Stupro di Pamplona. “Io sì ti credo”

Il caso ha determinato una profonda riflessione nella società spagnola sul concetto di violenza sulle donne. A Madrid, Valencia, Pamplona, Barcellona e tante altre città, in decine di migliaia sono scese in piazza protestando contro la sentenza e chiedendo giustizia e modifiche al codice penale.
scritto da ETTORE SINISCALCHI

Decine di migliaia di donne spagnole sono scese in piazza e continuano a mobilitarsi contro una sentenza del tribunale di Pamplona, in Navarra, in un processo per stupro. I fatti risalgono al luglio 2016 quando, durante i festeggiamenti per la Festa di San Fermín, cinque uomini violentarono una diciottenne da poco conosciuta costringendola ad avere rapporti sessuali multipli in un portone, riprendendola e poi rubandole il marsupio e il telefono cellulare.

Tra i cinque, di età compresa tra i ventisei e i quarant’anni, ci sono un agente della Guardia civil e un militare di carriera, alcuni hanno precedenti per furto e per guida sotto l’effetto di alcool e droghe. A eccezione del più giovane del gruppo, gli altri quattro sono accusati di aver violentato un’altra ragazza nel maggio del 2016 a Pozoblanco (in provincia di Córdoba). Anche in quel caso lo stupro venne registrato e diffuso nella chat di Whatsapp che condividevano. Le immagini di una ragazza incosciente sulla quale venivano compiuti atti sessuali sono state trovate sui loro cellulari durante le indagini per lo stupro di Pamplona. La ragazza, identificata e contattata dalle autorità, ha sporto denuncia e ha spiegato di non averlo fatto prima perché, quando aveva parlato coi suoi amici dei fatti, non era stata creduta.

I cinque si sono autodefiniti la Manada (il branco), che era anche il nome della chat. Tranne il più giovane, si conoscevano da tempo, erano un gruppo consolidato. Dopo aver casualmente incontrato la ragazza e fatto una sommaria amicizia, attorno alle tre di notte l’hanno fatta entrare in un portone dove l’hanno penetrata a turno e costretta a praticare loro delle fellatio, registrandola col telefono. Dopo, l’hanno lasciata seminuda e le hanno rubato il marsupio e il telefono. Lei, rivestitasi, è uscita per sdraiarsi su una panchina in posizione fetale, a piangere. Lì è stata soccorsa da una coppia che, accortasi delle sue condizioni, ha chiamato il 112. La polizia ha fermato e identificato quattro dei cinque per poi rilasciarli e fermarli tutti quando, alle dieci del mattino, si sono ritrovati presso la loro auto.

Sui social network ha trovato molta diffusione questa immagine: “Anche io diffondo la foto dei 5 amici che violentarono una ragazza a San Firmino. Soprattutto perché hanno chiesto che non si pubblicasse, e come loro nemmeno io so cosa sia un “no”.”

Il processo ha ricostruito i fatti confermandoli, ha evidenziato l’intenzione dei ragazzi di andare in cerca di sesso, ha confermato tutti i fatti. Ma ha emesso pene ridotte, nove anni di carcere, negando il presupposto della violenza e derubricando l’accusa ad abuso, perché la ragazza non si è opposta con la forza.

Il processo è iniziato il 13 novembre e si è protratto per nove udienze, di cui le prime otto a porte chiuse, e si doveva concludere a febbraio. La pubblica accusa chiedeva ventidue anni di carcere, “L’intimidazione è stata gravissima, impedendo ogni resistenza o fuga, non le restò altro che sottomettersi”, ha detto il pubblico ministero Elena Sarasate. La parte civile chiedeva venticinque anni.

Il caso ha avuto un’eco vastissima. La difesa degli imputati ha operato praticando una sistematica delegittimazione della ragazza. Oltre a negare la sussistenza della violenza ha tentato di distruggere la credibilità della vittima, nell’intento di negarne la legittimità morale a chiedere giustizia. A tal scopo un investigatore privato ha prodotto un dossier che utilizzava la sua attività in rete suscitando una decisa reazione.

“Io sì ti credo” è stato lo slogan della campagna che ha reagito al linciaggio di cui è stata fatta oggetto la ragazza. Il 17 novembre scorso una partecipatissima manifestazione ha occupato Madrid sfilando per la Gran Vía fino alla sede del ministero di giustizia. Nel frattempo la sentenza ha tardato ad arrivare. Le voci di divisioni nel collegio di tre giudici hanno iniziato a circolare, fino all’emissione della sentenza di ieri. Resa ancora più intollerabile dalla notizia che uno dei tre giudici aveva votato per l’assoluzione anche dal reato di abuso sessuale, riconoscendo solo le imputazioni minori di furto.

Il caso, vista l’enorme trascendenza, ha determinato una profonda riflessione per la società spagnola sul concetto di violenza sulle donne. Il discrimine tra abuso e violenza ha rimesso al centro il concetto di consenso. Senza consenso non può esserci solo abuso ma si tratta di violenza sessuale. Si è chiesto di includere nella legge integrale contro la violenza di genere anche i reati sessuali. Il testo, voluto dal governo Zapatero e varato dal Parlamento nel 2004, prevede importanti tutele per le donne che denunciano le violenze ma non comprende i reati sessuali. L’impatto della sentenza è stato enorme. A Madrid, Valencia, Pamplona, Barcellona e tante altre città, decine di migliaia di donne sono scese in piazza. Una marea che ha inondato le strade protestando contro la sentenza e chiedendo giustizia e modifiche al codice penale.

Manifestazione a Madrid contro la sentenza nei confronti della “Manada”.

La sproporzione tra i fatti emersi e provati dal dibattimento e l’esiguità delle condanne è stata tale che anche il governo ha annunciato cambiamenti al codice penale in materia. La ministra della difesa e segretaria generale del Partido Popular, María Dolores de Cospedal, ha detto stamane che “Si deve fare una riflessione sul modo in cui viene tipizzata la violenza sessuale in Spagna. Nove anni mi sembrano pochi”.

Secondo i dati del ministero dell’interno, 7.240 donne sono state vittime in Spagna di delitti sessuali nel 2016, 416 in più rispetto all’anno precedente. Ma le aggressioni sessuali denunciate vengono stimate dagli esperti come riferibili a solo il dieci per cento dei casi totali. Nel frattempo le risorse vengono diminuite. Delle diciassette comunità autonome in cui è suddiviso il paese solo nove offrono risorse pubbliche per le vittime di violenza sessuale (Andalusia, Madrid, Estremadura, Aragona, Asturie, Cantabria, Castilla y León, Catalogna e Comunità valenziana) e non esiste un centro pubblico d’emergenza di carattere statale.

Nel frattempo Amnesty international ricorda che dei trentatre’ paesi europei sono solo nove quelli le cui legislazioni sulla violenza sessuale sono basate sul concetto di consenso della vittima e non di violenza fisica o costrizione, intimidazione, impossibilità di difesa. Tre legislazioni sono anglosassoni, per un totale di cinque nazioni, l’Inghilterra, Galles, Scozia, Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda; poi c’è il Belgio, Cipro, Lussemburgo e la Germania. Tutte le altre, in misura diversa, richiedono che sia la donna a dimostrare di non acconsentire all’atto sessuale con la resistenza fisica o la dimostrazione dell’impossibilità di resistere per dimostrare la violenza.

Si stima che siano almeno nove milioni le donne sopra i quindici anni ad aver subito violenza sessuale in Europa. A sfatare l’idea che una donna che non si opponga fisicamente alla violenza accetti implicitamente l’atto sessuale, un recente studio clinico svedese dimostra come su 297 donne che hanno subito violenza sessuale ben il settanta per cento sono state colte da “paralisi involontaria” durante la violenza. Il corpo, la mente, si difendono anche così dalla violazione. Ma questo nella maggior parte delle legislazioni è considerato una forma di consenso e di attenuante del reato.

Stupro di Pamplona. “Io sì ti credo” ultima modifica: 2018-04-28T13:04:42+02:00 da ETTORE SINISCALCHI

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