Il sandinismo ridotto a stato di polizia

Nicaragua. Dopo la sanguinosa repressione delle proteste contro il suo governo, Daniel Ortega ritira le misure contestate
scritto da CLAUDIO MADRICARDO

Marcia indietro del governo di Managua sulla riforma della sicurezza sociale che ha scatenato una protesta di piazza senza precedenti in tutto il paese già da mercoledì scorso, provocando ventisette morti, secondo i dati delle organizzazioni non governative [dato aggiornato, ndr], mentre fonti ufficiali ammettono dieci vittime, centinaia di feriti e danni incalcolabili a esercizi commerciali e a edifici governativi presi d’assalto.

Con un messaggio televisivo diramato domenica 23 aprile, il presidente Daniel Ortega ha ritirato il provvedimento che ha scatenato il più grave scontro sociale dalla fine della guerra civile, ovvero da trent’anni a questa parte, e ha ammesso che la riforma proposta dal suo governo non è praticabile.

A scatenare le violente proteste che hanno scosso tutto il paese, la decisione martedì scorso da parte del Consejo Directivo del Instituto Nicaragüense de Seguridad Social (Inss) di aumentare i contributi da parte di lavoratori e imprese, imponendo ai pensionati il pagamento di un cinque per cento della pensione a copertura delle malattie.

Un provvedimento che doveva evitare il collasso del sistema di sicurezza sociale in una realtà economica sempre più difficile per il Nicaragua, in cui molti nodi rischiano di venire al pettine dopo la chiusura dei rubinetti dai quali al paese centroamericano affluivano somme ingenti di denaro da parte della cooperazione permessa dal petrolio venezuelano.

La risorsa che nel recente passato, oltre al controllo da parte della sua stessa famiglia della maggioranza delle emittenti televisive, ha permesso a Ortega di avviare quelle politiche sociali a favore dei più poveri che gli hanno assicurato l’appoggio di cui ancora gode nel paese.

Apparso in tv con al fianco la vice presidente e prima dama Rosario Murillo e le alte cariche della polizia e dell’esercito, Ortega ha giustificato il ritiro del provvedimento volendo facilitare il dialogo con il settore privato e con i rappresentanti del mondo del lavoro, che vedono nella riforma una misura destinata ad aumentare la povertà peggiorando le condizioni esistenziali della maggioranza della popolazione.

La decisione di domenica da parte del governo di Ortega cerca di mettere fine a una situazione che ha visto scendere in piazza manifestanti in tutto il paese, ivi comprese città come León e Estelí, culle del sandinismo. Proprio a León, città universitaria e anticonformista per eccellenza, le violenze di piazza generate da parte di gruppi di manifestanti sostenitori del governo hanno causato l’incendio di Radio Darío, un’emittente che dava copertura alle manifestazioni, che prende il nome dal poeta Ruben sepolto nella cattedrale cittadina.

Un gesto che ha preceduto la morte di Ángel Gahona, direttore del notiziario El Meridiano, raggiunto da un proiettile di sicuro sparato dalla polizia durante una diretta facebook delle manifestazioni a Bluefields, nella costa caraibica. E che si va ad aggiungere a undici aggressioni contro giornalisti verificatesi da mercoledì scorso, e alla censura scattata contro quattro canali televisivi esclusi dall’etere per ordine di Telcor, l’istituzione che sovrintende alle telecomunicazioni. Un provvedimento che ha fatto parlare di deriva dittatoriale da parte dei pochi giornali ancora non sotto controllo diretto di Ortega.

Data al 2007, infatti, il diktat della vicepresidente Rosario Murillo che ha ristretto gli spazi di cui prima la stampa godeva, imponendo la prima dama del paese come unica voce autorizzata a parlare per conto del governo, e riservando a chiunque, ministro o sindaco, contravvenisse alla disposizione, l’allontanamento immediato dall’incarico.

Una situazione che, come ha denunciato venerdì scorso Carlos Salinas Maldonado dalle colonne del Confidencial, una delle poche voci libere che ancora esistono nel paese, si unisce “al controllo della pubblicità statale, che ha asfissiato vari giornali e giornalisti, e l’acquisto da parte della famiglia presidenziale di televisioni con fondi della cooperazione petrolifera del Venezuela, i cui programmi informativi trasmettono un’informazione edulcorante e la “realtà alternativa” comandata dalla vicepresidenza”.

Il leader studentesco “Águila” mostra la cartuccia di un proiettile esploso dalla polizia

Non a caso, da parte dei settori della stampa ancora non in mano a Ortega, profonde critiche sono state espresse contro la reazione dura da parte della polizia, e numerose sono state le denunce contro la violenza delle squadre sandiniste che hanno tentato di schiacciare la libertà di manifestazione e di stampa. Indicando direttamente Ortega e Murillo come mandanti di quanto accaduto e di quanto potrebbe accadere se lo scontro di piazza dovesse essere destinato a continuare.

Cosa del resto perfettamente possibile, se si guarda alle prime reazioni al discorso del presidente che sembrano andare nel senso contrario da lui auspicato. Con gli studenti ben lontani dal mettere fine alle manifestazioni, mentre a Managua rimangono occupati gli edifici dell’Universidad Politécnica de Nicaragua, uno dei principali centri della protesta.

Nata all’indomani dell’improvvida decisione sul sistema della sicurezza sociale, essa ha presto coinvolto gli studenti universitari che in qualche modo ne sono diventati il fulcro. Il governo li ha liquidati come “vandali di destra” e li ha accusati di essersi dati ai saccheggi, costringendo le autorità, riluttanti, a impiegare la forza pubblica.

Un’accusa che i manifestanti hanno rimpallato sul governo, imputato di aver organizzato lui le violenze proprio per aver modo poi di reprimere con la forza le proteste. Del resto in una situazione in cui il recente provvedimento sulla sicurezza sociale è ben lungi dall’essere il solo motivo di malessere sociale e costituisce la punta dell’iceberg di un fenomeno ben più diffuso, in cui le accuse di corruzione che coinvolgono il sistema e di brogli nelle elezioni municipali vanno ad aggiungersi agli interventi a gamba tesa di Ortega sulla costituzione e sulle leggi del paese, plasmate a suo piacimento fino a rendere possibile la sua rielezione, è ipotizzabile che la rivolta nata mercoledì scorso possa fungere da coagulante del malcontento generale e possa iniziare a dare voce a una nuova opposizione che coinvolga anche i settori critici del sandinismo ora silenti e emarginati. E non sia solo appannaggio della destra più becera, contro la quale può avere ancora buon gioco la martellante propaganda dell’orteguismo.

In quest’ottica, Daniel Ortega deve essere ben consapevole che il periodo delle vacche grasse durante il quale ha potuto spendere denari per un timido programma sociale a favore dei ceti popolari è finito, e il fiume di denaro si è seccato. E che il tempo lavora a suo sfavore, mentre le contraddizioni su cui si basa lo sviluppo recente del paese sono destinate a riemergere. Altra cosa che lo deve di certo preoccupare è l’effettiva saldatura tra società civile e popolazione studentesca che si è realizzata in questi giorni, spia di un nuovo blocco sociale che potrebbe dargli del filo da torcere nel prossimo futuro.

Nel suo discorso di domenica Daniel Ortega ha assicurato che presto sarà aperto un tavolo di dialogo, inizialmente per ricercare la strada per rendere più forte la sicurezza sociale. Ma di altri tavoli avrà probabilmente bisogno il regime di Ortega nel prossimo futuro, e la scommessa che si profila è se e come esso saprà mantenere quell’appoggio di cui gode nel paese.

E se avrà la capacità di dialogare su ben altri temi. Molti osservatori della realtà nicaraguense sono pronti a scommettere che le proteste contro la riforma della sicurezza sociale hanno segnato solo l’avvio di una radicale critica allo stesso governo. Destinata ad approfondirsi e a continuare, in assenza di risposte adeguate.

La scommessa sembra essere in primo luogo se e come lo stesso regime di Ortega sia riformabile. La sua prima reazione ha premiato metodi che definire somozisti non pare esagerato. E solo alla fine, costretto da una reazione che di sicuro non aveva previsto, ha ceduto. I prossimi giorni ci diranno se il cedimento è frutto di tattica o se segna invece una comprensione delle situazione e un vero cambiamento. Tutto ciò apre una strada molto lunga e difficile per il Nicaragua, e gli esiti mai come in questo momento appaiono tanto incerti.

Mentre il Nicaragua cerca una pace ben lontana dal venire, in Paraguay vince la gara per le presidenziali il quarantaseienne Mario Abdo, riconfermando il potere del Partido Colorado, formazione che ha governato il paese dal 1947 al 2008, quando presidente è stato per una parentesi di quattro anni il vescovo Fernando Lugo.

Figlio di Mario Abdo Benítez, segretario privato del dittatore Alfredo Stroessner, “Marito” si dichiara contro aborto e matrimonio omosessuale e si propone di farla finita con la povertà che affligge il 26 per cento dei suoi conterranei. La sua elezione segna il culmine di una veloce ascesa personale nel Partido Colorado, e contribuisce, per quanto può, a spostare più a destra gli equilibri, non solo del partito, ma dell’intera America Latina.

Il sandinismo ridotto a stato di polizia ultima modifica: 2018-04-23T20:49:37+01:00 da CLAUDIO MADRICARDO

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