L'”arabizzazione” del conflitto siriano

Dopo l'attacco franco-britannico-americano contro la Siria, in arrivo una forza sostenuta da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar, che dovrà rimpiazzare le truppe americane con la missione di stabilizzare il Nord-Est del paese, dopo la disfatta dello Stato islamico
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

La prossima mossa di Trump: sostenere il dispiegamento di una “forza araba” in Siria, finanziata da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar, che dovrà rimpiazzare le truppe americane con la missione di stabilizzare il Nord-Est del paese, dopo la disfatta dello Stato islamico. È quanto scrive il Wall Street Journal, con importanti conferme sia a Washington che a Riyadh. La volontà di creare una tale forza araba è stata annunciata dal WSJ alcuni giorni dopo che Usa, Francia e Regno Unito hanno attaccato, con 120 missili, il regime di Bashar al-Assad in risposta alla strage con armi chimiche del 7 aprile a Douma imputata a Damasco.

Secondo il WSJ, il neo consigliere alla sicurezza nazionale di Trump, John Bolton, avrebbe incontrato il capo dei servizi d’intelligence egiziani, Abbas Kamal, per convincere le autorità del Cairo a partecipare all’iniziativa. La realizzazione di questa forza arabo-sunnita farebbe sì che per la prima volta, nella guerra siriana entrata nel suo ottavo anno, sul terreno vi sarebbero paesi arabi e non solo potenze regionali non arabe, come la Turchia e l’Iran.

Soldati, ma non solo. L’amministrazione Usa ha sollecitato l’Egitto e, soprattutto, Arabia Saudita, EAU e Qatar a impegnarsi per finanziare la “stabilizzazione” della Siria.

L’Arabia Saudita, il Qatar e gli Emirati si sono detti disponibili a offrre il loro contributo sul piano finanziario e nel far parte di questa forza araba,

ha sottolineato un responsabile americano al WSJ. Trump avrebbe chiesto a Riyadh, nel corso del recente incontro alla Casa Bianca con l’erede al trono saudita, Mohammad bin Salman, di “contribuire con quattro miliardi di dollari alla ricostruzione della Siria”, rivela la stessa fonte.

L’Arabia saudita ha confermato ufficialmente la propria disponibilità a inviare sue truppe in Siria, “con altri paesi, al fine di stabilizzare la situazione”. “Ne stiamo discutendo con gli Stati Uniti prima e dopo l’esplosione della crisi siriana”, nel 2011, ha affermato il ministro degli esteri saudita Adel al-Juber nel corso di una conferenza stampa congiunta con il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres a Riyadh.

Noi avevamo garantito all’amministrazione Obama che se gli Stati Uniti avessero schierato forze in Siria, anche l’Arabia saudita e altri paesi, avrebbero inviato proprie forze nell’ambito di questo contingente internazionale.

Il dispiegamento di una forza congiunta in Siria permetterebbe agli Stati Uniti di ritirarsi dal devastato paese mediorientale, realizzando così quanto Trump aveva annunciato recentemente, prima e dopo la “Notte dei missili”. Secondo il WSJ, il piano di rimpiazzo delle forze americane con una “Forza araba” è stato accolto “molto favorevolmente” dal fondatore della società militare privata Blackwater, Erik Prince, che con la sua azienda ha contribuito tra l’altro al dispiegamento di forze di sicurezza (contractors) private in Somalia e negli Emirati. Prince ha confermato al WSJ di essere stato contattato da responsabili di paesi arabi, ai quali ha risposto che, per mettersi all’opera “attende di vedere cosa il presidente Trump ha intenzione di fare”.

In quest’ottica, le forze arabe, “pubbliche” e “private”, andrebbero a controbilanciare la presenza, sul territorio siriano, della società militare privata russa, il “Gruppo Wagner”, che combatte a fianco delle forze ufficiali russe e del regime siriano. Il tutto s’inquadra nella riflessione post-attacco.

Rileva in proposito, su Internazionale, Rami Khouri, tra i più autorevoli giornalisti libanesi:

Vent’anni di attacchi continui degli Stati Uniti e di altre potenze contro i gruppi terroristici e i governi radicali, a cominciare dai missili lanciati nel 1998 contro Al Qaeda in Sudan e Afghanistan, non hanno fermato Al Qaeda o altri gruppi simili, che al contrario stanno prosperando e che si affermano solo in zone devastate da attacchi militari stranieri o interni, come la Somalia, lo Yemen, l’Iraq, l’Afghanistan e la Siria. Il numero di governi e forze radicali che si oppongono agli Stati Uniti e ad altre potenze straniere è aumentato costantemente negli ultimi anni. Non c’è da stupirsi se di recente l’influenza di Iran, Russia, Hezbollah e Turchia in Siria e in altri territori arabi sia aumentata, soprattutto grazie alle conseguenze del militarismo continuo degli Stati Uniti e di altre potenze straniere e arabe, un militarismo il cui scopo era proprio quelli di “ridurre” questa influenza. L’ambasciatrice statunitense all’Onu Nikki Haley e i suoi amici saranno anche “pronti e carichi”, come lei ha dichiarato, ma resta il fatto che dal 1998 gli americani si sono sparati più volte sui piedi con le loro operazioni militari in Medio Oriente lanciate per sconfiggere il terrorismo e ridurre l’influenza dell’Iran. In definitiva Washington ha rafforzato quelli che voleva indebolire…

Khouri pone problemi di efficacia, legittimità, credibilità e di contesto, per poi concludere:

Solo una soluzione politica, sociale ed economica al deterioramento delle condizioni di vita negli stati arabi metterà fine alla violenza, liberandoci dai nostri dittatori e vietando l’uso di armi di distruzione di massa. Solo così troveremo la pace, diritti uguali per tutti e prosperità per il martoriato popolo di questa regione.

La parola, dunque, dovrebbe passare alla politica, la grande assente sul quadrante siriano e mediorientale, surrogata dall’uso della forza, e da uno strumento, quello militare, che si assolutizza e diventa fine. Un discorso che vale per tutte le potenze regionali che hanno trasformato una guerra civile in guerra per procura. E tra di esse, Israele. L’esercito israeliano ha inviato rinforzi lungo il confine con Siria e Libano in previsione di possibili attacchi iraniani in risposta al raid dei caccia con la stella di David alla base siriana T4, a est di Homs, nel quale sono morti anche sette militari iraniani.

L’intelligence militare israeliana ha affermato di possedere informazioni certe sul fatto che Teheran sia cercando di posizionarsi militarmente sul territorio siriano, diffondendo immagini di quello che apparirebbe essere un dispiegamento di forze iraniane e un dispiegamento di droni.

A Gerusalemme è entrato in vigore l’ordine del silenzio. Quello impartito dal premier Netanyahu ai suoi ministri ai quali è stato vietato persino di commentare i raid alleati contro il regime di Assad. Un “silenzio” operativo, che serve a proteggere la determinazione d’Israele a colpire le basi iraniane in Siria. Su questo, il ministro della difesa Avigdor Lieberman è stato perentorio: “Non permetteremo ai russi di imporci restrizioni”.

Più esplicito ancora è Amos Yadlin, già capo dell’intelligence militare e attualmente direttore dell’Institute for National Security Studies all’università di Tel Aviv. Yadlin invoca un intervento “ufficiale”, soprattutto alla luce dell’attacco chimico di ieri mattina. L’ex capo dell’intelligence militare non usa solo argomentazioni geomilitari, ma va al di là, toccando corde sensibili nella coscienza del popolo ebraico:

È importante – afferma – che Israele espliciti la sua posizione morale, a pochi giorni dal momento in cui commemoriamo la Shoah, e colpisca un assassino che non esita a usare armi di distruzione di massa contro la sua gente. In questo caso – conclude Amos Yadlin – gli interessi strategici coincidono con un obbligo etico.

Sul piano operativo, l’esercito israeliano si prepara ad un possibile attacco diretto da parte dei Guardiani della Rivoluzione iraniani in risposta al raid sulla base T4 in Siria di inizio mese. 
Il sistema di difesa israeliano – secondo Times of Israel – crede che l’attacco possa essere condotto dai Guardiani attraverso missili terra terra o droni armati. Un inizio – ha aggiunto il sito – per successivi scontri tra Israele e Iran condotti questa volta da fiancheggiatori di Teheran come gli Hezbollah.

Ynet riporta che Tshal, le Forze di difesa dello Stato ebraico, ha rafforzato le sue difese aeree e terrestri per fronteggiare un potenziale attacco iraniano, anche in questo caso condotto dai Guardiani di Teheran. Ai media israeliani sono state diffuse foto di ricognizione aerea che indicano, secondo la difesa, come Teheran abbia aumentato la sua alleanza militare con il regime di Assad sotto gli auspici del comandante della forza aerea dei Guardiani generale Amir Ali Hajizadeh.

Le basi aree, indicate dalle foto, che incardinano questo incremento delle attività dei Guardiani sono cinque: la già colpita base T4 nella Siria centrale, l’aeroporto di Aleppo, lo scalo di Damasco, un altro campo di aviazione a sud della capitale, e la base di Deir ez-Zor. Quest’ultima ripresa lo scorso anno all’Isis. E potrebbero essere tutti possibili obiettivi israeliani – hanno aggiunto i media – se l’Iran dovesse mettere in pratica le sue minacce.  Il clima che si respira in Israele, che emerge dalle affermazioni di fonti governative, è quello che anticipa eventi di guerra. Quella che Thomas Friedman, firma storica del New York Times definisce “la prossima guerra reale: Iran contro Israele”. A Tel Aviv, i piani di attacco sono pronti da tempo, i target da colpire individuati. Il punto non è “se” ma “quando” diverranno operativi.

L'”arabizzazione” del conflitto siriano ultima modifica: 2018-04-18T22:39:25+02:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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