I miraggi del sovranismo

Ma è illusorio pensare di esorcizzarlo cullandosi sulla debolezza di molte delle sue proposte. La sua forza, infatti, è nella sua capacità di veicolare valori e ipotesi sulla realtà con la quale è necessario imparare a fare i conti. L'argomentata analisi di Stefano Feltri in "Populismo sovrano", un libro da leggere
scritto da FRANCESCO MOROSINI
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L’illusione della sovranità, sostiene il vicedirettore del Fatto Quotidiano Stefano Feltri*, è un’utile chiave interpretativa per capire la forza profonda che muove quello che s’individua come populismo. Ossia, quel fenomeno che, riemerso, rinnovato dopo una lunga latenza, sta sconvolgendo la geografia elettorale in tutto l’Occidente; e, sicuramente, nel mezzo di questa temperie politica c’è pure il sistema politico italiano, come ha ben dimostrato il recente 4 marzo dall’esito delle urne. L’autore ha scelto un angolo visuale particolare, cioè il tema della sovranità, per analizzare questa sfida politica. Così facendo evita di rincorrere le molte definizioni di esso della letteratura e di andare al sodo della questione.

Diversamente, sarebbe incorso, nella ricerca della definizione perfettamente calzante all’oggetto sociale “populismo”, in quello che il filosofo Isaiah Berlin chiamava il complesso di Cenerentola. Che per il pensatore significava, stando al gioco di considerare la “scarpa di Cenerentola” equivalente al concetto di populismo, illudersi, come il Principe della favola, che questa potesse individuare, cogliendone nella forma l’essenza, il piede cercato. Certo, afferma Berlin, molti piedi paiono quasi adattarsi; ma guai se il Principe si fosse fatto ingannare da essi; perché solo quando la scarpa calzerà perfettamente avrà trovato l’essenza dell’amata. Ecco, dunque, l’illusione: che possa esistere una definizione perfetta (simbolicamente la scarpa di Cenerentola) che consenta allo studioso di cogliere l’essenza, comune a tutte le sue manifestazioni, del “populismo”.

Il monito è da raccogliere; ma ciò non deve impedire, lo ricorda uno studioso particolarmente attento al fenomeno (Marco Tarchi, “L’Italia populista”, il Mulino), di cogliere quelle “somiglianze di famiglia” costanti del suo manifestarsi; in particolare, l’idea di popolo come comunità organica di cui

ne rivendica il primato come fonte di legittimazione del potere, al di sopra di ogni forma di rappresentanza e di mediazione (Tarchi).

Feltri, in sostanziale accordo con questa saggezza politologica, punta il faro sul cosiddetto “sovranismo” vedendovi in esso un elemento caratterizzante l’attuale presenza del populismo: cioè un tentativo di risposta alla sfida portata dal turbocapitalismo alle democrazie rappresentative dell’Occidente.
L’intento è ben chiarito dall’autore nell’incipit di un precedente saggio (“L’illusione della sovranità”, Rivista il Mulino, 5, 2018) quando afferma:

Di fronte a problemi che nessun governo nazionale appare in grado di risolvere, elettori e politici sembrano aver perso fiducia in soluzioni che richiedono collaborazione a livello sovranazionale. Non credono più nella globalizzazione e così inseguono un’illusione che può essere pericolosa: il recupero di sovranità.

Si tratta, purtroppo, di un miraggio: perché, a ben vedere, mai è esistito un mondo di democrazie prive di condizionamenti esteri e, più in generale, senza il condizionamento del principio di realtà. E quest’ultimo, piaccia o meno, presuppone proprio ciò che il populismo odia: la complessità del processo decisionale.

Ed è qui che l’illusione si fa pericolosa. In ragione di ciò, Feltri ha ragione a indagare il perché il populismo – una mentalità sempre latente, quasi fosse l’ombra della democrazia rappresentativa – oggi sfondi nell’opinione pubblica, italiana e non, portando il corpo elettorale ad abbandonare i suoi più tradizionali sentieri politici. La ragione, per Feltri, è la “sfiducia nella democrazia” vista inerme, o addirittura complice, della globalizzazione, imputata di espropriare il cittadino-elettore di ogni potere. Cosa che porta, questo è il dramma, a incolpare la democrazia medesima di essere la causa, in una sorta di capovolgimento dei rapporti di causa/effetto, di quel disagio sociale di cui, in fondo, essa stessa è vittima. Ma se cade la legittimità delle procedure della democrazia, assieme a esse cedono le garanzie di libertà dalle prime garantite.

Un incubo da evitare; per farlo bisogna capire quanto accade. A partire dal fatto che l’humus da cui il populismo promana è il disagio (talvolta fino al rigetto) per i riti della democrazia rappresentativa. Ciò accade perché essi sono visti come un sipario dietro al quale il popolo”, invece che protetto, viene abbandonato, quasi incatenandolo in una sorta di “caverna di Platone”, per impedirgli di vedere i guasti e l’esproprio di sovranità indotto dalla globalizzazione. Di qui la volontà populista di rompere queste catene con l’appello diretto alla “gente”.

Ecco, dunque, il filo conduttore del ragionamento dell’autore: individuare nel “sovranismo”, cioè nella critica della democrazia rappresentativa, che necessariamente coinvolge pure la governance multilaterale nelle relazioni internazionali, l’aspetto dirimente del il populismo. Quest’ultimo, infatti, imputa ad essi l’aver aperto definitivamente la porta al globalismo a danno del popolo. Per Feltri un campanello d’allarme suona per la democrazia; va ascoltato.

L’elefante di Milanović

Un fatto è ormai evidente: le “placche” della profonda geologia politica dell’Occidente, dopo lunga stasi, hanno preso a muoversi con modalità inedite. E ora il fenomeno è in accelerazione, come evidenziano con costante progressione, gli esiti elettorali in USA e in Europa. Di ciò le ultime elezioni in Italia ne sono solamente un’ultima evidente dimostrazione. Il grafico dell’elefante di Branko Milanović, professore alla City University di New York, raffigurando alcuni esiti imprevisti della globalizzazione, aiuta a capire quanto gli eventi dell’economia abbiano potuto incidere su questi “tsunami elettorali” che scuotono alla radice i sistemi politici dell’Occidente.

Quello che il diagramma ci mostra è che, in analogia a quello che il presidente Mao diceva della rivoluzione, la globalizzazione è tutto meno che un pranzo di gala. Infatti, la curva dell’elefante di Milanović evidenzia come quest’ultima, almeno per alcuni versi, appaia come un gioco a somma negativa (cioè con vincitori e perdenti).

Infatti, se si osserva il grafico (che sull’asse orizzontale individua, dal primo al centesimo percentile, la popolazione mondiale in ordine crescente di reddito e su quello verticale l’aumento del reddito registratosi tra il 1988 e il 2008), si possono individuare i diversi esiti distributivi che la globalizzazione ha prodotto, in specie nel suo ventennio di massima affermazione. Nel senso che la sua caratteristica forma ad elefante ci dice che il 25 per cento dei più poveri del pianeta è rimasto tale; ma anche che, e sono tutti elementi politicamente rilevanti, la crescita del commercio internazionale ha favorito assieme il 75 per cento della popolazione povera globale e le élite economiche dell’Occidente; mentre, elemento discriminante risultante dal grafico di Milanović, nessun beneficio reddituale ne ha tratto parte della classe media e operaia dei paesi sviluppati.

Quest’ultima, anzi, oltre ad essere insediata nella classifica dai “nuovi ricchi” cinesi, talvolta ne ha tratto perfino un danno: ossia, un calo nelle posizioni di reddito (la parte bassa della proboscide dell’elefante). E poco cambierebbe anche se la proboscide dell’elefante fosse, rispetto al suo punto più basso, più alta (minori perdite di reddito per i ceti medi): perché comunque, è questa fascia di popolazione (cui fanno parte pure operai ed impiegati di fabbrica e del terziario) ad aver tratto pochi o nulli benefici dalla globalizzazione.
Il diagramma, letto alla luce delle recenti elezioni americane, visivamente “spiega” così il successo di Trump:

Naturalmente, resta vero che è impossibile dimostrare che il commercio internazionale sia in toto negativo. Al contrario, se si ragiona per macro aree geoeconomiche, esso risulta, in sostanza, un gioco a somma positiva (tutti vincono). Guai, però, sottostimare i problemi di distribuzione del reddito evidenziati: perché sono politicamente esplosivi. Infatti, è su questa base di sociologia economico- elettorale che originano le ragioni di quella domanda di sovranità (se la globalizzazione ci ha colpiti, allora torniamo padroni a casa nostra) di cui discute il libro di Feltri.

Il populismo e la memoria

Premessa necessaria del sovranismo (ossia l’appello diretto e senza mediazioni al popolo) è il rifiuto, col globalismo, del multilateralismo (vissuto come politicista perché irriducibile all’immediatezza del semplice). Il problema è che così si dimentica che l’approccio multilaterale è sorto sulle macerie degli sconvolgimenti bellici del Novecento come metodo per dirimere i conflitti internazionali attraverso una rete di regole che limitasse al massimo il confronto diretto Stato contro Stato: cioè in via prioritariamente pacifica.

Tale rigetto è possibile, per Feltri, perché le leadership populiste e sovraniste appartengono a una “generazione senza memoria”; ossia dimentica o inconsapevole degli effetti dell’affermarsi di impostazioni simili alle proprie nel passato. Conseguentemente, esse, dinnanzi al disagio indotto dalla globalizzazione (fotografato dal diagramma dell’elefante), tendono a sottovalutare il rischio, implicito nel sovranismo, di conflitti poco e male mediabili.

Insomma, se oggi l’ordine liberale – di cui International Monetary Found (IMF), World Trade Organitation (WTO), North American Free Trade Agreement (NFTA), i sostanzialmente abbandonati Transatlantic Trade and Investiment Partnership (TTIP) e Trans-Pacific Partnership (TPP) erano elementi costitutivi – è oggi apertamente contestato, molto dipende dal fatto che i leader sovranisti, come sottolinea Feltri, sono “tutti nati in un’epoca di pace, e quindi la pace la danno per scontata”. Di tutte, forse, questa è l’illusione più pericolosa.

A pensarci, è un bel paradosso politico che il multilateralismo, sorto per proteggere dall’insicurezza (la stesso sogno europeo – ricorda Feltri citando lo storico Judt – è “stato piuttosto il figlio incerto dell’ansia” per i disastri del Novecento), ora possa essere rigettato in quanto accusato di produrre a sua volta insicurezza. Paradosso che alimenta il mito ideologico di poter rispondere alle nuove sfide del mondo difendendosi: ossia “tirandosi fino alle orecchie le coperte” dei mari o dei monti che fanno da confine. Illusioni, appunto.

Anche se va pure detto che, almeno finora, la prassi, di tali movimenti è meno ideologico/assertiva di quello che appare. Nel senso che i sovranisti, più che a sfasciare ogni regola internazionale giocando agli anni Trenta del Novecento, piuttosto punterebbero ad un approccio di relazioni internazionali in stile free riding. In definitiva, per l’autore, essi vorrebbero mantenere i vantaggi del multilateralismo; ma evitando di doverne pagare gli inevitabili costi.

A conferma di ciò parrebbero agire le sovraniste doc Polonia e Ungheria nel loro recente opporsi nel nome del libero mercato, e in apparente contrasto con i loro annunci di “frontiere chiuse”, alle ipotesi di modifica in senso restrittivo della direttiva sui “cosiddetti lavoratori distaccati”, viceversa accusata dai partner dell’Unione (in una sorta di capovolgimento dei ruoli in commedia) di favorire il dumping salariale a favore delle stesse Polonia e Ungheria. Insomma, un perfetto esempio di free riding in stile sovranista che mostra come le chiusure in casa propria (le frontiere sigillate) si possono benissimo accompagnare con pretese liberiste in casa altrui.

Peccato che, come già dimostra la discussione su questa direttiva, comunque il sovranismo porta a delle forzature – la pretesa di non pagare mai il conto – che espone a ripicche e al rischio di restare col cerino acceso in mano. Certo, i rapporti di forza contano nelle relazioni politiche, interne e internazionali; tuttavia, pensare di affrontarli con spallate sovraniste è potenzialmente suicida. In altri termini, la proposta populista, anche se si limitasse al solo free riding, appare una risposta debole alle questioni, si tratti di commercio estero o di immigrazioni, che essa promette di saper risolvere.

Nostalgia, paradossi e incomprensioni pericolose

Il guaio, come sottolinea Feltri, è che la nostalgia della sovranità, anche quando più modestamente s’acconcia al free riding, tende comunque a

spingere al ripudio delle complessità della democrazia assicurata dal governo e dalla sua caratteristica separazione (e limitazione) dei poteri.

Il punto oscuro del sovranismo è qui. Per il marketing politico di quest’ultimo, difatti, esiste una sorta di “fantasma tecnocratico” (mercati, grandi banche, agenzie di rating, ovviamente la BCE) che svuota la democrazia rappresentativa annullandola. La terapia conseguenziale è dare direttamente la voce al popolo. Peccato però che fuori dalla democrazia rappresentativa ci sia ben poco di “democratico” in termini di dottrina; e ancor meno, allo stato dei fatti, in termini di prassi. Ma c’è anche il rischio di paradossi – come il sospendere la democrazia per riconsegnarla al legittimo intestatario – che l’autore individua proprio nel caso dell’uscita dall’euro, per i sovranisti la “gabbia monetaria” cui ci siamo condannati aderendovi.

Qui il paradosso è che la volontà politica di uscire dall’Eurozona dovrebbe, oltreché annunciata pubblicamente, pure testata con referendum. Ma ciò produrrebbe uno shock micidiale all’economia; e a soffrirne di più sarebbe proprio quel popolo che i sovranisti antieuro annunciano di voler tutelare. In ragione di ciò, la restituzione al popolo della sua moneta (la mitica sovranità monetaria) dovrebbe essere fatta in un weekend, a mercati chiusi. Una bella ed eclatante contraddizione, almeno per i fautori di “solo il popolo decide”, perché l’operazione richiede la sospensione di quella stessa democrazia diretta che essi stessi propongono. Dice Feltri:

L’uscita dall’euro sembra incompatibile con la democrazia e quindi con il rispetto della sovranità popolare.

Un pasticcio ideologico mica da poco.

Altra illusione del sovranisti è il protezionismo. Naturalmente, è sempre questione di misura; meglio, di pragmatismo contro ideologismo. Infatti, sarebbe ingenuo negare che forme di protezionismo siano una costante nelle politiche commerciali (l’agricoltura europea è protetta…) di tutti; e talvolta pure con effetti positivi. Ad esempio, forme di protezione furono necessarie, cioè benefiche, per lo sviluppo industriale dell’Italia post-risorgimentale. Ce lo ricordano le parole di un bravo storico purtroppo scomparso (Giuseppe Are, “Economia e politica nell’Italia liberale 1890-1915”, il Mulino, 1974), per il quale il modello liberista, tradotto in linguaggio politico implicava:

una vera e propria lotta frontale contro quel tanto d’industria capitalistica che, comunque ciò fosse avvenuto, e fosse pure mercé il protezionismo, si era storicamente formata in Italia.

Questo per dire, come si deduce anche letteratura recente (D. A. Irwin, “Clashing over Commerce”, Chigaco Universty Press) che è errato contrapporre al sovranismo il modello del “mercato perfetto”. Piuttosto, a esso merita contrapporre, come fa l’autore, l’idea che la corretta risposta ai conflitti economici internazionali è quel multilateralismo che è, come già ricordato, un frutto politico elaborato dal mondo liberale nel Secondo dopoguerra, Affondarlo, significherebbe solo ampliare i rischi della globalizzazione.

Inoltre, la pretesa di liquidare quest’ultimo per piegare l’economia alla diretta sovranità popolare, porta ad un’ulteriore chimera. Perché la rinazionalizzazione delle politiche commerciali, come rileva Feltri guardando al Vecchio continente, porta a un esito contraddittorio per i suoi fautori. Ossia che

quell’Unione europea che vogliono ridimensionare o abbattere a favore del ritorno degli Stati nazionali è in realtà un argine contro quei poteri esterni quali le multinazionali.

Poco, specie se fatto nel nome di una supposta rinnovata sovranità nazional/popolare.

Per Feltri, inoltre, questi atteggiamenti di chiusura portano a dannose incomprensioni. È capitato, ad esempio, per le novità tecnico/politiche insite in trattati commerciali quali il già citato TTIP e il Comprehensive Economic and Trade Agreement (CETA) col Canada, entrambi ormai nel Limbo. Così si è mancato di cogliere in essi l’idea che paesi dai valori, assetti giuridici e di welfare analoghi – il che vuol dire interessi geopolitici e geoeconomici convergenti – debbano darsi degli standard comuni per reggere le sfide globali. Diversamente, saranno i new comers, la Cina ad esempio, a imporre le regole del commercio; dunque, alla fine, pure l’architettura politica del pianeta. Insomma, alla base di essi, riconosce l’autore, l’intelligenza dei limiti di istituzioni (FMI, banca mondiale, WTO) che dal secondo dopoguerra hanno gestito il commercio internazionale. Un’incomprensione che è un’occasione persa per l’Occidente.

Ragionevole dunque sostenere che, quantomeno talvolta, la sovranità economica nazionale è meglio difesa da un approccio pragmatico e orientato al multilateralismo (concezione e prassi di diplomazia politica ed economica che, se in nulla negando la conflittualità delle relazioni internazionali, prova però a dargli una governance accettabile) che da un sovranismo che talora potrebbe perfino apparire come una forma di “masochismo sul commercio internazionale”.

Un esempio calzante, riferendosi al CETA, Feltri lo porta ricordando che nei mercati anglosassoni

viene protetto esclusivamente il marchio, “Parmigiano reggiano è soltanto il nome di un prodotto, non ha alcun legame con le provincie di Parma e Reggio. Per la prima volta il CETA introduce invece la protezione di 143 indicazioni geografiche in Europa, di cui 41 italiane, quasi una rivoluzione.

Insomma, in questi trattati di nuova generazione si introduce anche, contro un modello competitivo che finora li ha negati, una maggiore tutela dei prodotti alimentari di alta gamma. Peccato che un sovranismo diffuso nei due lati dell’Atlantico li abbia archiviati.

Il Leviatano e i sovranisti

Feltri ritiene che ragionare di “populismo sovrano” implichi dover tracciare, sebbene per sommi capi, come il tema della sovranità sia trattato dal pensiero filosofico/politico. Si tratta di pagine assai interessanti e capaci di ben cogliere la sintesi della riflessione di questi padri del pensiero politico moderno. Così, ponendosi sulle spalle di questi giganti, ragiona sulla sfida che il sovranismo oggi pone. Che, nella sostanza, è chiedersi se la crisi globale cortocircuiti o meno il nesso delega di sovranità/rappresentanza su cui fonda la legittimità delle democrazie attuali.

Il primo teorico della sovranità affrontato è il giurista francese del Cinquecento J. Bodin che lega la sovranità alla legittimità dell’ordine giuridico. Non a caso il pensiero di Bodin, espressivo dell’emergente modernità del formarsi degli Stati assoluti post-medievali e molto influenzato dalla tragedia, imputabile alla debolezza della corona dopo la morte di Re Enrico II, delle guerre civili religiose tra ugonotti e cattolici, affida al potere sovrano del monarca il compito di pacificatore della nazione. Per il filosofo francese tale potere, non dipendendo più né dal trascendente né essendo più limitata dai vincoli feudali, è viceversa, come sottolinea Feltri,

in capo al sovrano tanto che ciascun popolo si riconosce proprio in quanto sottomesso all’imperium di uno specifico sovrano;

ma ciò presuppone la legittimità giuridica di esso in quanto determinata dai vincoli della legge naturale, dai patti del sovrano coi sudditi ed dalla difesa dei loro diritti di proprietà.

Il secondo pensatore è l’inglese Thomas Hobbes. Questi, richiamandosi simbolicamente in un mostro marino già presente nell’Antico Testamento (il Leviatano, come titola il suo principale lavoro), rappresenta lo Stato come una macchina-corpo formata per somma dai corpi dei singoli cittadini (così il frontespizio dell’opera). È una teorizzazione filosoficamente radicale dello Stato assoluto fondata però, per Hobbes, su base pattizia. L’idea, infatti, è che gli esseri umani lottino per il potere (nello stato di natura c’è la guerra di tutti contro tutti) più per paura, al fine di proteggersi, che per brama di esso.

Tuttavia, per Hobbes, l’istinto di sopravvivenza li spinge, per avere la pace (tutela della vita, della proprietà e regolazione all’accesso delle risorse comuni) a uscire dallo stato di natura al fine di stipulare una sorta di contratto di cessione dei propri diritti in cambio di sicurezza. È una rinuncia alla libertà (la sola ammessa è quella, proto-liberale che vive negli spazi lasciati dal “silenzio della legge”) delegando la propria rappresentanza al sovrano (lo Stato macchina artificiale perché fuori dallo stato di natura). Ma se, tornando all’attualità, il sovrano appare inerte di fronte alla sicurezza allora la sua legittimità cade e la delega è ritirabile? Forse; ma farlo è meno facile di quanto possa apparire.

In questa rassegna non poteva mancare il teorico del diritto tedesco Carl Schmitt. Anche se l’autore subito rileva che, rispetto alla riflessione del libro, il pensiero di questo studioso è meno dirimente. La ragione è che per Schmitt la sovranità non si manifesta nel fondare un ordinamento quanto, piuttosto, nel derogarvi, come ben si coglie da una sua famosa espressione: “sovrano è chi decide dello stato d’eccezione”.

Tuttavia, poiché per Schmitt la legittimità dell’ordinamento è secondaria se il potere sovrano si manifesta nel derogare ad esso, ne segue, afferma Feltri, che il pensiero del giurista tedesco è meno adatto di quello degli altri degli altri due teorici per “leggere” l’attuale sovranismo.
Che rappresenta una società impaurita; ed è proprio qui che sta l’attualità di Bodin e, soprattutto, di Hobbes. Infatti, è l’attuale temperie politica a riproporre il tema della legittimità del Leviatano e del possibile conseguente ritiro della delega ad esso, ossia alle élite incapaci (secondo il mainstream sovranista) di proteggere i cittadini dalla globalizzazione, violando il patto hobbesiano.

Si chiede Feltri: è fattibile? Per il filosofo inglese, se si è dinnanzi al caso estremo, la risposta è sì. A patto, però, che la sovranità, una volta revocata, sia immediatamente ri-delegata ad un nuovo Leviatano: pena, direbbe Hobbes, il ritorno allo stato di natura.

Su questo, nondimeno, il populismo sovranista è sfuggente perché dice poco in termini di assetti istituzionali del suo ricostruendo Leviatano. All’opposto, è piuttosto preciso nell’individuare il livello in qui la riacquistata sovranità popolare dovrebbe esercitarsi: lo Stato nazionale. Purtroppo, sottolinea l’autore, che questo sia il livello ottimale per il suo esercizio, “i populisti non provano neppure a dimostrarlo”. Cosa difficile da farsi, d’altronde, visto che tuttora gli Stati operano, come già detto, in reti multilaterali i cui nodi sono problematici da sciogliere; e che, all’opposto, l’auspicato bilateralismo appare più una distopia (almeno per le medie potenze come l’Italia) che un progetto politico.

La democrazia e la delega

Il populismo sovranista diffida di ciò che è il cuore della “democrazia dei moderni”: l’istituto della delega. Infatti, la “loro ossessione per il recupero della sovranità” li porta a considerarlo un limite all’espressione della “voce del popolo”. Anzi, ciò che per la teoria liberal-democratica è un pregio, ossia il mandato libero, per essi è, potenzialmente, un male. Nel senso che nell’affidarsi

a rappresentanti i quali hanno sempre un certo margine di autonomia e possono quindi tradire le aspettative, prendendo decisioni diverse da quelle che servono al “popolo”

vi vedono quasi una negazione della democrazia medesima.

Peccato, però, che così essi debbano assumere l’impossibile: cioè che il popolo sia rappresentabile come dotato di un’unica volontà (mentre è, viceversa, diviso per classi, ceti, culture e, conseguentemente, percezioni diverse dei propri interessi economici, sociali e politici). Inevitabilmente, ciò li porta alla ricerca della “vera” volontà popolare: cioè di un suo interprete autentico. Qui c’è nel sovranismo una possibilità di collisione con la democrazia rappresentativa. Ancora un rischio di distopia; questa volta democratica.

Molto dipende dal fatto che il populismo, a differenzia dalla liberal-democrazia, tende a vedere nella sovranità l’espressione di un soggetto concreto, il popolo (anche se è un’astrazione metafisica), cui la leadership “giura” (qui potrebbe tornare l’istituto del giuramento proposto da Schmitt) di incarnarvisi dandone voce. Estremizzando, il passo fuori dal limes democratico è facile da compiersi.

All’opposto, la democrazia parlamentare – e qui alla triade di pensatori richiamati da Feltri va aggiunto il grande teorico del diritto della democrazia parlamentare, il praghese Kelsen – tende a de-antropomorfizzare l’idea di sovrano, dissolvendola nell’assetto dell’ordinamento, dove i poteri sono statuiti normativamente. È l’idea di democrazia come “governo della legge” che inevitabilmente fugge una visione antropomorfica del Sovrano cui, viceversa, tende a guardare la versione più radicale del populismo.

Tant’è che, per Kelsen, nemmeno lo stesso Stato è un prius rispetto il diritto; e la sovranità è una “metafora dell’unità logica” dell’ordinamento. In altre parole, per il giurista praghese, l’antropomorfizzazione del “popolo sovrano” null’altro è che superstizione. Tuttavia, qui l’analisi, in apparenza asettica, del filosofo del diritto mostra una chiara matrice ideale liberal-democratica: perché ciò che in sostanza descrive è la democrazia come metodo per risolvere pacificamente i conflitti sociali. E di questa individua alcune precise limitazioni in assenza delle quali il castello normativo che la sorregge rischia di afflosciarsi. Tra queste condizione necessaria è la comune accettazione dei principi costituzionali (volendo il “patriottismo costituzionale” di Habermans): dunque, un certo grado di omogeneità culturale tra le componenti pluralistiche della democrazia. Diversamente, il circoscritto relativismo politico/valoriale (in ambito etico, sociale ed economico), privo di argini, l’affonderebbe.

Il dramma, che noi viviamo, è se tali condizioni tengano – possibile ma solo limitatamente probabile -, nelle temperie economiche, sociali e politiche ben raffigurate dall’elefante di Milanovic, dinnanzi alla spinta verso ricerca di scorciatoie sovraniste.

Ha ben ragione Feltri a ricordare come queste

non sembrano offrire gran risultati se non la sensazione di aver aggirato i limiti della rappresentanza. Ma è una soddisfazione effimera;

e nulla garantisce che tutto ciò possa divenire per le democrazie dell’Occidente una tempesta perfetta.

Resta però la speranza che il risorgente populismo, trovando solidi anticorpi di cultura costituzionale di fronte a sé, si integri (come già successe per altre fide alla democrazia rappresentativa) in essa contribuendo a correggerne storture oggettivamente presenti.

Per concludere

Afferma Feltri:

Dietro la domanda di sovranità che contribuisce il nucleo dell’attuale rinascita del populismo ci sono malesseri comprensibili e argomenti che perfino l’establishment contestato dai populisti ora riconosce;

ma è anche vero che pur stabilito

a chi appartiene la sovranità, bisogna discutere che farne.

Il problema, però, è che sul “che cosa” e il “come fare” che le risposte dei populisti sono tuttora assai vaghe. Cosa quest’ultima invero preoccupante, specie nell’ipotesi che l’Italia sia di fronte a una decisa soluzione di continuità politico/elettorale.

Certo è difficile poter dire fin da ora se l’attuale onda populista sia solo una variante aleatoria di una storia del voto nazionale dalle molte costanti (la Fondazione di ricerca Istituto Carlo Cattaneo individuava – “Atlante storico-elettorale d’Italia, 1861-2008”, Zanichelli 2009 – individuava continuità d’identità politica specifica nelle diverse aree regionali del Paese); oppure se i si sia di fronte ad un decisivo riallineamento della geopolitica del consenso nazionale.

Comunque sia, è certo che il populismo già incide sulla politica, qui come in tutto l’Occidente. Ed è illusorio pensare di esorcizzarlo cullandosi sulla debolezza di molte delle sue proposte. La sua forza, infatti, è nella sua capacità di veicolare valori e ipotesi sulla realtà con la quale è necessario imparare a fare i conti. In ragione di ciò, il libro di Feltri, proprio perché affronta originalmente il tema ragionando sul rapporto tra il populismo medesimo e la domanda di sovranità, è un utilissimo contributo per meglio comprendere la sfida che la democrazia rappresentativa ha di fronte.

*Stefano Feltri, “Populismo sovrano”, Einaudi, 2018

I miraggi del sovranismo ultima modifica: 2018-04-26T18:32:09+02:00 da FRANCESCO MOROSINI

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