Se arte e hi tech s’incontrano nel cuore di Venezia

Occhiali unici e avveniristici, per confezione e materiali, interamente made in Venice. Roberto Carlon racconta la loro storia, che è anche la sua storia
scritto da CLAUDIO MADRICARDO

Nel ramo ha cominciato a lavorare fin da quando era bambino con il papà che gestiva in Merceria a Venezia un negozio di ottica ben conosciuto ai veneziani dell’epoca. Ancora oggi aperto, da qualche anno fa capo alla sorella.
E dopo aver conseguito il diploma di ottico, ha sempre fatto quel mestiere. Con poche parole, lente e asciutte, al limite dell’essenziale, Roberto Carlon circoscrive la parabola della sua vita, confinandola in quel minimalismo che deve essere la cifra ultima, etica ed estetica, della sua esistenza.

Perfino il laboratorio in cui mi riceve, sito in un pianoterra in fondamenta che porta alla prefettura dietro a campo San Maurizio, esprime appieno un’idea in cui la funzionalità necessaria per chi vi lavora si sposa con le linee sobrie degli arredi e il bianco elegante, quasi monacale, dei muri.
Così da farci percepire l’importanza del rito che lì quotidianamente si esercita, capace di trasformare un insignificante filo di titanio in una struttura in grado di dare senso e significato, unendola in modo aereo e impalpabile, a due pezzi di vetro che andranno a poggiarsi leggeri, molto per necessità e tanto per vezzo, sul naso del fortunato possessore.

Aereo e impalpabile, ma per nulla fragile. Anzi, al contrario cocciutamente forte e capace di conservare in eterno la memoria del gesto che gli è stato impresso dalla mano sicura di chi quell’occhiale l’ha creato, con un lungo e paziente lavoro, fatto di passaggi sicuri che rappresentano una sorta di trionfo della manualità su un bancone in cui regna un disordine laborioso, che contrasta con l’ordine certosino dei contenitori impilati negli scaffali, pieni di ogni impensabile diavoleria utile alla bisogna.

Fino a farci cogliere in modo fulmineo, per la velocità con cui l’immagine ci coglie per un attimo e poi ci abbandona, quella sorta di ossimoro aleggiante che dialoga tra ordine e disordine, tra parcella e insieme, che sembra tenere il tutto.

Tra una dimensione micro e la realizzazione finale mega, che c’infonde un ammirato stupore davanti all’oggetto finale, consci come siamo di essere finalmente di fronte a qualcosa che travalica il suo significato intrinseco, andando meritatamente a occupare una dimensione che supera la sua pur presente “ragion pratica”, e fluttua nel puro godimento estetico.

Fino agli anni Novanta, confessa Carlon, seduto nel salottino del laboratorio davanti a caffè e pasterelle, ho fatto un lavoro tutto sommato tradizionale. Poi assieme a un amico ho depositato un brevetto per un tipo di occhiale minimalista. Ho sempre amato quegli occhiali fatti di niente.
Osservando quanto già allora il mercato poteva offrire come materiali, siamo riusciti a fare qualcosa di molto gradevole. L’abbiamo presentato a Luxottica che l’ha prodotto per sei anni.

Ed è stata quella la molla che poi l’ha spinto a tentare altre soluzioni facendo nascere Micromega, il marchio per il quale è conosciuto in tutto il mondo, nel 2000.

Con il brevetto dato a Luxottica ci avevo preso un po’ gusto e quindi volevo ricercare qualcosa che lo potesse migliorare, ricorda Carlon. Alla fine ho trovato la soluzione di Micromega Classic che è ancora oggi in produzione. Che non si prestava a diventare un prodotto industriale richiedendo un assemblaggio manuale un po’ particolare non proponibile agli ottici. Dato che il ponte di questi occhiali in fase di assemblaggio si costruisce partendo da un pezzo di filo.

Un filo di titanio particolare e così sottile che a Carlon è fornito da un’azienda giapponese, tanto che a livello mondiale non esiste altra produzione di occhialeria che usi un prodotto simile.

L’impiego di un filo così sottile, spiega Roberto Carlon, con sistemi tradizionali tipo viti e bulloni non è possibile. Invece i miei occhiali sono senza viti, senza saldature e senza colle. Solo filo lavorato. Questa è una cosa che abbiamo sviluppato dagli anni 2000, migliorato e ulteriormente alleggerito in seguito.

Mentre mi spiega il segreto del suo prodotto, mi fa vedere il prototipo del 2000, facendomi notare come il ponte cuce entrambe le lenti su cui sono stati praticati due buchetti dove il filo entra e esce.

Stessa cosa avviene per l’attacco tempiale, fatto in modo uguale, con un punto di cucitura con i soliti due buchetti e con lo snodo che è costruito dello stesso filo. Tanto che sulla stanghetta ci sono quei due avvolgimenti su cui s’incastra quel pezzettino di filo che chiamiamo in termine tecnico musetto, che va a costituire l’assemblaggio sulla lente. Il risultato è un occhiale resistentissimo,

conclude Carlon mettendomi in mano il prototipo che mi ha appena descritto.

Poi mi mostra una successiva realizzazione in cui ponte e stanghetta sono un unico pezzo di filo che fa rotazione, battuta e attacco sulla lente.

Come vedi, prosegue, sono tutti occhiali supertecnici, leggeri e resistenti. Per i quali il nome di Micromega si prestava bene, dato che li potrei definire occhiali minimali, e quindi micro. Ma allo stesso tempo hanno in sé delle soluzioni tecniche che li rende dei grandi occhiali.

In azienda al design e alla prototipazione necessaria alla realizzazione fisica del prodotto ci pensa in buona parte lui, anche se soprattutto negli ultimi tempi molto è venuto dalla moglie Luana e dai figli Ugo, Giulio, che è architetto, e Anna Elena, che sta studiando design industriale al Politecnico di Milano. Cui si aggiungono Silvia, Sabina, Dario e Lorenza al negozio. Una squadra che si divide tra produzione e vendite, e che, lungi da ogni serialità, riesce ad assemblare non più di una quindicina di pezzi al giorno.

Giulio, quando era al liceo, è stato l’autore degli occhiali ancora molto apprezzati con una lente a forma di luna e l’altra di sole, che attira l’attenzione di chi passa davanti alla vetrina di Micromega in calle delle Ostreghe, dove l’originalità di quanto si espone è il minimo comun denominatore.

Comunicando al passante che è in presenza di qualcosa di più che a oggetti messi lì a declinare la loro funzione di utilità, un qualcosa che tocca sul piano delle emozioni e che spazia nel tempo. Dalla reinterpretazione di un passato remoto a una dimensione futuribile, e soprattutto, per il forte animus, un qualcosa che “veste” chi li indossa, esaltandone i caratteri.

Perché l’occhiale, come già forse altri oggetti, come le penne stilografiche di un tempo, o gli orologi da polso e da taschino, solo per fare qualche esempio, esercita da sempre un segreto incanto sull’animo umano, che in essi riconosce indiscussi poteri di aggiungere carattere, abbellendo, a una persona.

All’inizio, continua Carlon, visto che l’occhiale che stavo producendo aveva suscitato un grande interesse da parte una cinquantina di altri ottici in Italia, avevo messo su un piccolo laboratorio in grado di assemblarli dandoli loro in vendita, dato che è impensabile poter insegnare a costruirli in poco tempo e soprattutto è impossibile produrre un prodotto di qualità senza una grande manualità.
Ma nella mia mente ho sempre accarezzato l’idea di aprire un negozio monomarca in cui vendere esclusivamente gli occhiali da noi prodotti. Finché nel 2003 ho avuto l’occasione di prendere parte del negozio attuale in calle delle Ostreghe, che allora era la metà di quello che è ora, in una location molto valida dato che in breve il negozio avrebbe reso da solo molto di più di quanto rendevano le vendite realizzate attraverso i cinquanta ottici messi insieme.

Dato l’impegno rappresentato dal nuovo negozio e non volendo abbandonare i cinquanta ottici ai quali forniva una quindicina di tipi dei suoi occhiali, Carlon ha trasferito il know how a un’azienda di Roma che continua a rifornirli e alla quale Micromega fornisce i pezzi da assemblare.
Contemporaneamente ha fatto sì che il suo prodotto sia presente in Messico, inizialmente distribuito in alcuni negozi sparsi per il paese, ora si è giunti a un contratto di franchising che ha coinvolto quattro negozi a Città del Messico, due a Monterey, uno a Merida e un altro a Guadalajara.

A febbraio, racconta Carlon, siamo stati a Città del Messico all’inaugurazione di un negozio con un arredamento come il nostro. Con un’immagine omogenea a quella del nostro negozio Micromega. Dopo questo, in prospettiva saranno coinvolti nel cambiamento anche gli altri negozi presenti nel paese.

Occhiali che richiedono una manualità particolare e che non si prestano a diventare un prodotto industriale (la prima domanda che potrebbe fare un ottico esperto, racconta Carlon, è come si monta?) le realizzazioni di Micromega hanno questa particolarità che li limita, se si vuole, nella produzione, ma che contemporaneamente li rende un prodotto squisitamente artigianale.

Nel farli, racconta, li adattiamo alla conformazione del volto del cliente, tanto è vero che se vieni in negozio vedrai solo dei prototipi che non vengono venduti, ma servono solo a darti l’idea di quello che sarà poi il tuo occhiale. Tu ti scegli tutti i particolari, dal ponte fatto in corno anziché in titanio, alle stanghette, ai colori. In modo che la scelta non ha limiti e ogni occhiale è un pezzo unico. Quello che il pubblico indossa sono tutti pezzi unici, perché vengono tutti costruiti per ogni singolo cliente.

Quanto a Venezia, egli crede che abbia un rapporto diretto con le sue creazioni, in quanto ambiente che stimola la ricerca non solo tecnica, ma anche artistica. Quella che per il padre di Micromega coincide con la ricerca di uno spazio di libertà individuale, come sviluppo di una certa creatività che è peculiare di Venezia, più che di altre realtà.

La creatività che si può cogliere nelle nostre produzioni è riconosciuta da una clientela internazionale, osserva Carlon. E visto che solo noi possiamo sostituire le lenti di un occhiale, ci capita spessissimo che clienti di tutto il mondo vengano da noi in negozio con una nuova prescrizione.
A volte il cliente ci chiede delle particolari realizzazioni. Ciò ci è accaduto tempo fa con un cliente che ha voluto un paio di occhiali per sé e per la moglie con “il terzo occhio” buddhista. Dopo qualche mese ne ha voluto un paio per il figlio, e passando successivamente in negozio ne ha presi altri quattro o cinque modelli.
Io quel prototipo, nato su una sua idea, lo tenevo in vetrina. La cosa gli deve essere stata segnalata da qualcuno, tanto che alla fine mi ha scritto chiedendomi di non esporlo. Cosa che ho prontamente fatto.

Quanto alla clientela famosa o originale, Carlon potrebbe fare una lista senza fine. Da Elton John che gli ha comprato novanta paia di occhiali, a Emma Thompson, a Yoko Ono, all’architetto Norman Foster che ha prima comprato gli occhiali per la moglie, e poi è tornato per prendersene un paio per lui.

Al lord inglese ospite dell’Hotel Gritti un paio di volte l’anno, che passa sempre da Micromega per comprare otto dieci paia di occhiali, accumulando nel tempo una bella collezione, dagli iniziali modelli essenziali alle ultime creazioni più pazze.

Difficile dire se in cuor suo Carlon si senta più artista o artigiano.

Mio papà, ricorda, aveva il negozio nelle Mercerie e ha voluto farmi diventare ottico, anche se io all’inizio non l’ho presa benissimo. Sono stato molto ribelle come forse tutti è necessario che lo siamo.
A un certo momento ho saputo anche cogliere quello di buono che ci poteva essere, dato che non era una banalità fare questo mestiere. E ho quindi cercato di sviluppare qualcosa che mi facesse sentire più gratificato ricorrendo alla creatività. In quello che facciamo c’è sicuramente un aspetto artistico che è poi la cosa che mi gratifica di più.
Ma c’è anche l’invenzione, come fatto tecnico, che pure mi sta dando parecchie soddisfazioni. Perché se non avessi colto questo aspetto, non sarei stato in grado di sviluppare nemmeno la creatività.

Per quanto riguarda la scelta del titanio, racconta di aver preso spunto da un’idea di un danese che agli inizi degli anni Novanta aveva messo in commercio gli occhiali Air Titanium.

Un occhiale minimalista e io ho sempre amato la semplicità, verso la quale, dice con un sorriso, dovrebbe rivolgersi ogni modello di vita. Tanto che per me l’occhiale ideale è fatto di due lenti che si reggono da sole. Quando è uscito Air Titanium l’ho comprato, assemblandone e vendendone molti perché mi piaceva fare il lavoro manuale.
Ma così ho anche potuto vederne i difetti, il che mi ha consentito di iniziare quella ricerca che mi ha portato prima al famoso brevetto di Luxottica e poi a Micromega. Visto che pure in quel brevetto alla fine ho visto che qualche difetto pur c’era.

Con una ricerca continua di nuovi modelli su cui Roberto Carlon esercita la propria creatività, inseguendo la semplicità, l’essenzialità, coniugata alla praticità e funzionalità dell’oggetto che crea. Sia esso occhiale da vista o da sole.

In una produzione perfettamente artigianale in cui la tecnologia cui si fa per altro ampiamente ricorso rimane pur sempre ancella della manualità, costituendo anzi il trampolino che le permette di realizzarsi pienamente.
Una caratteristica che fa di Roberto Carlon innanzitutto un abilissimo artigiano, nel senso più nobile del termine, per il quale i confini tra alto artigianato e espressione pienamente artistica sembrano confondersi. E induce il destinatario del suo occhiale, in fin dei conti un pezzo unico, a pensare di star acquistando più che un prodotto artigianale, un vero e proprio oggetto d’arte.

Tanto labile ci appare il confine, tanto corposa è l’unicità dell’oggetto che si può essere portati a pensarlo. Ma che gratifica Carlon innanzitutto proprio nel suo “fare”, nel suo concepire e realizzare, perché, come dice con convinzione,

al di là dell’ideazione e del design, realizzare alla fine con le tue mani l’oggetto che hai creato è assolutamente impagabile.

Giunto all’età in cui si fanno i bilanci e si vuol, ora con matura pacatezza, contribuire a rendere un po’ migliore il mondo per una sorta di responsabilità sociale, cosa che capita spesso a chi da questa città ha avuto molto e vuol in qualche misura ricambiare, Carlon ha voluto organizzare il suo Spazio Micromega Arte e Cultura in campo San Maurizio, a fianco della casa dove già visse Giorgio Baffo, come gemmazione dell’azienda.

In origine, ricorda Roberto, quello spazio era una showroom ma era rimasto inutilizzato. Quando l’ho fatto vedere a Franco Avicolli che conosco da cinquanta anni e con cui abbiamo fatto il ’68 come militanti di Potere Operaio, lui subito se n’è innamorato e mi ha proposto di far partire un progetto culturale, ed è nato il MAC.

Lo spazio è ritornato a vivere per la grande capacità di Avicolli di animarlo culturalmente. È un’attività non profit, con un calendario di mostre, conferenze e incontri che hanno trasformato la vecchia showroom in un punto di riferimento a livello cittadino.
Per quanto mi riguarda, seguo sempre meno la parte commerciale dell’azienda, mentre mi dedico sempre più alla prototipazione. E sono felice di vedere che l’attività continua attraverso i miei figli. Anche perché ho sempre meno voglia di aver a che fare con clienti che spesso sono lì a chiederti sconti.

E con malcelato fastidio, ricorda l’insistenza del qatarino principe al-Thani, uno degli uomini più ricchi della terra, che tempo addietro, volendo comprare cinque paia di occhiali, ha fatto esasperare la commessa pretendendo il venti per cento di sconto, contro il normale dieci praticato alla migliore clientela. E che voleva parlargli direttamente al telefono mentre lui, assieme alla moglie Luana, stava a Zoldo Alto tra i suoi adorati boschi.

Pochi giorni dopo che è venuto in negozio da noi, ho letto che si era comprato l’Empire State Building per seicento milioni di dollari. Ma ti pare possibile?

servizio fotografico di Giovanni Vianello

Se arte e hi tech s’incontrano nel cuore di Venezia ultima modifica: 2018-04-18T10:30:57+02:00 da CLAUDIO MADRICARDO

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