d’arancia, e caffè e bevande in varie forme. Per cena grigliano mandrie di carne e mangiano papas, patate, soprattutto le papas arrugadas, patatine con la buccia, cotte nell’acqua salata del mare. E friggono, friggono molto. Friggono tutto.

In questo luogo ci sono migliaia di alberghi, hotel, grand hotel, piccoli hostal e hotel apartament che sono camere con a disposizione una piccola cucina, ostelli o appartamenti veri e propri todo incluido, tutto incluso per le vacanze settimanali degli europei che ambiscono a un po’ di sole, alla luce di qui. Oggi, ad esempio, la luce è incredibile in questa zona sub sahariana. È tanta, accecante, forte e determina la vividezza dei colori della terra, mentre il cielo è di un blu oltremare da togliere il fiato.

Antonella mi raccontava che si trasferì qui venticinque anni fa per amore e impiantò un negozio di pasta fresca con il suo innamorato. Lei lavorava sempre e molto, preparava la pasta, teneva i rapporti con fornitori e clienti. Poi, lui si innamorò di un’altra e la lasciò: volò in Peninsula (non la chiamano Spagna, qui) e lei dovette chiudere il piccolo pastificio, piena di debiti. Non sembrò mai riprendersi veramente da quello schiaffo ai suoi sentimenti, profondi e ingenui. Pagò tutto e tutti. Pagò per tutta la vita. Campava di piccoli sussidi, circondata dall’affetto della gente. Si fermava continuamente quando usciva per due passi, c’era sempre qualcuno da salutare e a cui raccontare dell’anziana madre che viveva con lei e del suo bypass.

Era genovese, Antonella, piena di dignità e completamente priva di denti. La gente era generosa con lei. Perché molta gente è venuta qui per amore, solo per amore. E la povertà non viene condannata socialmente. I conoscenti le facevano spesso una spesa e lei ricambiava con tonnellate di pesto fresco, fatto con il basilico del posto e di cui si lamentava sempre, perché “le foglie sono troppo grandi e dure per fare un buon pesto, in questo deserto”. Lo diceva almeno una volta, ogni volta che ti incontrava per strada.

C’è un’atmosfera popolare priva di immagini sociali, qui. La gente fa prevalentemente lavori duri e manuali che non c’entrano con gli studi, potete trovare un laureato che porta agli alberghi le lenzuola fresche di lavanderia per tante ore al giorno, pagate sempre meno. Sono isole di passaggio, come gli alisei, dove chi sta qui raramente ha intenzione di pronunciare un “per sempre”. E le frasi più in voga sono: “il tempo quest’anno è peggiorato”, “quanto si sta bene”, “non tornerei mai in Italia dove si pagano troppe tasse”.

Vige tra gli italiani una specie di vincolo silenzioso, un patto del non dire, una grande nostalgia autocensurata per l’Italia che non viene detta e non si può dire. Parlano sempre di cibo, di come avrebbero potuto cucinare una cosa se avessero trovato l’olio d’oliva italiano, le verdure italiane, i profumi delle erbette italiane. Per loro ogni ristorante è una delusione, a cui segue subito l’affermazione perentoria e sicura di stare meglio qui: “In Italia però costerebbe almeno il doppio. Non si può pretendere di più”. La delusione prevede sempre un rinculo del pensiero quando dicono qualcosa contro il posto. Sparano a zero sul luogo e poi tornano indietro. “Ma dai che qui stiamo bene, altro che in Italia”.

Il sito del meteo è il più visitato dalla comunità italiana. Hanno calcolato circa 480.000 click al giorno solo da parte degli italiani. Il clima da controllare, guardare, predire è un’ossessione, poiché è la vera ragione plausibile ed esplicitata di un esilio. Insieme a quella economica, o di salute: gli anziani con il clima asciutto hanno molti meno dolori. Il clima e i pochi soldi. Per questo hanno lasciato la casa, gli affetti, le abitudini e la lingua italiana per sempre.

L’arcipelago cambia da isola a isola, ma il denominatore comune è un turismo abbastanza recente. Prima ci abitavano i cosiddetti “aborigeni”, pochi abitanti che pascolavano le capre e i militari di Franco, qui a fare prove generali. Sembra che molti nazisti, con il benestare del dittatore, siano scappati dritti in Sudamerica proprio da queste isole. La documentazione scritta è piuttosto scarsa e difficile da reperire. Una specie di censura collettiva dopo il franchismo e la guerra civile ha secretato molte vicende e testimonianze. Dicono che qui per dissidenti e gay ci fossero le prigioni. Ci furono più morti in Spagna che in Cambogia, durante la guerra civile.

Ma torniamo alle nostre persone. Ad Angelo, che molti anni fa lasciò un posto statale per fare il cuoco. Poi sai,

le cose della vita… Mi sarebbe piaciuto stare a Cuba, tra la gente di Cuba, per mesi e mesi e vederne il cuore, poi per ragioni di salute ho deciso di fermarmi in Europa.

Le Canarie: ultimo avamposto d’Europa. Dove si arriva per gioco e ci si ferma per soldi, per salute o per amore. Che è anche amore per il mare. L’Africa è qui davanti, è qui nel cielo sopra le teste di tutti.

Mi viene in mente che l’obbligo alla felicità a volte rende più tristi che mai, ma di fronte a immagini di mare, sole e vela, surf, windsurf e kitesurf, è severamente vietato essere tristi. È un divieto sottaciuto, ellittico, che circola lentamente come il mercurio nei termometri. Non si dice sono triste ma

ho comprato le zucchine ma non sanno di niente, neanche il pesce dell’oceano sa di niente, mangia meno plancton del pesce del mediterraneo e questo è un problema. Però costa molto meno.

Nessuno mi ha mai risposto in maniera diretta e chiara alla domanda “perché sei venuto a vivere qui?”. E sono sei anni che vengo qui per qualche mese durante l’inverno.

Una delle caratteristiche di molti italiani che vivono alle Canarie è di non parlare spagnolo. Il che rende difficile la comprensione del posto, godere della sua vivacità culturale, soprattutto musicale. Qui si suona e si studia musica, ne gira tantissima. Ho visto tassisti in pausa studiare spartiti, finestre aperte e stanze con decine di chitarre classiche in prova. Solo nell’isola di Fuerteventura c’è una biblioteca aperta 24 ore su 24 con quattro piani di libri, uno per gli spettacoli, wifi libero, sale prova, auditorium. Ce ne sono altre due a Puerto del Rosario, e una per ogni paese dell’isola dove i ragazzi vanno a studiare, immersi nel silenzio e di fronte all’oceano. Ci sono molte sale cinematografiche, sale da ballo, discoteche. C’è molto per fare musica e studiarla, per imparare le danze locali, e poi il flamenco, i balli latini…

Giorgio di queste cose non sa niente. È sempre impegnato a litigare con i medici. Spiega i suoi sintomi con un linguaggio inventato, motti, gesti, spagnolo italianizzato. Per questo litiga. Qui sono gentili e civili, potrebbe essere una delle ragioni per camparci bene. Le auto si fermano alle strisce pedonali come da noi a un semaforo rosso, pena forti multe, i luoghi sono continuamente puliti dagli spazzini, i bagni dei centri commerciali immacolati. Le grandi spiagge libere sono addirittura dotate di crema solare, che non viene sprecata ma collettivamente usata in modo civile. È difficile litigare, eppure Giorgio quasi tutti i giorni va all’ospedale o al centro di salute, e litiga perché “dovrebbero capirmi, con tutti gli italiani che ci sono”.

Giorgio. I medici, un mese fa, hanno dimostrato pietas. Quando si fece visitare, dopo mesi, convinto di soffrire dolori per aver “mangiato qualcosa di storto che mi fa dimagrire a vista”, era troppo tardi. I medici non gli dissero niente, lo lasciarono arrabbiare, finché non furono costretti a parlargli chiaro, negli ultimi giorni di vita, quando cominciò con la morfina. Tantissimi anziani pensionati italiani, anche quelli che lo conoscevano appena, a cui dava sui nervi per la totale incapacità di adattamento anche dopo molti anni di permanenza, lo aiutarono a non morire solo. Si diedero il turno in ospedale dove rimase non più di tre settimane, protetto dal personale e dalla morfina. Lo accudirono e gli fecero il funerale, perché non aveva niente. Mille euro circa di pensione, un’auto scassata, una famiglia altrettanto scassata, indifferente e lontana. Lo fecero andare in pace.

I luoghi della felicità obbligatoria, dicevo, sono strani. Senza voler filosofeggiare, si sta bene e male ovunque, ma qui non viene accettata una giornata storta. È contro natura. La giornata storta, che capita anche tra il sole, le palme e il blu dell’Atlantico, diventa un argomento più vasto, importante e decisivo. “Ho fatto bene a venire qui secondo te?” chiede Laura. Oggi proprio non va, racconta la sequela di piccoli inconvenienti che le sono capitati, e che possono capitare dappertutto. “Ma sì che ho fatto bene a venire, guarda che bella giornata”. E si risponde da sola.

La gente qui è più timida, le domande dirette sulle questioni più banali diventano impossibili non parlando spagnolo. E si scopre che quelli che per necessità o scelta hanno scelto l’esilio non hanno il coraggio di chiedere le informazioni più semplici. Un esempio. Lavorano per ingrandire una spiaggia della città portuale. Qualcuno ha forse avuto il coraggio di chiedere agli operai “scusate, che state facendo?”. No, nessuno. Ecco allora che si guarda in silenzio e si traggono conclusioni, e il più piccolo dei fatti diventa fake news.

Chi dice che

forse, però pare, hanno portato la sabbia per allargare la spiaggia, dal deserto del Sahara. E questo è pericoloso perché il Sahara è pieno di animali strani.

Una signora in pantaloncini viola, capelli bruciati color zucca e scarpe viola di vernice risponde che lei non era qui, ma ha visto dragare la sabbia da circa un chilometro, con una nave che pompava attraverso un tubo la sabbia dei fondali più avanti, in mare aperto. La prima ribatte che non ci crede. Alla fine la spiaggia allargata è qualcosa di sconosciuto, oggetto di discussioni quotidiane.

E sì che davanti alla spiaggia ci sono i cartelli informativi sull’utilizzo dei fondi dell’Unione Europea, il progetto ben esposto, le piantine, le foto di com’era e quelle ritoccate di come sarà, informazioni su costi, tempi, modalità e scopi del lavoro, con tante scuse per i bagnanti se la cosa arrecherà disturbo. Però, in Spagna, scrivono in spagnolo.

Sul molo del porto gli italiani si fermano in compagnia, come stormi di uccelli. Si siedono perché ci sono comode panchine in legno appoggiate al muro dove batte il sole e anche d’inverno fa caldo. Tra le smorfie annoiate delle mogli, si lanciano in lunghissime considerazioni politiche.

Voi non sapete che D’Alema guadagna cinquecentomila euro al mese ed è ora di dire basta con i soldi ai politici.

Con tutto il male che penso di D’Alema, mi ritrovo a difenderlo. Un tizio in costume da bagno, ciabatte e giubbotto autunnale di medio peso reduce dagli anni Novanta, conferma a voce altissima che è una vergogna. E con piglio da comizio afferma: “Sono cose che molti non sanno perché leggono Repubblica, pagata dalle banche e dai comunisti”.

Perché, per molti italiani di qui, a casa stiamo subendo un’invasione comunista, al punto che

bisogna togliere i conti correnti dall’Italia e portarli via, se no vedi come nel giro di pochi anni i comunisti e le banche che fine ti fanno fare.

Queste idee fisse nascono dalla rete. Le informazioni arrivano attraverso Facebook e la conseguenza è la conseguenza è tutto un siamo pieni di delinquenti in Italia, i politici ci hanno portato via tutto, la gente sta morendo di fame, le strade sono sporche, la malavita impera per colpa dei politici. Il tutto raccontato come si trova in rete: da una notizia all’altra, senza che le cose abbiano alcun nesso logico. È un racconto di questo tipo: i soldi ci sono, ma la massoneria e i comunisti che hanno fatto cadere le banche adesso toglieranno le pensioni, l’ho letto su internet, e aumenteranno gli immigrati, che già così non si vive in Italia, e figurati con milioni di africani che arrivano, cosa faremo? Ci toccherà venire tutti qua.

La scrittura cerca di dare un struttura ai discorsi, ma questi sono come il fastidio che si prova leggendo in rete. Gli argomenti sono espressi in modo discontinuo, aprendo mille finestre. Si sa dove partono, ma non dove arrivano. Anzi, sì: al governo ladro, passando per improbabili contiguità di frasi senza nessi logici. Un argomento giustapposto all’altro, senza che c’entri con quello di un secondo prima. Il pensiero “va in loop”, anche il più semplice, quando c’è rabbia.

Non reagisco mai quando sento questi discorsi. Fingo di essere del posto. So che bisognerebbe spiegare le cose, mi sento persino in colpa. Sto diventando egoista, invecchiando. Nella mia incapacità di rispondere mi tiro indietro, mi rivolgo con una strana felicità al mare, la cui bellezza mi fa pensare che non siamo tutti così, non diventeremo tutti così. Mentre alcuni italiani delle Canarie dicono quello che dicono ci sono ragazzi di tutte le razze, mescolati nella seconda generazione, che amoreggiano sulle panchine e sui pontili e tutti ascoltano reggaeton, esultando in danze varie.

Ho una piccola casa dove torno la sera e penso come ci si sia potuti informare così tanto e così male. Anche qui, a più di tremila chilometri dall’Italia, gli italiani ce l’hanno con gli immigrati, con le banche, con tutto e tutti. Dice bene una carissima amica che vive in Francia:

il problema più grande degli italiani all’estero è l’esterofilia, il senso autodistruttivo della propria nazione.

Gli italiani parlano con l’orribile – per me dolorosa – salviniana, paurosa aggressività contro gli immigrati.

Peccato che sui muri ogni tanto si legga la scritta Fuera los italianos, fuori gli italiani. Non hanno la minima idea che anche loro – gli italiani – sono immigrati. E che alcuni abitanti delle isole fanno gli stessi loro discorsi: gli italiani ci portano via il lavoro, hanno fatto alzare gli affitti, fanno girare droga. Fuera los italianos c’è scritto su molti muri e vi assicuro che è abbastanza inquietante, benché utile, sentirsi dall’altra parte di questa barricata mondiale messa in piedi dalle rappresentazioni in rete e in televisione di un sempre più urlato pensiero contro gli ultimi.

Avrei potuto scrivere di più, avrei potuto dirvi che qui nemmeno la speculazione edilizia e il lavaggio di denaro sono riusciti a distruggere alcuni aspetti magici e suggestivi dei posti, che restano incredibili. Avrei potuto scrivervi che ci sono anche italiani corretti, che qui lavorano come matti, hanno portato operosità e aumentato un relativo benessere. Avrei forse dovuto falsificare meno la storia di Antonella. Ma sì, ve la dico tutta. Abitava qui vicino e noi eravamo gli unici italiani che vivevano vicino a lei. Una notte se ne andò sdraiata sul divano, come ricevuta in udienza dal Signore. Il cuore smise di battere.

La vecchia madre di novantacinque anni bussò alla nostra porta alle quattro del mattino. Arrivarono autorità, polizia, assistenti sociali, ambulanze, infermieri. Le scale erano piene di persone. Portarono pietosamente via il corpo di Antonella. Ricoverarono la madre per l’età e lo shock, anche se non avrebbe avuto diritto al ricovero poiché era molto anziana, ma sana. La tennero con gentilezza in ospedale fino al giorno dell’arrivo del figlio. Si diedero da fare tutti. I poliziotti che conoscevano Antonella (questo è un paese piccolo) fecero di tutto e di più, come tutta la gente che c’era. Gli italiani sparsero le ceneri dopo una messa, perché il vento le sparpagliasse nell’Atlantico. Tanto cuore, tanta solidarietà mi colpì negli occhi, facendoli lacrimare più del vento.

Sarebbe utile per i politici in cerca di una base sociale fare un salto qui. È un punto d’osservazione contraddittorio, interessante. Sarebbe loro utile per capire come e cosa comunicare, per capire come fare a far sperare che domani, un domani, tutte queste persone possano vivere un nuovo sogno, correttamente informate e aiutate. Il sogno di poter vivere bene, con un reddito o una pensione bassa, anche in Italia. Perché qui c’è il sole, c’è il mare, ci sono la playa, il surf, e le barche, ci sono la pace, la civiltà e il senso civico. Ma non è, e non sarà mai, casa loro.

le immagini sono dell’autore

Italiani nell’arcipelago della felicità obbligatoria ultima modifica: 2018-04-14T17:47:42+00:00 da LUCIO FAVARETTO

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