La “malinconia” di Ferrara

A Palazzo dei Diamanti la raffinata mostra “Stati d’animo. Arte e psiche tra Previati e Boccioni” indaga sulla pervasiva malinconia nelle arti e nelle lettere tra Ottocento e Novecento.
scritto da MARIO GAZZERI

Vetrina di raffinate esposizioni d’arte, Palazzo dei Diamanti ospita in questi mesi una mostra che ben si inserisce nel clima dell’aristocratica Ferrara, rispecchiandone il volto nascosto e malinconico nelle opere di grandi pittori dell’Ottocento e del Novecento. Balla, Previati, Boccioni, Munch (con due preziose xilografie) e un raro Dante Gabriele Rossetti emergono nell’allestimento quasi buio dei locali, a testimoniare quella fase storica della cultura e pittura europea dominate dallo “spleen”, da una malinconia che non appartiene al mondo oscuro e profondo della depressione ma, piuttosto, a quello della nostalgia, cioè del dolore del ritorno, delle “cose che avrebbero potuto essere e non sono state”, come scrisse in seguito Guido Gozzano.

Malinconia

Nella malinconia c’è un incontro segreto tra nostalgia e dolcezza, come testimoniano le piccole opere in cera (e gesso) di Medardo Rosso, bambini malati e bambini sorridenti, opposti a quello che è forse il capolavoro della mostra e alla quale pare aver suggerito il titolo: i tre quadri degli Stati d’animo di Umberto Boccioni (Quelli che vanno, Gli addii e Quelli che restano).

In particolare l’ultimo quadro, che sembra anticipare divisionismo, simbolismo e futurismo fondendoli in un capolavoro assoluto, sembra vivere e respirare di una malinconia profonda, e le figure che si allontanano (dalla banchina della stazione? da un’affollata riunione? dalla vita?) sono piegate su se stesse nella sconsolata e consapevole nostalgia di chi è partito, forse per sempre.

Umberto Boccioni “Stati d’animo: quelli che vanno”

Umberto Boccioni “Stati d’animo: gli addii”

Umberto Boccioni “Stati d’animo: quelli che restano”

Boccioni non poteva certo immaginare, quando dipinse la tela nel 1911, la sua prematura morte nel corso della prima guerra mondiale e tanto meno la tragedia degli ebrei di Ferrara, comunità minoritaria ma integrata da sempre, nel 1943-44. Non può non venire in mente Giorgio Bassani e la malinconia dei giovani che si sfidano, ormai consapevoli dell’imminente tragedia, sul campo da tennis del giardino dei Finzi-Contini.

Ma il logo e il manifesto ufficiale della mostra non ritraggono opere di Boccioni, Balla o Munch. La scelta, che rivela un’attenzione tutta particolare per i pittori italiani “minori”, è caduta su uno struggente quadro di Giuseppe Pellizza da Volpedo, esponente della “pittura sociale” e noto per il suo Quarto Stato, un dipinto senz’altro suggestivo ma “d’accademia” e che sembra anticipare, per certi versi, la pittura socialista sovietica e la pittura “gridata” dei murales del messicano Siqueiros (il cui nome resta legato anche a uno dei primi tentativi di assassinio di Lev Trotskij).

Parliamo del Ritratto di Santina Negri (1889) conservato all’Accademia Carrara di Bergamo. Il ritratto di una giovane donna che interrompe la lettura di un libro per perdersi nella malinconia di un triste ricordo; lo sguardo fisso, immaginiamo, alla parete di fronte, e il libro, con tanto di viola del pensiero secca come segnalibro, che sembra sul punto di scivolare a terra lungo la larga gonna scura.

Giuseppe Pellizza da Volpedo “Ricordo di un dolore” (Ritratto di Santina Negri).

Siamo lontani mille miglia dalla pittura sociale. È l’individuo, col suo fardello personale di ricordi e nostalgie, che irrompe sulla scena nel periodo in cui si moltiplicano, anche in letteratura e in filosofia, i segni e i sogni di un ritorno alla “persona umana” travolta, nel pensiero collettivo, dal trionfo del positivismo. Come conferma la direttrice della mostra, Maria Luisa Pacelli,

Nei decenni cruciali per l’avvento della modernità, al passaggio tra Ottocento e Novecento, l’arte, la cultura e la scienza concentrano molte delle loro energie sull’indagine degli stati psicologici.

In questa mostra ferrarese si riflette un mondo al quale l’esposizione (che chiuderà il prossimo 10 giugno) accenna soprattutto negli interessanti filmati d’epoca che integrano il percorso nei locali del Palazzo, un mondo di idee che spaziano dalla filosofia alla letteratura e alla psicologia.

Nel 1881 era morto Fiodor Dostojevskij, anticipatore forse inconsapevole della psicoanalisi, e a Vienna il dottor Sigmund Freud otteneva la libera docenza in psichiatria e scriveva Die Zukunft einer Illusion (Il futuro di un’illusione).

Il passaggio tra Ottocento e Novecento, due secoli così determinanti per la Storia europea, si può sicuramente comprendere meglio dopo aver visto questa mostra.

Stati d’animo. Arte e psiche tra Previati e Boccioni
Ferrara, Palazzo dei Diamanti
3 marzo – 10 giugno 2018

La “malinconia” di Ferrara ultima modifica: 2018-04-30T18:46:24+01:00 da MARIO GAZZERI

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