“Opere d’arte? Le mie forcole sono forcole”. Parla Saverio Pastor

Abbiamo incontrato nella sua bella bottega a Dorsoduro uno degli ultimi artigiani che costruiscono l'appoggio sul quale si fa perno con il remo per vogare sulle barche veneziane
scritto da CLAUDIO MADRICARDO

Qualcuno parla di Costantin Brâncuși, altri di Henry Moore o di Alberto Giacometti, ma le forcole sono forcole. Sono oggetti d’uso quindi non ci bado tanto. Anche se Brâncuși e Alberto Viani, mi piacciono parecchio. Alla fine, penso che sia proprio Viani quello che si è avvicinato di più alle forme della forcola.

Alle soglie dei sessant’anni, Saverio Pastor non smette un attimo di lavorare alle linee eleganti dell’ultima forcola stretta nel morsetto nella bella bottega di fondamenta Soranzo a Dorsoduro, a due passi dalla Fondazione Guggenheim, dove dominano i colori chiari del legno dei remi di ramino e di faggio ordinatamente accatastati, che dialogano da lontano con le macchie brune del noce trattato a olio paglierino degli scalmi per la voga alla veneta.

Nella luce del tardo pomeriggio primaverile che inonda il laboratorio, resa più calda dai morbidi colori del legno, per un lungo momento mi chiedo quanto il suo continuare imperterrito a lavorar di ferro a due manici sia frutto di necessità. E quanto invece non si debba alla sua timidezza, che sembra rifuggire il colloquio diretto, imponendogli di ricorrere alla schermatura dell’oggetto posto inevitabilmente tra lui e me, che continua a essere cura dei movimenti sapienti e apparentemente semplici delle sue mani.

Quando da ragazzino ho imparato a vogare con un amico, racconta Saverio, capitava di dover portare i remi a aggiustare da Bepi Carli, a quel tempo rimasto l’ultimo artigiano del mestiere, che si lamentava di non avere apprendisti. Così, compiuti da poco i sedici anni e finito il terzo corso delle scuole superiori, gli ho chiesto di prendermi in bottega a lavorare anche senza stipendio, perché mi piaceva il legno.
Per Carli ero già troppo vecchio e non avevo il privilegio, per lui indispensabile, di appartenere a una famiglia di remeri. Ciononostante mi concesse di andare in bottega a guardare. Cosa che il giorno dopo ho fatto rimanendovi nove ore. Ho continuato così per un mese consecutivo, fino a che si è stufato di vedermi lì a curiosare e mi ha fatto scopare il laboratorio. Quello è stato l’inizio del mio apprendistato.

Figlio di Valeriano, già collaboratore di Carlo Scarpa e in seguito direttore del dipartimento di progettazione architettonica allo IUAV, Saverio di sicuro avrebbe potuto aspettarsi un destino meno originale. E Bepi Carli, conoscendone le origini famigliari, con quel tono di rivalsa che spesso connota chi ha fatto la gavetta e detiene la cultura materiale rispetto a chi, invece, la vive criticamente, gli ha sempre pronosticato che non avrebbe mai imparato niente. Fino a fargli rischiare l’esaurimento nervoso, precisa ora Saverio.

Sbagliava Bepi Carli, perché in seguito qualcosa l’apprendista ha invece appreso, dimostrando appieno di reincarnare quell’antico anello di congiunzione tra la cultura alta e l’amore profondo per le qualità della materia, che ha reso grandi generazioni di artigiani e architetti a Venezia e in ogni dove.

Sì, sbagliava Bepi, ammette ora Pastor, ma a suo modo aveva anche ragione, perché in questo mestiere non si finisce mai d’imparare, e da quarantatre anni che ho iniziato, lo sto ancora facendo.

Da quegli anni Settanta in cui Carli era rimasto l’unico rappresentante di una professione i cui adepti erano stati spazzati via dall’avvento dei motori, tempo ne è passato, e la città si è conseguentemente trasformata.

Accanto all’ultimo rappresentante di una professione che compare ancor oggi nei toponimi cittadini sotto forma di campiello, corte e fondamenta del remer, era rimasta una piccola schiera di persone dedite alla costruzione di remi e forcole che gravitavano attorno ai “fita batele”, i noleggi di barche da trasporto o anche da diporto, che in quegli anni ancora sopravvivevano, non ancora sconfitti dal motore. Come Gigio Gambirasi e il figlio Renzo a Santa Fosca, le cui forcole avevano grande mercato, o il noleggio a San Boldo.

Era il 1975, ricorda Saverio, e ho avuto la fortuna di cominciare quando ebbe inizio la Vogalonga. Mio padre Valeriano prese la mia scelta tutto sommato bene, mentre mia mamma per decenni ha insistito perché prendessi la laurea. Ho continuato a studiare, ma non certo per fare l’architetto che non mi prendeva come mestiere. Quanto al lavoro, da allora è cambiato perché è mutato l’utente finale. Ora, il committente di elezione, il veneziano, è sempre più raro.

In una città che declina spopolando, dove sempre meno chi vi abita voga, e quando lo fa, spesso si rivolge a quelli che Pastor chiama abusivi, era ampiamente prevedibile che il mercato si dovesse restringere.

Una grande fetta del nostro lavoro, continua Saverio, ha come destino l’America e in genere l’Europa, perché la voga alla veneta ormai è patrimonio mondiale. Si voga ormai un po’ dappertutto. In America ci sono ormai centocinquanta gondolieri professionisti che si sono italianizzati un po’ il cognome e che in vari stati fanno questa professione.

Non solo la committenza, ma anche il legno dal tempo degli inizi di Saverio è cambiato. E al ramino per i remi, legno esotico che aveva vinto sul faggio per la sua maggiore rigidità, stabilità e leggerezza, si è cercato di riproporre, senza suscitare grandi entusiasmi, il legno tipico dei nostri boschi del Cansiglio.

Nei decenni passati, spiega Pastor, le foreste della Malesia da cui proveniva il ramino sono state distrutte dall’industria del legno in primo luogo, dagli incendi, e dalla sostituzione delle foreste con coltivazioni di palma da olio. Alla fine, i pochi alberi di ramino che sopravvivono sono stati destinati a habitat degli oranghi.
A tal punto che dovremo in futuro proporre legni lamellari, con strati di faggio, di ramino e di abete e di altri legni che consentano di avvicinarsi alle condizioni di rigidità richieste dalla voga. Considerato che il ramino è in natura il legno più rigido esistente, e conveniente per il peso. Quanto alle forcole, uso il noce, il pero e il ciliegio. Quando si trovano, mi piace lavorare il melo e l’acero. Ma il noce resta comunque l’albero più importante che proviene da Macedonia e Montenegro. Diciamo dai territori un tempo della Serenissima.

Strumento d’uso quotidiano per muoversi e lavorare in città, anche le forcole hanno subito un’evoluzione nei secoli che dalle forme piatte che si possono apprezzare nei quadri del ‘500, le hanno portate a quelle più tondeggianti, impreziosite ed elaborate del ‘700. E pur fedele all’impostazione di Carli, Saverio Pastor ha saputo elaborare nel tempo un proprio stile personale, che non sfugge agli occhi attenti di un conoscitore. Per alcuni particolari che possono di certo essere colti nelle linee, ma soprattutto per la rifinitura che appare molto più curata nei lavori del discepolo.

Come già faceva Bepi Carli, anche Saverio firma le sue forcole. Di più rispetto al maestro, le numera, come gesto contro l’abusivismo, ancor esistente nel settore. Quando invece la Serenissima aveva impostato la cantieristica attraverso un percorso di specializzazione altissima, basato sullo scambio vicendevole. Perché, quel che da allora si era capito, era che ogni mestiere aveva bisogno dell’altro per arrivare all’opera finita.

Con Napoleone, ricorda Pastor, e la fine delle corporazioni questa realtà si è un po’ persa anche se negli anni si è continuato a lavorare più o meno allo stesso modo. Oggi c’è qualcuno che vuole consegnarti una barca chiavi in mano, con interlocutore unico lo “squerariol”. Da qui a pensare di poter fare anche le forcole col pantografo, copiando i modelli altrui, il passo è stato breve. Quando invece la forcola non è un oggetto amorfo e omologato, ma è fatto su misura. E se si usa il pantografo non si fa una cosa sulla tua misura, e tutte diventano uguali.

Un rifiuto della serialità che non potrebbe essere più netto e che riconosce a ogni lavoro che esce dal laboratorio una propria anima.

Sono oggetti unici, osserva Pastor, spesso sono diversi, anche se siamo sempre noi a farli. A volte abbiamo fatto delle mute, delle serie di forcole e abbiamo tentato di farle sempre uguali in modo che fossero un prodotto omogeneo. Ma qualche diversità c’è sempre. Poi, essendo fatte su misura, dietro ogni forcola c’è una storia e in questi casi sì assumono un’anima, se non un carattere particolare.

Tra i legni che lavora, Saverio preferisce il pero, legno senza vena e duro, che risponde con una certa personalità ai ferri cui è sottoposto. Non facile da trovare e nemmeno da stagionare. Spesso è soggetto a fessurazioni, e presenta una serie di problematiche che il noce non ha. Alla fine è quest’ultimo il più diffuso, su cui, a opera conclusa, viene steso un velo di olio paglierino con diluenti, in modo che penetri nel profondo e ne conservi il colore mettendo in risalto le venature. Lavorandolo prima alla sega a nastro.

In quel momento, continua Pastor, ho il tronco davanti e la necessità di entrare un po’ in sintonia, riuscendo a interpretare i segnali che mi manda per capire cosa c’è poi dentro. Se hai a che fare con un legno buono, se c’è qualche difetto. Segnali che sono percepiti allo sguardo e al tatto, e che ti fanno capire come bisogna mettere la sagoma per ricavare la forcola migliore che quel quarto di tronco ti può offrire. Quindi si taglia e ne esce il pezzo che sarà lavorato a distanza di un anno.

Un lavoro lungo, che parte dalla scelta dei tronchi che vengono dall’Est, che Saverio taglia in quarti in segherie della pedemontana veneta, nei dintorni di Bassano, e che lascia in deposito all’aria per un anno. Passato il primo periodo di stagionatura, i quarti di tronco, trasportati in fondamenta Soranzo, sono tagliati grezzi e riposano in bottega ancora per un altro anno. In modo tale che dal taglio della pianta alla messa in barca della forcola, passano mediamente tre anni. Alberi grossi e difficili da trovare, il cui costo è già molto alto in partenza. E che rappresentano un non trascurabile immobilizzo di capitali.

Un lavoro condotto con la sega a telaio, con l’ascia del remer, con i ferri a due manici e i ferri da “rassar”, con varie pialle con ferri differenti e carta vetrata. Alla fine, una meritata notorietà che in bottega gli ha portato architetti importanti come I. M. Pei e Frank Gehry, o pop star come Mick Jagger e tanti altri.

Quando gli chiedo di uscire dagli schemi della lagnanza che ci sono oramai consueti e di elencarmi quanto di positivo sta accadendo in città, mi guarda sbalordito, per un attimo interdetto.

Di positivo, risponde smettendo di lavorare e fissandomi negli occhi, è che siamo ancora qua. Poteva anche arrivare un’acqua alta tremenda e invece non è accaduto. Ma di positivo sinceramente non mi sembra che in questo momento ci sia tantissimo. Forse ci sono una nuova sensibilità e una diversa partecipazione da parte dei cittadini. Scommettere su questa città bisogna, anche se manca lo zoccolo duro degli abitanti. Siamo cinquantaquattromila ed è un dato di fatto.

Su quanto intenda ancora andare avanti, raggiunti i sessant’anni, dice che è una bella domanda, ma che non pensa di morire in bottega.

In qualche modo, e svela quanto gli è lontana in fondo l’idea di smettere, mi sembra che solo adesso sto imparando qualcosa, per quanto sia giusto dare spazio ai giovani. Poi in tante cose il mio lavoro mi da ancora divertimento. Soprattutto mi divertono e mi piacciono le forcole che vanno in barca. Mi piace parlare con certi clienti che usano le cose.
Non mi piace invece dover combattere con questioni amministrative e burocratiche. Ho fatto l’artigiano di remi e forcole perché mi sono innamorato di remi e forcole, sono stato preso dal fare. Quando sono entrato in bottega da Bepi Carli ho fatto un salto indietro nel medioevo, perché quello era l’ambiente. Con un linguaggio arcaico, un mondo che fuori non c’era già più.

A bottega ha Pietro Meneghini, il ragazzo che da quattordici anni lo segue, con studi di liceo classico. Con una storia per certi versi un po’ simile alla sua, Saverio ne parla bene, dicendo che ha imparato.

A tal punto, riconosce con un qualche orgoglio, che potrebbe anche andare per la sua strada e sostituirmi.

Saverio Pastor è anche il padre dell’associazione “El Felze” che ha fatto nascere nel 2002 con l’intento di riunire tutta la filiera della gondola in cui si sono ritrovati dieci mestieri e persone come Franco Crea, Nedis e Roberto Tramontin, Lollo della Toffola, Daniel e tanti altri.

Sotto questo felze ideale, racconta, ci siamo riuniti per contarci, per contare e per raccontare. Mentre a contarci facciamo sempre prima perché siamo sempre di meno, e a contare non contiamo nulla perché nessuno è interessato ai problemi dell’artigianato, a raccontare siamo diventati abbastanza bravi. Abbiamo prodotto un paio di libri e mostre in giro per il mondo. E in città siamo parecchio conosciuti. Abbiamo in cantiere un libro sulle arti metallurgiche ma non abbiamo ancora trovato lo sponsor necessario. Rientriamo nel patrimonio culturale immateriale quali rappresentanti di quei mestieri che hanno reso grande la città.

Gli chiedo se rifarebbe lo stesso percorso, qualora gli venisse data la possibilità. “Penso di sì. In linea di massima sì”, mi risponde. Con ciò dando prova di considerare il bilancio soddisfacente, grazie proprio alla soddisfazione che sola proviene da quel fare, e fare bene, che in tutta la vita ha voluto cercare.

Mi sento profondamente veneziano, a Venezia sono nato, ho studiato, ho lavorato. Per me e per la città. E questo mondo mi è sempre sembrato perfetto, insuperabile e magico.
Mia moglie, che è piemontese, mi ha fatto notare i limiti. E ora vedo che ci sarebbero tante cose da cambiare. Nel tempo abbiamo perso molti di quegli aspetti che mi affascinavano e che ancora mi piacerebbe avessimo. Abbiamo lasciato che ci fossero sottratti o li abbiamo noi stessi dispersi.

Negli ultimi tempi Saverio ha fatto rinascere il “disnar” una tradizione che precedeva la regata storica, quando essa era una festa di popolo e della città.

Partendo dalla voglia di socializzare e di mangiare assieme che è ancora forte a Venezia, abbiamo pensato di organizzare la cena in campo sposandola ai racconti sulla regata storica. Quest’anno il “disnar” sarà organizzato il 24 agosto in quindici realtà diverse della città e delle isole.
Remiere e associazioni del territorio mettono a disposizione tavole e poco più ai cittadini che scendono in campo con le loro vivande da condividere con gli altri. In uno scambio di piatti della nostra cucina e racconti di campioni del remo e di vecchie glorie. Un’iniziativa che coinvolge circa duemila persone. Tante per svolgersi in agosto, quando i veneziani sono notoriamente ancora in villeggiatura.

Come associazione, ricorda Pastor, hanno elaborato parecchie proposte tese a risolvere i problemi dell’artigianato cittadino.

Sarebbe bello che qualcuno ci desse ascolto di quelli che possono prendere provvedimenti. A farlo, fino ad ora, le università e gli accademici, il Consiglio d’Europa e tante altre organizzazioni. Quanto alla politica, pare abbia altro da fare.

SERVIZIO FOTOGRAFICO DI GIOVANNI VIANELLO

“Opere d’arte? Le mie forcole sono forcole”. Parla Saverio Pastor ultima modifica: 2018-05-07T16:51:28+02:00 da CLAUDIO MADRICARDO

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