Rachel Spence. La grazia della poesia, la poesia nella grazia

"Faccio del mio meglio per restare nella parte chiara, pulita, sono grata a coloro che mi hanno regalato o mi donano ancor oggi, e cerco di creare qualcosa di mio e darlo a mia volta, quando posso".
scritto da MANUELA CATTANEO DELLA VOLTA

Rachel Spence ha vissuto e lavorato a Venezia nove anni: gli anni in cui si è delineata la sua identità professionale, gli anni in cui si fanno quelle scelte che diventano le basi del tuo futuro, quando ancora non lo sai.

Nel 2011 Rachel è tornata in Inghilterra, a vivere e lavorare, ma Venezia la sente sua tanto quanto Londra, e non fa fatica a trovare pretesti per tornarci, appena può, anche per qualche giorno. Se poi la scusa è la presentazione del suo secondo volume di poesie, “The Bird of Sorrow”, Rachel si sente felice, e a casa.

Ci incontriamo al Lido, perché la giornata è perfetta per guardare il mare, e anche perché parlare di poesia con le onde che fanno da colonna sonora fa bene al cuore.

Quando e come hai cominciato a scrivere poesie?
Credo come molti poeti, fin da piccola. Passavo il tempo a leggere e fu mia madre ad avvicinarmi alla poesia con il “Giardino di versi” di Robert Louis Stevenson: un classico di poesia per bambini, Ho anche avuto una fantastica insegnante alle medie, che come compito a casa assegnava lo scrivere una poesia. E ogni volta era un incoraggiamento.

Quanto si intrecciano o quanto si scontrano il tuo lavoro di giornalista con la tua poesia?
Parecchio! Soprattutto quando vivevo a Venezia e scrivevo recensioni sull’arte del Rinascimento, queste magnifiche opere continuavano a chiedermi un’attenzione più che particolare. Avevo in testa tutte queste frasi, parole, idee senza via d’uscita, o comunque il giornalismo non sembrava la strada più appropriata dove indirizzarle. E quindi trovarono – trovai? – la loro strada nella poesia.

E più leggevo di artisti nel campo delle arti visive o magari ci conversavo, più trovavo affinità nelle modalità di sperimentare il mondo: obliquo, interiore, e ugualmente turbolento. La loro modalità di espressione era diversa dalla mia ma il bisogno di esprimere le sensazioni più interiori era lo stesso. E ancora, leggendo a proposito della vita degli artisti ho cominciato a sentirmi autorizzata nel prendermi qualche rischio nei confronti del mio lavoro; perché ho scoperto quanto tutti loro si sentissero totalmente spaventati e inadeguati, persino quando erano fantastici!

Al momento con la poesia sto cominciando a muovermi in un’altra direzione, però, e quindi l’arte non è più così centrale come in passato.

 

C’è stato anche un percorso di studio sulla poesia?
Sì, certo. Nel 2016 e 2017 ho seguito due corsi alla Scuola di Poesia di Londra con la guida di Mimi Khalvati, una brillante peoetessa inglese di origine iraniana e una favolosa insegnante. Mi ha dato consigli impareggiabili sulla correzione e sull’utilizzo della forma metrica. È davvero difficile trovare qualcuno che sia in grado di insegnare la tecnica formale in poesia. Certo, sto ancora facendo i primi passi sul sentiero, ma almeno so la direzione!

E quanto è invece la poesia che ti fa vedere in un certo modo l’arte su cui poi scrivi?
Beh, direi che l’arte apre sempre di più il mio sguardo che indaga nella mia mente. Voglio dire che più scrivo poesia, più riesco ad affidarmi alla mia indole poetica piuttosto che alla parte istintuale puramente critica, in modo da trovare la “verità” nel lavoro artistico.

L’estate scorsa la favolosa pittrice Vicken Parsons mi ha chiesto di scrivere un testo per il suo catalogo usando la mia “testa poetica” invece di quella da critica. Mi ha reso felice. È stata piuttosto coraggiosa in questa richiesta e io ero nervosa sul risultato, ma ciò che ne è uscito credo sia molto più illuminante rispetto a un testo in cui mi sarei espressa semplicemente da un punto di vista artistico-storico. Il testo l’ho composto prelevando frasi ed enunciazioni di altri artisti e scrittori facendone un collage. Mentre lavoravo così, ho scoperto una quantità impressionante di informazioni non solo sulle opere di Vicken ma anche su altre opere e su altri artisti. È risultato un lavoro più omogeneo e più completo. E ora la mia voce poetica prende via via sempre più spazio nella mia attività di giornalista. Se per esempio mi imbatto in una metafora surrealista ora la conservo mentre un tempo l’avrei scartata subito come troppo assurda per uno stile giornalistico.

Sono fortunata e molto, ad avere un caporedattore che ama la poesia e la letteratura e non sembra disturbato da uno stile non proprio ortodosso. Devo sottolineare però che ci sono forti parametri tra giornalismo e critica artistica che bisogna rispettare e che sono molto utili, perché mantengono la struttura e la disciplina.

Differenza principale tra poesia e prosa? O meglio, sei partita dalla prosa per approdare alla poesia oppure no?
Ah, è difficile e facile allo stesso tempo. Mimi Khalvati dedicò un’intera lezione a questa domanda. E dopo vari commenti nostri come “la poesia è più misteriosa” o “la poesia è lo spazio per la contraddizione” o ancora “la poesia si basa sul ritmo”, spiegò che per lei l’unica differenza sono gli stacchi tra una riga e l’altra.
Il poeta decide quando staccare mentre in prosa si prosegue… È ovvio che ci sono alcuni poeti che non staccano mai, scrivono epigrammi, oppure lunghissimi blocchi di testo. In questo caso Mimi sostiene che questa non sia più poesia, il che resta opinabile.

Su un piano meno terreno invece, direi che la poesia è, tanto per i lettori quanto per gli autori, lo spazio dove permettiamo ai nostri sensi di respirare in libertà tra la fantasia e il mistero del mondo.

Il mio mondo interiore, e molto del mio mondo più concreto, è ricco di contraddizioni, incertezze e paradossi. È frammentato, non delimitato, incoerente, capovolto nei suoi confini di spazio tempo… almeno se lo consideri sotto l’aspetto di una narrativa lineare e razionale. Anche se ammetto che per me la ragione è spesso a braccetto con l’immaginazione, mentre imprevedibile, irrazionale e improbabile sono più attaccati alla realtà.

La poesia è il luogo in cui l’inesplicabile viene dichiarato e nessuno cerca di trovare la soluzione. È semplice accettazione. E in più ci si permette di dire che è bellissimo così.

 

I poeti che più ti hanno ispirato o che hai scoperto adesso e sono dei must per te? O ancora, un nuovo poeta da non perdere per te?
Sarebbe una lista infinita! Cercando di essere sintetica, Michael Ondaatje, Mimi Khalvati, Adrienne Rich, Dionne Brand sono i poeti ai quali il mio lavoro è costantemente vicino e grato. Una mia “scoperta” recente – anche se è famosissima – è Jorie Graham; i suoi ultimi lavori sono strabilianti.

Anche Alice Oswald è in un crescendo di importanza per me, in particolare ammiro il coraggio con il quale ha scritto l’intero poema, Dart, dando voce al fiume.

Cosa vuole dire essere poetessa e… fare ogni giorno una vita “normale”? Mi spiego meglio. Il poeta lo vediamo sempre o quasi come qualcuno che vede una realtà vera, anzi la realtà reale, ma da un mondo distante (per questo vedono e descrivono qualcosa che noi non riusciamo a vedere con altrettanta nitidezza). Quindi come si fa ad essere poeta stando anche qui? Vicino…?
Non l’ho mai vista da questa angolazione! Ma mi piace l’idea di essere su un pianeta lontano e guardare il mondo reale attraverso un poetico telescopio. Tuttavia, sul serio, anche se mi sento piuttosto distaccata dal mondo materiale mi piace molto sentirmi presente, “parte di”. Amo le persone che frequento del mio mondo, i libri che ne fanno parte, i suoi paesaggi, la mia giornata di lavoro come giornalista. Per quanto riguarda tutto il resto, come chiunque, cerco di preservarmi nell’espormi alle zone d’ombra della politica, dei social media, e così via.

La meditazione, la preghiera e lo yoga sono essenziali per me. E anche essere vegetariana (vegana quando sono a casa mia). Sono tutte pratiche quotidiane, esattamente come lo scrivere poesia, e senza di esse, il buio sarebbe decisamente più buio!

Come, quando, in che modo scrivi? Hai un rito? Un orario?
Sì, decisamente. Il fulcro della mia poesia sorge al mattino, scritto a mano, dopo la meditazione, e qualche pagina di qualunque libro stia leggendo – poesia, scienza, arte, dipende – e sempre prima di accendere il computer. Ascolto musica antica di coro, per esempio canti gregoriani, e cerco semplicemente di rimanere aperta, per far entrare una qualunque voce che è lì, appena fuori di me. Alle volte può accadere in piena notte, oppure nello stadio intermedio tra il sonno e la veglia dell’alba.

Il lavoro di correzione avviene nelle stesse ore, al mattino presto. Scrivo la poesia dozzine di volte, sempre a mano, e sempre leggendola ad alta voce. Solo quando la sento davvero finita la riporto al computer. E di nuovo il processo di correzione ricomincia perché gli spazi tra le linee appaiono diversi con la scrittura a macchina, o in stampa.

Una volta “impressa” sul computer mi sento un po’ più tranquilla. Capita che all’improvviso vedo come e dove correggere una poesia, magari mentre sono nel bel mezzo della stesura di un articolo. E quello è un momento specialissimo, un vero regalo.

La strada fino alla pubblicazione? 
Rifiuto, rifiuto e ancora rifiuto. Davvero, una quantità di “no grazie”, e poi alcuni tipo “ci ricontatti con il suo prossimo lavoro”, che era frustrante uguale ma anche un pizzico incoraggiante. Alex McMillen della Templar Poetry è sempre stato propositivo e ha accettato qualche mia poesia per le sue antologie. A quel tempo sapevo già che anche se non fossi mai riuscita a pubblicare avrei proseguito nello scrivere. Mi faceva sentire a posto quanto null’altro.

Poi ho seguito il primo corso con Mimi, dove ho imparato essenzialmente dove tagliare e anche ad affidarmi a quella strana voce disincarnata.

Inoltre ho seguito il seminario di un giorno con Mario Petrucci, un bravissimo poeta, sul tema di come si porta alla pubblicazione un testo. E lui mi disse: “Lo hai scritto. Non cambiare nulla. Spediscilo e basta.” 
A quel punto è tutto successo abbastanza in fretta, perché Alex alla Templar ha accettato il mio lavoro e nel giro di un anno ha preso l’intera collezione, il che mi ha stupito e resa felice.

Ma ancora ricevo un sacco di rifiuti! Non può essere diversamente. Lo vedo come un insegnamento yogico: non è riuscire a fare l’asana, è la pratica per arrivare all’asana. La grazia sta nel tuo sforzo, la tua devozione.

Presentazione di “Bird of Sorrow”, edito da Templar Poetry
, 7 maggio, ore 18, Circolo Italo-Britannico Venezia, Palazzo Pesaro Papafava, Cannaregio 1374, Calle Racchetta

Rachel Spence,
“Furies”, Templar Poetry – 2016
“Bird of Sorrow”, Templar Poetry – 2018

ENGLISH VERSION

Rachel Spence. La grazia della poesia, la poesia nella grazia ultima modifica: 2018-05-06T19:15:21+01:00 da MANUELA CATTANEO DELLA VOLTA

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento