Pd e M5S. Ma il parlamento non è un bar

In parlamento si parla e ci si confronta. Quindi parlarsi, anche tra Pd e 5S, certo che sì, sono tutti insieme in parlamento. Ma i problemi iniziano subito.
scritto da ADRIANA VIGNERI

A Venezia, vicino a casa mia, c’era un bar popolare (ora popolare non più), “AL PARLAMENTO”. Ho chiesto incuriosita perché si chiamasse così e mi è stato risposto: “perché qua ze un parlamento, se parla, se ciacola, insomma.…”, che è un modo tipicamente veneto di lasciare in sospeso i discorsi.
Giusto, in parlamento si parla e ci si confronta. Quindi parlarsi, anche tra Pd e 5S, certo che sì, sono tutti insieme in parlamento.

Ma i problemi iniziano subito. Come stanno i 5S in parlamento? In modo completamente diverso dagli altri rappresentanti, a cominciare dai democratici. I loro parlamentari non sono dei rappresentanti, sono dei portavoce, la democrazia rappresentativa è disprezzata, sono numerosi gli articoli della Costituzione che vorrebbero cambiare e riguardano tutti la nostra forma di democrazia. E chi guida i loro gruppi parlamentari, i cui capigruppo sono stati imposti dall’esterno mentre sono normalmente votati dallo stesso gruppo parlamentare? E chi decide le politiche del movimento? Si ha la netta impressione che a decidere siano soggetti che non siedono in nessuna delle due camere. Un movimento è la sua linea politica. Quale è oggi la linea politica dei 5S? Quella edulcorata ammannita dal capo politico Di Maio in funzione del suo accesso a Palazzo Chigi, o quella sempre ripetuta nei mesi e anni precedenti?

Domanda ingenua quanto mai altre, perché se è vero che il loro programma di governo è stato abbondantemente edulcorato (in barba ai contenuti su cui si erano espressi i loro aderenti), è altrettanto vero che la filosofia politica dei 5S non è per nulla cambiata: la contrapposizione tra le élite (cattive) e il popolo (buono), che è l’anticamera dell’autoritarismo (ogni qualvolta si considera il popolo come un insieme omogeneo non può che esserci un unico capo), il disprezzo per i partiti; il controllo con strumenti privatistici del voto dei singoli parlamentari; l’idea che i diritti degli imputati siano di ostacolo alla sicurezza e alla giustizia; l’invocazione della galera per gli avversari e l’uso sistematico della diffamazione; la diffidenza per l’Europa e il referendum sull’euro sempre nello sfondo. La fondazione del Movimento sul Vaffa. Queste cose non sono cambiate e nessuno ha promesso che cambieranno.

Certo che la posizione del Pd è estremamente difficile: se tutto quanto abbiamo detto sopra dei 5S è vero (e lo è), riguarda il gruppo dirigente, non gli elettori, che come ex elettori (anche) dei Democratici, andrebbero riconquistati, certo non demonizzati. Non manca chi esprime la speranza che i 5S si normalizzino, cioè si inseriscano disciplinatamente nelle nostre istituzioni. In sostanza che diventi il nuovo Pd. Ma sempre speranza è, che avrebbe bisogno di essere confermata dopo che avranno ottenuto di andare al governo, non ora, che questa possibilità ancora non l’hanno.

Difficile anche per altro ordine di ragioni. Il Pd si trova in una situazione di profonda crisi. Essenzialmente perché si è costituito nella composizione attuale in funzione di un sistema dell’alternanza, un grande partito di centrosinistra che avrebbe dovuto confrontarsi con un grande partito di centro destra. Ora è tutto radicalmente cambiato. Il Pd deve ridefinire la propria natura, il proprio profilo politico. Un lavoro che non si fa in poche settimane, ma che è indispensabile. Un lavoro che non è compatibile con l’impegno di governo. Queste considerazioni non valgono soltanto per il Pd, valgono anche per i partiti di centro o centro destra, come è evidente, a meno che non auspichino di essere fagocitati da Salvini, cioè da un partito sovranista, antieuropeo e tendenzialmente autoritario (il fascino delle democrazie illiberali, avete presente?).

Senonché, a quel che si legge nei commentatori di sinistra (Zagrebelsky da ultimo), il Pd non avrebbe “diritto” di ritirarsi da responsabilità di governo. L’ex presidente della Corte giunge fino ad affermare che quella di Renzi (al di fuori di R non esistono teste in questo partito?) è una testardaggine vagamente eversiva, perché sottrae la terza forza politica al gioco democratico.

Quindi la scelta dal Pd starebbe (Ritanna Armeni) tra
– tirarsi un colpo alla tempia, rifiutando il governo con i 5S, o
– avvelenarsi lentamente, accettando di sostenere quel governo.

Per uscire da questa alternativa suicida si possono guardare le cose da un’altra angolatura.
A chi gioverebbe, che il Pd si assumesse responsabilità di governo?

Al Pd stesso certamente no, per le ragioni dette. Il Pd deve ridefinire la sua identità politica. Al di là dell’interesse di singoli di continuare ad avere un ruolo di governo. Allo stesso Pd per recuperare i propri elettori passati ai 5S? Credo più facile che questo avvenga se il partito ridefinisce il proprio profilo politico e si occupa di comunicarlo, che non se passa il tempo a scontrasi con i 5S al governo. Quello che è successo dal 2013 ad oggi non è una normale crisi politica, è un cambio epocale di struttura politica del paese. Escludendo che siano in letargo, una ristrutturazione delle forze politiche “tradizionali” è inevitabile e necessaria. A meno che non si auspichi un nuovo bipolarismo, tra un partito di estrema destra lepenista e un partito antieuropeo e antiparlamentare dai contenuti ancora indefiniti, ma in ogni caso fondati sulla spesa pubblica.

Ai 5S, per fare da nave scuola? Per indirizzarli verso la “normalità”? Questo si può capire, ma è interesse dei grillini, non dei democratici. Il compito di istruttori potrebbe essere agevolmente affidato ad uno stuolo di professori. Si può anche aggiungere che il Pd tornerebbe utile ai 5S anche per prendersi le responsabilità di tutto quello che andrebbe storto, con l’attuale clima della comunicazione.
All’establishment? Al famigerato establishment, per garantire per quanto possibile una continuità? Forse anche. Ma quei signori lì sono capacissimi di trovare altre strade.

Al Paese? Per evitare che sia governato da due populismi? Paura infondata, se si pensa tutto il bene possibile dei 5S. I 5S dominerebbero in un governo con Salvini, data la sproporzione dei voti. Ed infatti quell’accordo non si è fatto, perché Salvini non ha nessun interesse a spogliarsi di fronte ai 5S, e non ha neppure interesse ad andare al governo ora, contando di andarci con più voti dopo.

La Direzione del Pd (3 maggio) ha chiuso con l’ipotesi governo con i 5S. “i fatti hanno archiviato questa possibilità”, ha detto Martina. Le polemiche su quello che diversamente avrebbe dovuto fare il Partito democratico non saranno per questo archiviate.

E quindi, si rivota? Con questa legge elettorale? Nelle esigenze di cambamento si inserisce anche la legge proporzionale attuale, voluta a gran voce da quasi tutto il parlamento, tranne il Pd. Il Pd ha fatto l’errore di inserire in quella struttura proporzionale un terzo di maggioritario di collegio. Errore imperdonabile, che ha danneggiato proprio il Pd, ma che non sposta il carattere proporzionale della legge. Meraviglia leggere (ancora Zagrebelsky) che il Rosatellum è stato voluto dal Pd, come guardare il dettaglio del quadro anziché il quadro.

Quello che conta ora è: come si procede? Lo si sapeva da un bel po’ che ormai il sistema politico era diventato tripolare e che i singoli poli non erano coalizzabili. In una simile situazione soltanto un sistema a doppio turno può portare ad identificare chi ha il diritto e il dovere di assumersi responsabilità di governo. Nell’impossibilità dei singoli poli di accordarsi, quella decisione deve essere presa dalla maggioranza dei votanti, non potendo essere presa dalle forze politiche in parlamento, come ci appare ormai chiaro.

Senonché un simile sistema è giocoforza maggioritario, mentre lo spirito profondo degli italiani sarebbe per un sistema proporzionale, che non produce vincitori, bensì soltanto la fotografia delle forze politiche, chiamate poi ad allearsi fino a formare un’alleanza capace di governare: un sistema che conosciamo bene essendo stato praticato per almeno cinquant’anni di prima Repubblica. In cui nessuno governa da solo, non ci sono alternative secche, si debbono fare continuamente mediazioni e compromessi, che è quanto gli italiani preferiscono.

Eppure questo problema dovrà essere affrontato, ri-votare con il Rosatellum non serve a risolvere lo stallo attuale, l’Italia senza governo. Senza demonizzare il doppio turno – come fa una parte della sinistra – citando a sproposito la Corte costituzionale. Così come sarebbe utile affrontare qualche limitata riforma costituzionale. Ce la farà il nostro eroe?

Pd e M5S. Ma il parlamento non è un bar ultima modifica: 2018-05-04T10:35:19+02:00 da ADRIANA VIGNERI

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