Bioetica, figlia del ’68. Conversando con Maurizio Mori

“Il nodo della questione è capire come le nuove opportunità offerte dalla scienza possano aumentare o garantire elementi di giustizia sociale”, sostiene il filosofo.
scritto da MATTEO ANGELI

Il Sessantotto ha incarnato una dirompente spinta di libertà, declinata anche come volontà di autonomia sul proprio corpo. Le donne, allora, rivendicavano il diritto all’aborto. Cinquant’anni dopo, il dibattito si è esteso al fine vita e alla riproduzione assistita.

Ma un pensiero veramente attento alla libertà delle persone rinnega anche il nostro specismo nei confronti degli altri animali senzienti,

sostiene Maurizio Mori, professore ordinario di filosofia morale e bioetica all’Università di Torino, coautore del Manifesto di bioetica laica e presidente della Consulta di Bioetica, associazione di volontariato culturale che promuove il dibattito laico e razionale sui problemi etici nel campo della medicina e delle scienze biologiche.

Maurizio Mori

Professor Mori, cosa ha rappresentato il Sessantotto per chi, come lei, si occupa di bioetica laica?
La connessione tra Sessantotto e bioetica c’è tutta: una celebre tesi sostiene che la bioetica è figlia della lotta per i diritti civili, cominciata negli Stati Uniti con la grande marcia di Martin Luther King, che, peraltro, è morto proprio il 4 aprile del Sessantotto.
Più nel dettaglio, bisogna vedere cosa si intende per Sessantotto. Se intendiamo il periodo che va dai primi anni Sessanta, con la diffusione della pillola, al ‘74, anno in cui, secondo Eric Hobsbawm, con la crisi petrolifera si chiuse l’età dell’oro – periodo che ebbe l’apogeo appunto nel Sessantotto – allora possiamo dire che la bioetica sia figlia del Sessantotto. In quegli anni, infatti, cominciò il dibattito sull’aborto, approvato in Gran Bretagna nel ’67 e poi rilanciato dalla storica sentenza Roe contro Wade del gennaio del ’73, che sostanzialmente sta alla base della bioetica. Sempre in quegli anni si affrontarono quasi tutte le altre questioni che portarono alla riflessione bioetica: per esempio il manifesto sull’eutanasia è del 1974.

Il Sessantotto ha incarnato la spinta a liberarsi da differenti forme di autorità. In questo senso, come viene concepito il concetto di libertà all’interno della bioetica laica?
In generale, la questione riguarda la nascita di un’autonomia anche sul proprio corpo. Da questo punto di vista, il controllo delle nascite, della riproduzione, ha portato a un allargamento dell’autonomia, a partire dalle donne. Io, però, ho l’impressione, che gran parte di quella che era la sinistra ha fatto fatica a capire la portata innovativa di questa svolta.

In che senso?
Talvolta, queste libertà sono state viste come questioni legate a un aspetto del capitalismo, piuttosto che libertà autentiche di cui tutti beneficiano. Provi a pensare ai discorsi della sinistra: si pensi a tutte le difficoltà che ci sono state da noi in Italia sul tema dell’aborto. Difficoltà che si ripresentano ora quando si tratta di ragionare sulla fecondazione assistita.

In questi giorni, con la vicenda del piccolo Alfie Evans, si è tornato a discutere di interruzione delle cure e fine vita. Secondo lei, negli anni a venire, come si svilupperà questo diritto? Quali sono i limiti che non dovrà oltrepassare?
La formulazione di questa domanda è esattamente una sorta di riprova di quello che stavo dicendo: infatti essa pone al centro la questione dei “limiti da non superare”, che non è la prima. Inoltre, se consideriamo il caso Alfie, si deve ricordare che uno dei due ministri pronti a concedere subito la cittadinanza italiana ad Alfie Evans (il riferimento è al ministro dell’interno, Marco Minniti, ndr) viene da una tradizione di sinistra. Questo significa che questa parte di sinistra non ha capito niente dell’innovazione concernente la fine della vita e l’allargamento delle frontiere in tale ambito. Nel caso specifico, il problema era come evitare l’accanimento terapeutico su quell’infante. Invece lo si è trasformato in una sorta di “gara” in cui lasciar intendere che la nostra medicina fosse migliore di quella britannica, quasi che a Liverpool non avessero la medicina palliativa. Ci abbiamo fatto una brutta figura, perché anche dal punto di vista tecnico, sono come noi o più avanti di noi. Il problema sono i valori morali di libertà e autodeterminazione che devono essere garantiti. Se poi torniamo al problema dei limiti al diritto di autodeterminazione, le rispondo che i limiti non sono dati a priori, ma sono definiti da quanto l’interazione tra le tecniche con le circostanze storico-sociali riesce a garantire l’autorealizzazione umana, ossia un aumento di libertà.

Può farci l’esempio di un Paese che potrebbe essere da esempio per l’Italia sulle tematiche del fine vita?
Sicuramente l’Olanda e il Belgio, dove le persone riescono ad avere elementi di libertà e di autorealizzazione, anche alla fine della vita. Non lo nego, sono preoccupato per la situazione in Italia.

Perché?
In Italia manca sul piano delle politiche, soprattutto per quanto riguarda quella che è la politica di sinistra, un’attenzione a queste tematiche. Non se ne è praticamente parlato durante la scorsa campagna elettorale.
Ma non solo di questo. Non si parla di scienza, di progetti di ricerca. Il problema che ha poi anche ricadute economiche è che in Italia abbiamo smantellato i centri che producevano farmaci e tecnologie biomediche e oggi stupidamente ci tocca strapagarle per importarle. Questo è un disastro dovuto alla miopia della politica, che tace per non litigare sul piano delle differenze in ambito bioetico.
Sempre a proposito del caso di Alfie Evans: lei ha visto qualche politico di “sinistra” dire che i medici inglesi e la medicina inglese sono buoni? Sono stati molti, invece, i politici di destra che sono intervenuti per criminalizzare un paese nobile e avanzato, a fronte del silenzio assordante dell’altra parte. Queste sono cose gravissime, che denotano la mancanza di un’elaborazione in generale.

Un altro tema sul quale le forze politiche di sinistra sono silenti è quello dell’aborto. Lei crede che a quarant’anni dalla legge sull’aborto ci sia il rischio di tornare indietro?
Tornare indietro, purtroppo, è sempre possibile.
La legge sull’aborto è stata poi pure abbandonata. Gli elementi di libertà vanno mantenuti e nutriti, non possono essere lasciati in balia di slogan che propugnano un ritorno al passato. Io penso che sostanzialmente la 194 sia una buona legge, ma non è un tabu. Può essere migliorata.

In che modo?
Ad esempio, l’obiezione di coscienza è un elemento a volte stridente. Compito dei medici è fornire un servizio ai pazienti. Da questo punto di vista, si potrebbe immaginare un allargamento sul versante dei diritti anche in questa direzione, limitando o abolendo l’obiezione.

La tecnica della fecondazione assistita apre scenari inimmaginabili fino a pochi decenni fa. Quali sono a suo avviso le opportunità e i rischi che si celano dietro a questo processo?
Come in tutte le cose nuove, ci sono dei rischi. Ma queste tecniche offrono anche delle grandi opportunità, che dobbiamo essere pronti a cogliere.
Purtroppo, finora la politica italiana non è stato in grado di farlo. Le faccio un esempio: fu un governo per così dire “di sinistra” a inserire nel progetto di legge precedente alla legge 40 (quella che disciplina la procreazione assistita, ndr) che “si può ricorrere alla fecondazione assistita solo come rimedio all’infertilità”. Si tratta di una limitazione notevole, perché significa che una donna in post-menopausa non può ricorrere alla fecondazione assistita. Oggi aumenta la longevità, ma se una donna vuole avere una gravidanza all’età di cinquant’anni in Italia le è precluso. Questo significa togliere un’opportunità a chi potrebbe beneficiarne. È un problema di giustizia sociale.

E nel caso della gestazione per altri?
Anche questa, chiaramente, va regolamentata, ma regolamentare è ben diverso dall’imporre dei divieti. I divieti nella maggior parte dei casi provocano ancora più caos.

Come regolarla?
Bisogna innanzitutto vedere se incentivare le pratiche di carattere oblativo – cioè senza circolazione di denaro – come fatto in Gran Bretagna, o permettere invece delle forme di compenso.
Sono questioni sulle quali è obiettivamente giusto mettersi a discutere, ma bisogna farlo con un atteggiamento pronto a recepire le ragioni degli altri. Il nodo della questione è capire come queste nuove opportunità possano aumentare o garantire elementi di giustizia sociale.

La scienza è in grado di prolungare la vita e aumentarne le qualità. Questo impone un cambiamento di prospettiva, non solo per la politica…
Nel 1885 l’attesa di vita media degli italiani era di quarantacinque anni, oggi è quasi raddoppiata. Questo è senza dubbio un dato positivo. Sulla scorta di questo dato, proviamo ora a domandarci come le cose cambieranno nei prossimi cinquant’anni. L’aumento dell’attesa di vita media apre prospettive affascinanti ma cambia anche le coordinate storico-strutturali rispetto al passato. Va fatto uno sforzo politico e sociale per ripensare alcuni criteri di fondo che hanno informato le nostre posizioni. Serve gente che abbia tempo, voglia, impegno e capacità per studiare queste cose.

Lei vede una sorta di impegno di questo genere?
In Italia le forze laiche e di sinistra sono totalmente sguarnite. L’unica a impegnarsi abbastanza in questo senso è la Chiesa cattolica romana, che investe risorse, ha centri di ricerca e riviste. Tuttavia è chiaro che ha spesso anche un pensiero in larghissima parte già predeterminato. C’è poi la Chiesa valdese e altre Chiese protestanti impegnate su questi temi, mentre in ambito laico ci sono Associazioni ma poco di più: e i partiti paiono poco interessati.

Nella società consumistica in cui viviamo, un problema non ancora sufficientemente percepito riguarda il modo in cui disponiamo della vita degli altri animali non umani. Crede che negli anni a venire si affermeranno gradualmente i diritti degli animali?
L’aspetto consumistico è sicuramente una cosa importante, ma distrae l’attenzione da un problema ancora più profondo, che riguarda il superamento del cosiddetto “specismo” (ovvero la discriminazione ingiusta perpetrata sulla scorta della mera appartenenza a una specie, analogamente al “razzismo” che discrimina sulla scorta dell’appartenenza a una razza, ndr). Si tratta di una questione antropologica, di sguardo sugli altri animali.

Questo sguardo si sta allargando?
Certe idee sono profondamente radicate e si fa fatica a cambiarle. Ci vogliono tempi piuttosto lunghi. Però va riconosciuto che il numero di coloro che sono vegetariani è in aumento.
Le faccio un esempio: quando Silvio Berlusconi ha fatto la svolta animalista è perché ha capito che il 7/8 per cento degli italiani è vegetariano e che ci sono sessanta milioni di animali domestici tra cani e gatti. C’è una fetta di popolazione molto attenta al problema e si tratta di un bacino politico che la sinistra ha trascurato e su cui, invece, Berlusconi si è buttato.
Quella del superamento dello specismo è una questione fondamentale per il futuro dell’umanità, e che ci porta, per esempio, a vietare la sperimentazione su un embrione umano, che non soffre, e a consentirla su milioni di topi che sentono e soffrono.

Ci spieghi meglio…
Un pensiero attento alla libertà è tale quando comporta l’attenzione anche a questo aspetto più globale, e nel caso specifico deve tener conto della differenza tra la “vita meramente biologica” e la “vita biografica”: un embrione umano ha solamente una vita meramente biologica, mentre molti animali non umani hanno anche una vita biografica, ossia con emozioni, sentimenti e sensazioni, ossia quegli elementi che possono dare a una vita un valore positivo.

Come superare il nostro specismo?
Bisogna tenere presente che, come peraltro ha detto Papa Francesco, “la nostra non è solo un’epoca di tanti cambiamenti, ma è un vero e proprio cambiamento d’epoca”. Se è vero che siamo a una svolta di civiltà, allora può darsi che si realizzi tra tante altre cose anche quel cambiamento di sguardo che ci porterà a vedere gli animali non umani sotto una nuova luce. È da questa considerazione di fondo che la politica, soprattutto di sinistra e progressista, dovrebbe partire per lanciare programmi per nuove forme di convivenza sul pianeta.

Bioetica, figlia del ’68. Conversando con Maurizio Mori ultima modifica: 2018-05-05T16:21:54+02:00 da MATTEO ANGELI

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