Faidherbe, il “presente” coloniale francese

La statua del generale a Lille riapre la discussione sul passato coloniale francese. Come convivono "liberté, égalité et fraternité" e il mito del “buon colono”?
scritto da Marco Michieli

[PARIGI]

Place Faidherbe, Avenue Faidherbe, Lycée Faidherbe. La toponomastica delle città francesi è ricca di omaggi a Louis Faidherbe, militare ed esploratore francese, governatore del Senegal dal 1854 al 1861 e poi dal 1863 al 1865. E sono molti i monumenti che nel tempo la repubblica francese gli ha dedicato.

L’omaggio a un “eroe” della storia francese. Di una storia francese oggetto di contestazione: quella delle relazioni tra la Francia e le ex colonie.

Molte associazioni hanno cominciato a protestare sulla scia di un movimento più globale, che è partito negli Stati Uniti con l’abbattimento delle statue dedicate ai generali confederati e si sta diffondendo a tutto il mondo anglosassone, dalla Gran Bretagna all’Australia, al Sudafrica.
E che è arrivato silenziosamente anche in area francofona. Prima in Belgio (contro le statue di Leopoldo II) e in Francia.

E nella patria dei diritti umani questi movimenti risvegliano il mai sopito ricordo del passato coloniale francese e accendono la discussione sui “benefici” del colonialismo per le popolazioni che ne furono assoggettate. 

La statua di Louis Faidherbe a Lille

Uno di questi movimenti è nato a Lille e si chiama Faidherbe doit tomber! (Faidherbe deve cadere, ndr). L’obiettivo che l’associazione si pone è quello di eliminare la statua equestre di Faidherbe collocata nel 1896 nel centro della città che gli diede i natali. Un omaggio che all’epoca venne reso in onore del ruolo che il militare ebbe durante la guerra del 1870 contro la Prussia, durante la quale comandava l’Armée du Nord.

Secondo i militanti dell’associazione, il generale viene celebrato per il suo impegno militare ma si tace del suo ruolo nel processo di colonizzazione dell’Africa.

Secondo varie ricostruzioni storiche Louis Faidherbe sarebbe infatti all’origine di massacri di interi villaggi, durante le guerre contro gli antichi reami di Fouta Toro (Senegal, Mauritania), di Khasso (Senegal, Mali) e di Kayor (Senegal).

I cambi di nome delle strade non sono impossibili da realizzare. Lo scorso dicembre una strada di Lille è stata dedicata a Pierre Mauroy, ex primo ministro e figura storica del Parti Socialiste (non senza polemiche da parte dei commercianti). La regione di Lille è stata un bastione della sinistra francese, per divenire negli ultimi vent’anni uno dei bastioni della strategia lepenista di de-demonizzazione. Lille tuttavia ha sempre resistito alle sirene del frontismo: Pierre Mauroy ne è stato sindaco dal 1973 al 2001, anno in cui gli è subentrata Martine Aubry, la “madre” della trentacinque ore, più volte ministro e segretario del Ps (e figlia di Jacques Delors).

Destra e sinistra tuttavia poco importano in questa discussione. Qui si tratta di rimuovere una statua, che alcuni ritengono comunque essere parte della memoria storica del paese. Anche se negativa.

Il problema è che non tutti conoscono la storia di Faidherbe. E più in generale il punto di vista sull’esperienza coloniale francese è molto lontano dall’essere critico.

Faidherbe ne è un appunto un esempio. Il militare francese è stato per lungo tempo considerato come l’eroe romantico dell’avventura francese in Africa: la sua figura è stata a tutti gli effetti costruita come un simbolo positivo. Quando lo scorso febbraio Emmanuel Macron ha tenuto il suo discorso in place Faidherbe a Saint-Louis in Senegal, davanti la statua del generale, a molti senegalesi, e non solo, è apparsa come una riabilitazione del generale. Era stato peraltro lo stesso Macron durante la campagna elettorale per le presidenziali a parlare del colonialismo francese come un crimine contro l’umanità.

Forse più che una marcia indietro di Macron è il sintomo del disinteresse della repubblica francese per una storia più complessa, che ne mette in discussione alcuni punti fermi.

Ritratto di Louis Faidherbe

Alcuni sostengono che la Francia si trovi di fronte a una vera propria frattura coloniale.
Da un lato, coloro che promuovono le figure che hanno ampliato l’impero coloniale francese, sulla base della giustificazione delle “buone cose” fatte dal colonialismo. Dall’altro lato, quei movimenti che contestano una visione della storia che non tiene conto delle vittime (anche con forme di protesta violenta, come gli Indigènes de la République).

Una frattura delle memorie, di un passato che non passa e che si tramanda attraverso i discendenti di chi a quelle avventure coloniali partecipò, come i pieds-noirs (i francesi d’Algeria) o gli harkis (gli algerini “lealisti” durante la guerra d’Algeria).

Anche a livello accademico vi sono delle colpe. Manca una vera e propria storia coloniale e post-coloniale in Francia, in modo non dissimile da quello che è accaduto in Gran Bretagna. Il sintomo di un’incapacità a trasmettere e insegnare una storia coloniale pacificata e obiettiva. E che offre terreno fertile alla politica.

Il dibattito sul passato coloniale trova infatti il suo spazio in ogni campagna elettorale. Ne parla la destra innanzitutto, nel tentativo degli eredi di De Gaulle di strappare consensi all’estrema destra. Come nel 2005, quando Jacques Chirac faceva approvare la legge sulla “riconoscenza della Nazione e sul contributo nazionale in favore dei francesi rimpatriati”. La legge affermava che

i programmi scolastici riconoscono in particolare il ruolo positivo della presenza francese d’oltre mare.

In seguito alle proteste internazionali (soprattutto algerine), Chirac fu costretto a chiedere l’abrogazione del capoverso contestato.
Oppure nel 2007, quando Nicolas Sarkozy in visita presidenziale in Algeria riconosceva che

il sistema coloniale è stato profondamente ingiusto e contrario alle parole fondatrici della nostra Repubblica: libertà, uguaglianza e fratellanza

ma rifiutava qualsiasi forma di pentimento per le vicende storiche passate poiché

all’interno di questo sistema, c’erano molti uomini e donne che amavano l’Algeria prima di doverla abbandonare […] io voglio rendere onore a tutte le vittime.

O ancora nel 2016 quando François Fillon, allora candidato alle primarie della destra, parlò dell’esperienza coloniale come un partage de culture (una condivisione di cultura, ndr):

La Francia non è colpevole di aver voluto condividere la sua cultura con i popoli del’Africa, dell’Asia e dell’America del Nord. Non è la Francia che ha inventato lo schiavismo.

Ma il passato coloniale è oggetto di atteggiamenti ambigui anche a sinistra. Durante la Terza Repubblica la sinistra francese fu parte attiva del processo di colonizzazione. 

Una statua di Faidherbe abbattuta in Senegal

Lo stesso Faidherbe fu in seguito deputato della sinistra. Ma in tempi più recenti è sufficiente citare François Mitterrand, ministro delle colonie dal 1950 al 1951, e che nella veste di ministro dell’interno nel 1954 disse che “L’Algérie, c’est la France!” (L’Algeria è la Francia, ndr). Ma forse qui dovremmo aprire una lunga digressione sulla duplicità dell’ex presidente francese (e sul suo passato vichysta).

Certo è che il dibattito sul passato coloniale sembra essere solo all’inizio.

Ed è più che probabile continui visto che i cittadini francesi che hanno le proprie origini nei paesi di quel non molto lontano passato coloniale potrebbero prima o poi chiedere atti concreti al mondo politico francese.

L’oggetto del contendere sono i valori fondativi e l’identità della Repubblica Francese. Vi è molto di più dietro la polemica per una statua.

Faidherbe, il “presente” coloniale francese ultima modifica: 2018-04-19T11:14:06+00:00 da Marco Michieli

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento