“Siamo una comunità di destino”. Parla Mauro Ceruti

“L’umanità deve apprendere a pensarsi a partire dai pericoli comuni a tutti i popoli: le armi nucleari, la crisi ecologica, la crisi economica, il terrorismo, le nuove forme di totalitarismo e di barbarie... Siamo legati dagli stessi problemi di vita e di morte”, sostiene il filosofo.
scritto da MATTEO ANGELI

Uniti nella diversità. È il motto dell’Unione europea, ma è anche la grande sfida nel nostro tempo. Per quanto si sforzi, infatti, l’uomo contemporaneo non può sfuggire al confronto con il diverso, che è anche quello che ha dentro di sé, sotto forma di un prisma di identità.

In questo mondo straordinariamente complesso, la tentazione, per alcuni, è quella di cercare conforto nell’apparente sicurezza data dai confini degli stati nazionali. “Ma i vecchi muri non possono arginare i nuovi problemi globali”. A sostenerlo è Mauro Ceruti, professore ordinario di Logica e Filosofia della Scienza presso la IULM di Milano, già senatore eletto nelle liste del Partito Democratico, e autore di numerose opere sui temi dell’Europa e della globalizzazione.

Mauro Ceruti

Professor Ceruti, a cinquant’anni dal Sessantotto, che senso ha parlare di questa data ai giorni nostri?
Il Sessantotto è stato il sensore, giovanile, di un radicale mutamento nella condizione umana. Sia come manifestazione di un disagio verso la civiltà esistente sia come esigenza di nuovi modi di pensare e di nuovi stili di vita. E in tutto ciò per la prima volta una nuova generazione si sentì legata a livello planetario.

Cosa la univa?
In particolare due prospettive tessero questo legame: la pace e l’ecologia. L’immaginazione al potere significò il rifiuto del falso realismo, per esempio della guerra e dello sfruttamento della natura. Il Sessantotto fu la scintilla di una coscienza planetaria… Io leggo il Sessantotto come figlio del modo in cui finì la Seconda Guerra mondiale. E della discontinuità che provocò nella condizione umana. L’esplosione atomica di Hiroshima, nel 1945, fu la campana d’allarme di un rischio fino ad allora inconcepibile: il rischio che la distruzione locale potesse precipitare nell’annientamento globale. Questo rischio dilatava l’orizzonte delle responsabilità individuali e collettive, fino a concernere la stessa sopravvivenza futura dell’umanità nel suo insieme. Questo inedito rischio trasformava alla radice la condizione umana. Da questa possibilità di autosopprimersi è nata una comunità di destino planetaria.

Cosa ha significato la nascita di questa comunità di destino planetaria?
Abbiamo scoperto di vivere in un’ecumene completamente umanizzata, al cui interno ogni evento locale può comportare, almeno in linea di principio, conseguenze che possono amplificarsi rapidamente su scala globale. È in questo senso che la condizione umana è trasformata da un imprevisto e simultaneo aumento di potenza e di interdipendenza… Poi negli anni Cinquanta e Sessanta si pose la questione dell’impatto della civiltà umana sugli ecosistemi. Nacque il pensiero ecologico come pensiero planetario.

Alla luce di queste considerazioni, come valuta la situazione odierna?
Oggi, pur tra mille differenze di contesto geopolitico e tecnologico, come concepire la pace (e la guerra) e come concepire il rapporto uomo/natura sono le due sfide da cui dipende la riformulazione di tutte le questioni dell’agenda politica. Il rischio dell’autoannientamento della specie umana è presente attraverso il riscaldamento del clima, l’inquinamento dei suoli e delle acque, il depauperamento delle risorse alimentari. E l’arma nucleare, dopo la fine della guerra fredda, è disseminata in modi ancor meno controllabili, ed è diventata una spada di Damocle su futuro dell’umanità. Il Sessantotto fu la scintilla di una presa di coscienza di questa profonda discontinuità nell’evoluzione dell’umanità.

Qual è quindi la grande sfida della nostra epoca?
Oggi, nell’ottavo decennio dell’era atomica, la sfida è proprio quella di iniziare a concepire e vivere la comunità planetaria in positivo. La sfida è concepire l’appartenenza comune a un intreccio globale di interdipendenze come l’unica condizione adeguata per garantire e migliorare la qualità della vita dei popoli e delle persone; si impone di trasformare il dato di fatto dell’interdipendenza planetaria nel compito etico e politico di costruire un nuovo ordine mondiale verso la convivenza e la pace. Perciò è urgente porsi interrogativi radicali sulla validità dei nostri tradizionali paradigmi e sull’efficacia delle modalità più consolidate dell’azione umana. Ma un falso realismo occulta i problemi e ostacola la diffusione di un nuovo pensiero. E soffoca l’immaginazione.

La sensazione è che la politica oggi non sia in grado di spiegare la complessità e ricondurla a un orizzonte, a una visione condivisa. Pensa che la politica dovrebbe impegnarsi per un maggiore e migliore sforzo pedagogico, per spiegare alla gente che il mondo in cui viviamo non è fatto di infinite possibilità, ma di limiti ben precisi? O crede invece che ciò di cui oggi ha maggiormente bisogno la gente sia un orizzonte, una visione comune?
È finita la società moderna, costruita nei confini della sovranità territoriale degli stati e più o meno rigidamente gerarchizzata in classi. Gli individui non sanno dove collocarsi, dentro la società. E c’è una polarizzazione sempre più acuta fra il potere, da una parte, e gli individui, incerti e slegati, dall’altra. C’è un bisogno di partecipazione che fuoriesce dai quadri tradizionali della democrazia rappresentativa, e che rischia di trovare una scorciatoia: quella del leader carismatico, dei capri espiatori, del conflitto di civiltà… La politica non ha visione e ha sempre meno potere. E poi ha abdicato a favore degli esperti. Inoltre è sottomessa a un’economia che le sfugge e la domina. Genera così una tecnocrazia e una burocrazia che irrigidiscono il corpo sociale e mortificano i bisogni degli individui.

I politici sono una casta?
Sì. Nel senso che sono chiusi nell’autoreferenzialità e di fatto sfuggono al gioco democratico. Le elezioni sono un rituale di autolegittimazione, invece che un libero confronto di progetti per il futuro. La crisi della democrazia è intrecciata con una più radicale crisi del pensiero politico. Mai come oggi, per la gestione di enormi problemi nazionali e sovranazionali, c’è bisogno di visione, di cultura, di consapevolezza della nuova condizione umana globale. E soprattutto di un orizzonte planetario. Ma mai come oggi la politica seleziona una classe dirigente senza visione, senza cultura, senza consapevolezza. E provincializzata. Legata a una miope tattica di autoconservazione di sé, in una condizione di degrado morale e materiale.

Da cosa passa la rigenerazione della politica?
Senza affrontare questa drammatica crisi culturale, è impossibile rigenerare la democrazia. Il paradosso e il dramma sono che l’attuale classe politica è svuotata di pensiero, è suddita di una finanza arrogante, confida negli “esperti”, negli specialisti, che, incapaci di una visione globale, presentano soluzioni che alimentano esse stesse il problema. La rigenerazione della politica non potrà che fondarsi sulla consapevolezza del carattere globale e inedito di tutte le più importanti questioni in gioco, e sulla consapevolezza che per affrontarle non bastano risposte tecnocratiche, locali o contingenti: si pone l’urgenza di cambiare paradigma.

A proposito di orizzonti comuni, che fine pensa abbia fatto il sogno europeo?
L’Europa è debole. Ha un serio deficit di democrazia e ha trascurato gli obiettivi sociali privilegiando obiettivi puramente finanziari e a breve termine. I nazionalismi e i localismi la minacciano. Rinasce l’attitudine a creare capri espiatori, in primo luogo l’islam, ma anche lo ‘straniero’ o il ‘migrante’, figure astratte, staccate dalla concretezza di ogni contesto umano. L’Europa rischia nuovamente il dilagare delle sue malattie moderne, degenerate nei conflitti mondiali: la pulizia etnica e la sacralizzazione dei confini. Così il nemico dell’Europa è diffuso: non è tanto oltre i confini di ciascuno stato, quanto entro gli stessi confini di ciascuno stato…

C’è chi invoca il ritorno agli stati nazionali…
Nel tempo inedito della globalizzazione non si può guardare indietro. E guardare indietro significa scommettere sul potere taumaturgico degli stati nazionali. Il bisogno di radici non si risolve così. Gli stati nazionali europei hanno già fallito rovinosamente, nel periodo della “grande guerra civile europea” fra il 1914 e il 1945.  E i problemi globali non li resusciteranno. Al contrario. I nazionalismi dei nostri giorni sono il colpo di coda di un mondo spaventato. È temerario e suicida auspicare l’irrigidimento delle nostre società aperte, il ritorno a sovranità nazionali assolute, semplicemente anacronistiche di fronte ai problemi globali, transnazionali, posti da un’irreversibile interdipendenza planetaria.

Che fare allora?
Di fronte alla crisi della democrazia nei singoli stati, bisogna osare più democrazia dove ancora questa è carente, cioè nelle istituzioni sovranazionali, e in particolare nell’Unione Europea. I problemi su cui si esercitava la sovranità assoluta dei governi democratici degli stati sono diventati transnazionali: innovazione tecnologica, democratizzazione delle conoscenze, transizione energetica, governo delle migrazioni, lotta al terrorismo, ricerca di una maggiore giustizia sociale, protezione degli individui dai contraccolpi di un’economia senza freni. Parlare di sovranità degli stati dinanzi a questi problemi è del tutto illusorio. E può aprire la strada a un esercizio del potere antidemocratico e autoritario.

L’Unione Europea è in grado di rispondere a questi problemi transnazionali?
La nostra Europa è nata dall’abisso della barbarie suicida nella quale si era gettata con la grande guerra civile europea del 1914-1945. La nostra Europa è nata da un progetto inedito. Il suo scopo è stata la pace, che pareva impossibile. E ciò è stato realizzato. Poi lo straordinario successo economico ha messo in sordina il progetto politico e ha nascosto il suo progressivo degrado. Ma l’Europa o è una civiltà, sostenuta da un progetto politico, o si autodistrugge. L’Europa del dopoguerra si salvò perché cambiò paradigma, perché i fondatori dell’Unione Europea pensarono che le ambizioni nazionali del possesso esclusivo delle risorse potessero cedere il passo a una condivisione delle risorse. Oggi non c’è troppa Europa. Oggi, c’è troppo poca Europa.

Come rilanciare il progetto europeo?
La nuova visione deve fondarsi sul principio associativo, lo stesso principio su cui ha fatto leva la generazione che ha attraversato le rovine della guerra. Con l’impegno del “mai più”. Serve un’Europa federale, di un federalismo sui generis. Un parlamento che funzioni davvero come parlamento e che elegga un governo responsabile è sicuramente la strada migliore per colmare il deficit di democrazia dell’Europa attuale. Questo deficit è un ostacolo pesante nella presa di coscienza e di responsabilità dei suoi cittadini nei confronti delle sue istituzioni. Perché ciò accada è indispensabile che emerga un nucleo federale, con politiche finanziarie ed economiche comuni e con un parlamento investito del potere di decidere e quindi della sovranità popolare in senso proprio, almeno per i paesi dell’Euro. Un’unione monetaria senza un’unione politica è insostenibile. Ma, soprattutto, l’Unione Europea non può non avere una politica estera comune.

Perché?
La mancanza di questa politica estera ha avuto conseguenze disastrose nelle crisi mediterranee degli ultimi anni. La loro gestione è stata lasciata totalmente ad attori esterni. E il risultato si è rivelato un terribile boomerang per l’Europa, che ha assistito impotente sia all’intensificazione degli atti terroristici sia alle grandi migrazioni dei rifugiati. La pacificazione del Mediterraneo è una grande opportunità per l’Europa. Alzare barriere nei confronti delle vittime di queste guerre è l’esatto contrario di questa presa di responsabilità: la gestione della crisi dei profughi è una tappa decisiva perché l’Europa esca dalla sostanziale immaturità economicista in cui è precipitata negli ultimi anni, e perché l’Europa combatta le regressioni nazionalistiche che rischiano di precipitarla nelle condizioni di cent’anni fa…

Viviamo in un mondo sempre più globalizzato e interconnesso. E tutto lascia immaginare che questa dinamica si approfondirà nei prossimi anni. Ritiene che sia necessario educare le nuove generazioni a questa nuova “cittadinanza globale”? Se sì, come crede che si possa insegnare ad “essere cittadini del mondo”?
L’educazione a una cittadinanza globale non può che essere un’educazione a una cittadinanza multipla. La tradizionale missione della scuola è stata quella di formare il cittadino nazionale. E lo stato nazionale è stato il mediatore privilegiato se non unico fra locale e globale. Vista dall’interno di ogni stato, la cittadinanza ha richiesto la rinuncia alle diversità. Omogeneizzazione politica e culturale sono andate di pari passo. E la cittadinanza è stata esclusiva. Una delle sfide cruciali dei nostri giorni è andare al di là dell’idea di cittadinanza nazionale forgiata nell’età moderna.

Come?
Oggi il problema è, al contrario, non di ridurre, ma di valorizzare la diversità allo scopo di generare un’unità condivisa. La scuola deve simultaneamente educare a una cittadinanza nazionale, europea, globale. Unità nella diversità, diversità nell’unità. E ciò corrisponde alla nuova condizione antropologica degli individui, caratterizzati da una simultanea apparenza a molteplici contesti, complementari e conflittuali fra loro. Educare alle identità multiple è condizione indispensabile per generare nuove convivenze sociali. La diversità non è solo fra molteplici identità, ma la diversità e la molteplicità sono dentro ogni identità.

La globalizzazione ha moltiplicato le occasioni di incontro con il diverso. Questo non ha portato solo a un notevole arricchimento per gli individui e le società, ma ha anche scatenato delle profonde pulsioni di intolleranza. In tutta Europa si assiste a una crescente insofferenza nei confronti del diverso, delle minoranze. Crede che questa insofferenza sia fisiologia, e quindi destinata a sparire lentamente negli anni a venire, o siamo invece di fronte a una dinamica circolare e dobbiamo attenderci un accrescimento delle discriminazioni e del rifiuto del diverso, sul modello dei tanti momenti bui che hanno caratterizzato la storia dell’umanità?
Gli stati nazionali, fino a tempi assai recenti, sono stati assai efficaci nel coniugare uguaglianza dei diritti e omogeneità delle culture e dei progetti di vita. Oggi, al contrario, ci dobbiamo chiedere come sia possibile coniugare uguaglianza dei diritti e diversità delle culture e dei progetti di vita. Questa sfida richiede una riflessione sulla natura delle identità nazionali e delle loro relazioni all’interno della “comunità di destino” europea, e anche della “comunità di destino” planetaria.

Dobbiamo sforzarci di essere tutti più tolleranti?
Non basta la tolleranza. Bisogna comprendere come l’altro, lo sguardo e l’ascolto dell’altro, sia il motore e la precondizione del nostro stesso sviluppo. Dinanzi a chi asserisce l’inevitabilità dello scontro di civiltà, dobbiamo chiarire che quello che ha attualmente luogo è uno scontro entro le civiltà, che taglia trasversalmente ogni confessione, ogni cultura, ogni nazione, relativamente a opposte visioni della convivenza multiconfessionale, multiculturale, multinazionale: fra coloro che la ritengono una risorsa essenziale per il presente e il futuro di tutte le comunità, e coloro che la vorrebbero senz’altro eliminare. Ogni tentativo di eliminazione è un attacco contro l’umanità tutta, e contro le sue singole tradizioni.

Nel 2018 assistiamo ancora a interventi militari cosiddetti umanitari, al fine di bloccare (o vendicare?) violazioni particolarmente gravi dei diritti umani. Crede che nella nostra epoca ci sia spazio per delle “guerre giuste”?
Stiamo vivendo non la terza guerra mondiale ma la prima guerra globale. Una guerra di tipo inedito. Non possiamo interpretarla con le categorie della guerra tradizionale. Bisogna capire che cosa la globalizzazione e l’arma nucleare hanno portato di inedito. La politica internazionale continua a essere affrontata come un gioco a somma zero: vinco io, perdi tu. Questo poteva anche funzionare quando gli equilibri fra le grandi potenze potevano essere mantenuti a spese del resto del mondo, attraverso spartizioni coloniali e imperialiste, di cui è stata vittima soprattutto l’Africa (e, in parte, anche una Cina molto indebolita).

Chi sono oggi i neonazionalisti?
Fra questi neonazionalisti non ci sono solo i movimenti populisti europei. Russia, Cina, Giappone, e quella parte degli Stati Uniti che si riconosce in Donald Trump stanno alimentando pericolosamente questo paradigma.

Lei parla di una guerra di tipo inedito. Ci spieghi meglio…
Una volta di più lo dobbiamo ribadire: il conflitto non è fra territori, fra culture, fra nazioni, ma taglia trasversalmente ogni territorio, ogni cultura, ogni nazione. Oggi poi, questo paradigma dei giochi a somma zero ha preso la forma del conflitto fra civiltà. Bisogna infrangere questa prospettiva. Il conflitto attraversa ogni civiltà. Il paradigma dello scontro fra civiltà non consente di riconoscere la grande discontinuità della condizione antropologica nel mondo globalizzato.

Quale ruolo ha la politica in questo contesto?
La politica rimane prigioniera del paradigma dei giochi a somma zero (“vinco io, perdi tu”), non solo sul piano internazionale, ma anche sul piano delle singole società nazionali: “giochi” in cui una parte vince a spese delle altre che perdono. Ma oggi, nell’età dell’interdipendenza planetaria, continuare questi “giochi” è disastroso, impossibile, se si ha a cuore il bene e il futuro stesso dell’umanità. Gli attori dei giochi a somma nulla in realtà possono perdere tutti: il vero rischio è che non ci possano più essere vincitori e vinti, ma solo vinti. L’umanità oggi, per la prima volta nella sua storia, “deveuscire dall’età della guerra. “Deve” uscire dal paradigma dei giochi a somma zero per generare un paradigma dei giochi a somma positiva.

Negli ultimi anni il sistema di produzione capitalista ha mostrato tutti i suoi limiti. Tra questi, il più lampante è quello legato alla sua incapacità di offrire occupazione a tutti. Pensa sia necessario un ripensamento radicale di questo sistema?
Nel nostro mondo globale si sono scatenate due forme di barbarie: quella del jihadismo, ma anche quella dello strapotere del profitto, della competizione estrema, di una finanza rapace e irresponsabile. La riuscita materiale delle società capitalistiche è stata senz’altro grande, ma ha prodotto anche nuove povertà e miserie, distruzione di antiche solidarietà, disagi psichici, degrado morale. Tutto ciò non può più essere trascurato. È ineludibile il bisogno di nuove solidarietà, convivialità, legami sociali. Ciò pone un problema alla politica: di quale civiltà farsi promotrice.

Ciò pone il problema di ripensare le idee di sviluppo di progresso…
L’attuale idea di sviluppo è unilateralmente tecno-economica ed è quantitativa, misurata con gli indicatori di crescita e di reddito. Così si è arrivati a credere che lo stato attuale delle società occidentali costituisca lo sbocco e la finalità dell’intera storia umana. Questa idea è fallita. Soprattutto, è fallita l’idea che il progresso segua automaticamente la locomotiva tecno-economica. È fallita l’idea che il progresso sia assimilabile alla crescita, in una concezione puramente quantitativa della condizione umana. Negli ultimi decenni la storia non va verso il progresso garantito, ma va verso una straordinaria incertezza.

Serve un cambio di paradigma?
È il mutamento nella condizione umana che impone un cambiamento di “paradigma”, un cambiamento del nostro sguardo sul mondo. E la necessità di cambiare “paradigma” diventa sempre più urgente, nel momento in cui il dogma della crescita all’infinito viene messo drasticamente in discussione dal perdurare della crisi economica europea e mondiale, dai pericoli prodotti da uno sviluppo tecnico e scientifico che resta miope, dagli eccessi di consumismo che rendono infelici gli individui e la collettività.

Come cambiare il nostro sguardo sul mondo?
Bisogna ripensare le idee di progresso, di crescita, di globalizzazione all’interno di una prospettiva complessa, in grado di concepire l’irriducibile molteplicità di dimensioni della nuova condizione umana. Bisogna misurare la crescita in termini diversi da quelli puramente quantitativi del PIL, mettendo in campo gli indicatori dello sviluppo umano. L’attuale modello di sviluppo, che non considera lo sviluppo umano, è pienamente interno alle coazioni a ripetere i “giochi a somma nulla”: il successo individuale viene alimentato a scapito del bene comune.

Cosa può fare la politica?
L’agenda della politica deve porre in primo piano il cambiamento di paradigma… Su scala globale, come su scala europea. Quel cambiamento che è stato alle origini stesse dell’Unione Europea. La politica deve concepire come complementari e non opposte identità e diversità; deve concepire ogni identità come incompiuta ed evolutiva, multipla, prodotta dall’intreccio di molteplici storie; deve comprendere che la valorizzazione delle diversità delle culture e delle persone nonché della biosfera è la vera opportunità antropologica e politica dell’età globale.

Come?
Senza comprensione, connessione, ibridazione e anche conflitto delle diversità non c’è cultura, non c’è vita associata, non c’è spiritualità. L’umanità cesserebbe semplicemente di esistere. Ma ciò richiede una svolta, un superamento degli stati sovrani assoluti, un nuovo paradigma volto alla solidarietà, e la presa di coscienza che siamo in una condizione inedita, e legati agli stessi pericoli: le armi nucleari, la crisi ecologica, la crisi economica, il terrorismo, le nuove forme di totalitarismo e di barbarie… Siamo legati dagli stessi problemi di vita e di morte. Siamo una “comunità di destino”.

Di fronte alle grandi sfide evocate nelle domande precedenti, le nostre società sembrano alla ricerca di bussole in grado di orientare un’azione condivisa. In questo sforzo di ricerca, che ruolo crede possa avere la religione?
Siamo la prima umanità ad avere una decisiva responsabilità nei confronti della natura, a dover pensare insieme l’unità e la molteplicità, l’identità e la diversità, e ciò per la nostra stessa sopravvivenza. La nuova condizione umana pone la necessità di un’ulteriore evoluzione e di una vera e propria “ri-umanizzazione”. Abbiamo la necessità di ri-pensarci non più attraverso le interminabili contese di piccoli gruppi, ma attraverso la moltiplicazione delle connessioni che dal singolo individuo portano a un’unica totalità planetaria, attraverso molteplici e disparate collettività. Abbiamo la necessità di innescare giochi a somma positiva. Questo è il quadro entro cui si pone oggi ogni riflessione sulla dimensione spirituale come dimensione generativa della esperienza umana. E per questo il fondamentalismo ne è la ricorrente antitesi.

Verrebbe da dire che oggi i temi religiosi sono ormai ostaggio degli estremisti…
In una prospettiva complessa possiamo comprendere la possibilità antropologica dei fondamentalismi, e, insieme, la loro profonda deviazione e perversione. I fondamentalismi vanno contro la generatività della condizione umana. Il fondamentalismo è un tentativo di scorciatoia, volto a ridurre la diversità. Contrasta la generatività non solo dell’umanità, ma della vita stessa, che è evoluzione, incompiutezza, diversità, relazione. Rispetto alle storie e alle esperienze umane, il fondamentalismo scambia la parte per il tutto, isola una singola dimensione dell’esperienza umana. E può avere un volto religioso, ma anche tecnocratico e scientista.

C’è una via d’uscita a tutto ciò?
L’orizzonte di un nuovo umanesimo planetario potrà essere prodotto dalla coscienza della comunità di destino che lega ormai tutti gli individui e tutti i popoli del pianeta, e l’umanità intera all’ecosistema globale e alla Terra. L’umanità dei nostri giorni deve apprendere a pensarsi come umanità proprio a partire dal pericolo che lega tutti i popoli allo stesso destino, di vita o di morte. Tutti gli esseri umani condividono gli stessi problemi fondamentali di vita e di morte. L’umanità può sperare di risolvere i suoi problemi vitali solo riconoscendosi come una comunità di destino, comunità una e molteplice, condizione emergente della condizione umana nel pianeta. Un nuovo universalismo può basarsi solo sul riconoscimento dell’unità nelle diversità umane e delle diversità nell’unità umana. Allo stesso tempo può essere generato dal riconoscimento dell’unità dell’ecosistema globale entro la diversità degli ecosistemi locali e della diversità degli ecosistemi locali nell’unità dell’ecosistema globale.

Ci sono buoni presupposti per questo tipo di evoluzione?
A partire dall’attuale condizione è un’evoluzione improbabile. Ma l’identità della specie umana è incompiuta, e contiene la possibilità, per quanto appunto improbabile, della emergenza di una nuova umanità. La condizione globale è inedita e inedite dovranno essere le forme politiche, diverse da quelle sperimentate nell’epoca moderna, che hanno regalato la vita degli stati nazionali. Ma una riforma politica così radicale non può avvenire se non attraverso una riforma di civiltà, una più profonda riforma di vita, mentale, spirituale. Che sappia concepire la possibilità di trascendere la condizione attuale. La dimensione religiosa non può non concorrere a delineare questa possibilità. E anche in questo caso è inevitabile il contrasto fra una prospettiva fondamentalista e una generativa.

 

“Siamo una comunità di destino”. Parla Mauro Ceruti ultima modifica: 2018-04-24T12:34:22+02:00 da MATTEO ANGELI

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