Siria, quei missili per scongiurare una crisi globale

Può sembrare paradossale, ma l’attacco mirato potrebbe far avvicinare gli interessi americani e quelli russi. Perché Mosca non vuole che i suoi interessi nel Mediterraneo dipendano dal perpetuarsi del regime di Bashar al-Assad.
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

Non è l’inizio di una guerra globale, ma il proseguimento della politica con altri mezzi. È la Siria dopo la notte dei missili. La cronaca dà conto di questa valutazione. “Ho ordinato l’attacco alla Siria”. L’annuncio di Donald Trump è arrivato intorno alle ventidue, ora di Washington (in Italia erano le tre di notte), mentre i missili stavano già colpendo gli obiettivi ritenuti collegati alla produzione di armi chimiche. A una settimana di distanza dal controverso attacco chimico contro la città siriana di Douma attribuito dagli Usa alle truppe governative siriane, il presidente statunitense è dunque passato all’azione.

L’operazione, arrivata un po’ a sorpresa dopo che nelle ultime ore erano giunti segnali di distensione, è stata portata avanti da Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna, che hanno utilizzato unità navali e forze aeree. Dalle prime informazioni ci sarebbero almeno tre civili rimasti feriti in uno degli obiettivi colpiti, la base di Homs. Nessuna vittima, né tra i militari né tra i civili: lo annuncia il capo del dipartimento generale operativo dello Stato maggiore russo, Serghiei Rudskoi, durante un incontro con la stampa.

“Non è finita. Quella che avete visto stanotte non è la fine della risposta degli Stati Uniti”, affermano fonti dell’amministrazione Usa, spiegando come il piano messo a punto dal Pentagono “prevede molta flessibilità che permette di procedere a ulteriori bombardamenti sulla base di quello che è stato colpito stanotte”.

Per ora si è trattato di una one night operation, un’operazione unica durata poco più di un’ora, nel corso della quale sono stati colpiti principalmente tre obiettivi, come ha spiegato il Pentagono: un centro di ricerca scientifica a Damasco, un sito di stoccaggio per armi chimiche a ovest della città di Homs e un importante posto di comando situato nei pressi del secondo obiettivo. I missili sono partiti sia da alcuni bombardieri sia da almeno una delle navi militari americane nel Mar Rosso.

“Questo è un chiaro messaggio per Assad”, ha spiegato il segretario americano alla Difesa, l’ex generale James Mattis, assicurando come al momento non si registrino perdite tra le forze Usa e come sia stato compiuto ogni sforzo per evitare vittime civili. Del resto, ha sottolineato ancora il numero uno del Pentagono, si è trattato di un attacco mirato che ha avuto come obiettivo solo siti legati alla produzione o allo stoccaggio di armi chimiche. “Lo scorso anno il regime di Assad non ha compreso bene il messaggio”, ha aggiunto quindi Mattis, riferendosi al precedente attacco militare Usa in Siria dell’aprile 2017:

Così questa volta abbiamo colpito in maniera più dura insieme ai nostri alleati. E se Assad e i suoi generali assassini dovessero perpetrare un altro attacco con armi chimiche, dovranno rispondere ancora di più alle loro.

L’attacco di Usa, Gran Bretagna e Francia in Siria è stato “giusto” per “evitare sofferenze ai civili” e “impedire uso di armi chimiche”, ha dichiarato la premier britannica Theresa May.

Le armi chimiche non possono essere utilizzate e questo vale non solo per la Siria, ma anche per le strade britanniche

ha sottolineato con chiaro riferimento all’avvelenamento con il gas nervino, a Salisbury, dell’ex spia russa, Serghei Skripal. “Non si è trattato di un cambio di regime”, ha aggiunto. “È stato un attacco limitato, mirato ed efficace con chiari confini” per degradare la capacità di ricercare, sviluppare e distribuire armi chimiche da parte del regime. May ha aggiunto di avere in mano le prove che il governo di Damasco a Douma abbia utilizzato gas tossici: “Sappiamo con certezza che è stato il regime siriano”.

Da Berlino, la cancelliera tedesca Merkel ha sostenuto che raid aerei in Siria degli alleati sono stati una risposta “necessaria e appropriata” agli attacchi chimici. Una linea condivisa dal premier italiano in carica Paolo Gentiloni. La Russia condanna fortemente l’attacco: lo ha dichiarato il presidente Vladimir Putin, citato dalla Tass. I raid condotti da Stati Uniti, Francia e Regno Unito in Siria sono “un atto di aggressione contro una nazione sovrana”, ha detto Putin. La Russia ha intenzione di chiedere una riunione di emergenza del Consiglio di Sicurezza Onu.

Le forze aeree difensive russe, intanto, sono state messe in stato di combattimento, fa sapere lo stato maggiore russo, citato da Interfax. “Gli Stati Uniti e i loro alleati hanno realizzato l’attacco contro la Siria nel momento in cui il paese aveva la possibilità di un futuro pacifico”, ha detto la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova su Facebook. “Quelli dietro il raid rivendicano la leadership morale in questo mondo e sbandierano la loro esclusività e unicità”, afferma. “E in effetti ci vuole un tipo molto particolare di unicità per attaccare la capitale siriana in un momento in cui il paese si trova finalmente davanti a una possibilità di pace”.

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, quello francese Emmanuel Macron e la premier britannica Theresa May sono dei ‘‘criminali’’. Lo ha scritto sul suo account ufficiale di Twitter la guida suprema della Repubblica islamica dell’Iran, l’Ayatollah Ali Khamenei, condannando l’attacco. Anche la Cina è “contraria all’uso della forza” in Siria. Lo ha affermato il ministero degli esteri del governo di Pechino, che chiede il ritorno alla “cornice definita dal diritto internazionale”.

Tutti dichiarano, ammoniscono, si posizionano. Una raffica di prese di posizione utile per capire che nessuno degli attori protagonisti della tragedia siriana ha l’interesse a scatenare una guerra globale. E qui gli analisti militari entrano in campo.

Tre gli obiettivi specifici ai quali ha mirato l’attacco, tutti associati con il potenziale chimico siriano, riferisce la Cnn citando fonti della Difesa Usa. Bersagliati a Damasco il centro per gli studi scientifici, due siti di stoccaggio per armi chimiche nell’area di Homs, un vicino posto di comando e forse anche la base aerea di Dumayr.

Osserva Gianandrea Gaiani su AnalisiDifesa:

Soprattutto il secondo obiettivo suscita perplessità. Possibile che il deposito di armi chimiche fosse vuoto e del resto gli stessi americani annunciarono nel 2014 che il regime di Assad aveva consegnato tutte le armi chimiche a sua disposizione. In caso contrario risulta incredibile che sia stato attaccato un deposito di armi del genere col rischio di disperderle nell’ambiente provocando un numero imprevedibile di vittime. Un attacco dal valore simbolico quindi, come quello dell’aprile dello scorso anno contro la base aerea di Shayrat. Anche oggi la Russia è stata avvertita in anticipo dell’attacco imminente, come ha reso noto il ministro della difesa francese, Florence Parly.

Il concetto chiave per inquadrare l’operazione anglo-franco-americana in Siria non è quello dell’uso dello strumento militare per ridefinire il futuro del martoriato paese mediorientale, tanto meno per conquistare un posto a capotavola in una “Jalta mediorientale”. Cercare una visione strategica nell’attacco di stanotte è tempo e fatica sprecati. Semplicemente, perché non esiste. Il concetto chiave è un altro, molto più prosaico: salvare la faccia. Non si può definire, come ha fatto Trump, Assad un “animale” che gode a far soffrire il suo popolo, e poi imbracciare solo i Tweet.

E non è possibile dichiarare, come ha fatto Macron, che la Francia ha le prove che la strage di Douma (cento morti, più di mille feriti) sia stata compiuta con armi chimiche e che l’intelligence francese aveva i riscontri sul fatto che fosse stato l’esercito lealista siriano ad utilizzarle, e poi non agire.

Ma né Trump né Macron o la May vogliono sfidare la Russia di Putin, semmai circoscriverne l’influenza sullo scacchiere mediorientale – dove affari, soprattutto petroliferi, e diplomazia delle armi marciano a braccetto – e, al tempo stesso mostrare, soprattutto da parte americana, ai più fidati alleati nella regione, Israele e Arabia Saudita, che The Donald mantiene le promesse e quando vuole mostra i muscoli, o meglio i missili.

Theresa May e Emmanuel Macron al summit anglo-francese di gennaio, a Standhurst.

La dimensione contenuta dell’attacco porta la firma di James Mattis. Il New York Times ha scritto che durante una riunione a porte chiuse alla Casa Bianca “Mad Dog” Mattis ha chiesto più prove che dimostrino che l’attacco chimico a Douma del 7 aprile sia stato effettivamente compiuto dal regime di Assad. Negli ultimi giorni il capo del Pentagono ha pubblicamente detto che la ritorsione contro Assad dovrebbe essere proporzionata e bilanciata, di modo da evitare la minaccia di una guerra più ampia:

Stiamo cercando di fermare l’uccisione di persone innocenti, ma a livello strategico dobbiamo impedire che la situazione vada fuori controllo,

ha spiegato Mattis.

Può sembrare paradossale, ma l’attacco mirato potrebbe far avvicinare gli interessi americani e quelli russi. Non è un paradosso. Perché Mosca non vuol far dipendere i propri interessi nel Mediterraneo al perpetuarsi del regime di Bashar al-Assad. La “pax russa” in Siria prevede un qualche coinvolgimento delle petromonarchie sunnite del Golfo, le uniche a poter investire centinaia di miliardi di dollari per la ricostruzione di un paese devastato da una guerra entrata nel suo ottavo anno. Putin non può e non vuole, perché non ne ha interesse, a essere solo il “garante” di una parte, quella di Assad e dell’Iran di Khamenei. Perché su questa strada vedrebbe vacillare l’alleanza con la Turchia di Erdoğan – che continua a vedere in Assad un nemico di cui sbarazzarsi al più presto – e dare altre giustificazione alla politica sanzionatoria dell’Occidente.

Al tempo stesso, le priorità globali di Trump guardano ad altre aree del mondo, a cominciare dal Sud-Est asiatico. Nella “guerra dei dazi” intrapresa contro il dragone cinese, il tycoon americano non vuole avere come controparte il capo del Cremlino: l’alleanza che Trump e i suoi più stretti collaboratori temono di più non è quella tra Russia e Iran, ma tra Russia e Cina. D’altro canto, fuori dalla dimensione “dimostrativa”, le possibili azioni degli Stati Uniti, convengono gli analisti militari, rischiano di essere o inutili o troppo pericolose. Inutili, e solo propagandistiche, se dovessero lasciare intatte la capacità militare del regime siriano, come avvenne lo scorso anno con l’attacco alla base di Shayrat. Pericolose se minacciassero Assad, la sua capacità militare, o addirittura la sopravvivenza del regime. Perché ci sarebbe il rischio di confronto diretto militare fra Stati Uniti e alleati Nato da una parte e Russia e Iran dall’altra. Con il possibile coinvolgimento di Arabia Saudita e Israele con gli Usa e gli Hezbollah libanesi con Teheran.

E gli stessi iraniani, o per meglio dire la componente “riformatrice” del regime, quella che ha nel presidente Hassan Rouhani il suo punto di riferimento, ha interesse a non inasprire lo scontro con gli Usa, a poche settimane dalla decisione di Washington sulla disdetta unilaterale o meno dell’accordo sul nucleare: in ballo vi sono quei miliardi in sanzioni che per Rouhani sarebbe di vitale importanza recuperare per mantenere la promessa delle promesse: rafforzare l’economia, migliorare le condizioni di vita degli iraniani e frenare così quel malessere sociale che agli inizi del 2018 ha portato alle manifestazioni di protesta represse con la forza. E se l’America non vuol morire per Damasco, neanche il presidente iraniano vuole farlo per Assad. Una ragione in più per non imbarcarsi in una guerra globale.

Siria, quei missili per scongiurare una crisi globale ultima modifica: 2018-04-14T18:09:20+00:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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