Assenze e presenze nella vita artistica di Venezia

È scomparso il ruolo secolare della città lagunare nella storia dell'arte, malgrado la grande produzione che si è avuta tra gli anni Cinquanta e Settanta del secolo scorso di una pittura figurativa locale
scritto da FRANCO AVICOLLI

Qualche tempo fa ho incontrato un amico di origini italiane che vive in Argentina. Dopo la morte del figlio non ancora quarantenne, ha deciso di venire in Italia perché i nipoti, ancora ragazzi, conoscessero le loro origini. Nelle sue parole si sentiva l’eco di un uomo che desiderava portare se stesso e i nipoti oltre la morte del figlio, una tragica interruzione della storia della famiglia che il viaggio avrebbe aiutato a ricucire. Ci teneva a farmi capire che le visite a Roma, a Napoli, Firenze e infine a Venezia, servissero ai giovani per entrare nella varietà dell’Italia e dessero riferimenti di una cultura familiare originaria da cui trarre forza e orgoglio. E che con disappunto aveva finito per sentirsi disorientato giacché nel paese del bel canto e di “O sole mio” si canta in inglese dappertutto ed è problematico trovare i segni di un’identità e un ruolo storico in cui egli si riconosceva. Sembra quasi, concludeva, che l’offerta generale sia in ossequiente ricerca di clientela e che ciò gli rendeva difficile trasmettere ai nipoti riferimenti qualitativi attuali e non della memoria.

Ho pensato molto al disappunto dell’amico italoargentino nella serata che Micromega Arte e Cultura ha dedicato al pittore Vincenzo Eulisse e alla sua mostra di opere recenti. Nell’occasione l’artista ha salutato il folto pubblico ricordando la Galleria il Traghetto, un punto di incontro fondamentale di Venezia frequentato da Gianquinto, da Lollo De Luigi, Carmelo Zotti, Riccardo Licata, Amedeo Renzini, Vittorio Basaglia, Carlo Tessarolo o Gino Scarpa, fra i tanti. Era un luogo dove

ci si confrontava sui grandi temi della pittura e su quelli specifici del momento che erano fondamentalmente l’astrattismo e la figurazione.

Gianni De Marco, il gallerista fondatore, era un personaggio sensibile molto legato a De Pisis,

un uomo che era arrivato dalla guerra e che della guerra non parlò mai.

Il pittore ha ricordato quel tempo con una narrazione in cui i fatti e le persone appartenevano ad una specie di contemporaneità e da ciò è venuto fuori un quadro vivace caratterizzato dal protagonismo di un ambiente che aveva coscienza del ruolo di Venezia nel mondo dell’arte. De Marco ti telefonava e ti diceva “Dai Eulisse, andiamo a mangiare fuori”, ed era per trovarsi con De Chirico o Carrà o Campigli o Sutherland in visita a Venezia e ciò produceva autostima, collocava l’artista veneziano nel mondo grande dell’arte e gli dava forza e sicurezza.

L‘immagine di Venezia proposta da Eulisse, è quella di una città che nasce da dentro e si considera parte integrante di una dimensione del mondo che aiuta l’artista a formarsi e a diventare quello che vuole essere sulla base solida di una storia che autorizza a credere.

Chiamato in causa, Toni Toniato ha voluto sottolineare il ruolo secolare di Venezia nella storia dell’arte e l’improvvisa scomparsa di tale ruolo, malgrado la grande produzione che si è avuta tra gli anni Cinquanta e Settanta del secolo scorso di una pittura figurativa locale che gli storici hanno purtroppo collocato in una coda post ottocentesca di un “impressionismo lagunare” che era invece un movimento molto più ampio e articolato di cui furono rappresentanti significativi Gino Rossi e Gino Severini.

Non ci sono solo Vedova e Santomaso a Venezia, ha sottolineato lo storico, ma anche le espressioni del rinnovato slancio artistico di pittori come quelli ricordati da Eulisse e di altri come Pizzinato, Colussi, Cavalletto, Carlo Hollesch, Bertinello, per citarne alcuni. Come non ricordare, ha sottolineato lo storico, il Fronte Nuovo delle Arti o l’Ordine della Valigia o l’eterogeneo gruppo degli Spazialisti? o il ruolo della Galleria di Santo Stefano o del Cavallino che ospitarono grandi artisti in una città che dava anche un senso alla storia della pittura? Che cosa può pensare un ospite che viene dagli Stati Uniti d’America e trova a Ca’ Pesaro opere di Andy Warhol e molto poco della pittura veneziana contemporanea?

Mi è sembrato che si parlasse delle stesse questioni che per altre ragioni creavano disappunto all’amico italoargentino, di temi che hanno a che vedere con assenze pesanti sulla cui causa sarebbe necessario fare delle riflessioni perché sono appunto le assenze di ruolo, di proposta e di protagonismo a segnalare l’impoverimento di Venezia a livello artistico e che non può essere bilanciato dalla Biennale.

Sono i problemi una città che ruota attorno a pochi centri decisionali divenuti delle isole che non dialogano tra di loro e con la città, ma solo con un esterno considerato gerarchicamente più importante. E ciò svuota la città nella quale gli artisti si sentono smarriti, perché non più partecipi di un destino al quale l’arte ha dato un grande contributo.

Ad aggravare la situazione, come ha ben sottolineato lo storico Toni Toniato, c’è l’assenza di un soggetto istituzionale che operi per testimoniare la vitalità contemporanea dell’attività e della creatività artistica di Venezia, nella continuità di un percorso iniziato alcuni secoli fa imponendo Venezia come centro di proposta artistica e di irradiazione, funzioni che non possono scomparire da un giorno all’altro e che difatti trovano testimonianza in una produzione alla quale non è stata data la dovuta attenzione con conseguenze molto negative sulla vita artistica e creativa di Venezia. E ciò non solo per ribadire uno dei significati fondamentali della città nella storia dell’arte, ma anche per dare corpo ad una proposta che si apra ad un rinnovato protagonismo di Venezia.

Questo articolo appare anche sulla rivista NEXUS

Assenze e presenze nella vita artistica di Venezia ultima modifica: 2018-05-03T13:41:10+01:00 da FRANCO AVICOLLI

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