Il rimpicciolimento dell’Italia

Longevità e depopolamento. Non basterà l'immigrazione a compensare il declino demografico del nostro paese, che nel 2065 tornerà ai livelli di popolazione dei primi anni Settanta
scritto da VITTORIO FILIPPI

Le tre Moire, nella Teogonia di Esiodo, erano la personificazione del destino ineluttabile dell’uomo. Oggi siamo figli di una cultura che ben poco concede a questa visione fatalistica e deterministica. Tuttavia sempre più la demografia, specie in Italia, delinea tendenze se non proprio ineluttabili almeno molto difficilmente evitabili.

Basta scorrere le previsioni che l’Istat ha appena sfornato sui destini – è proprio il caso di dire così – demografici del paese per i prossimi decenni, e precisamente allungando lo sguardo fino al lontano 2065.

Destini che si condensano in una tendenza sicura, due tendenze probabili e due per così dire “misteriose”.

Quella sicura è ovviamente l’invecchiamento della popolazione. Se nel 1964 toccammo il picco delle nascite – con tanto di canzone che ben riassumeva lo spirito del tempo, “Noi siamo i giovani”, cantata da Catherine Spaak – nei prossimi lustri arriveranno all’età anziana proprio le numerose coorti nate in quegli anni generosamente (ed eccezionalmente) prolifici. Per cui, prevede l’Istat, il picco dell’invecchiamento – in pratica il rimbalzo temporale del periodo del baby boom – sarà attorno alla metà del secolo, quando gli ultrasessantacinquenni arriveranno a essere il 34 per cento della popolazione italiana e il 2058 dovrebbe segnare il numero massimo (fisiologico) di morti.

I due eventi probabili si chiamano longevità e depopolamento.

1 La prima è un evento probabile ma non sicuro perché vi influiscono numerose variabili epidemiologiche non tutte prevedibili e non tutte controllabili. Tenendo conto che l’invecchiamento stesso trascina una fragilizzazione che può facilmente ed improvvisamente far aumentare la mortalità (è l’harvesting effect: un fenomeno che abbiamo conosciuto con l’ondata influenzale dell’inverno 2016-2017).

Comunque entro il 2065 dovrebbe esserci un cospicuo “regalo” di speranza di vita pari a ben cinque anni, tale da permettere alle donne di superare i novant’anni ed agli uomini gli 86. I cosiddetti supercentenari – grandi anziani con 110 e più anni – passerebbero dagli attuali diciotto casi a 144, avanguardia evidente di una longevità inedita e faustiana.

2 Il secondo evento probabile, molto probabile, è dato dal rimpicciolimento della popolazione: in un pianeta in cui solo l’Oceania, il Nord America e soprattutto l’Africa sono previsti in crescita in questo secolo, l’Italia perderebbe da qui al 2065 circa sei milioni e mezzo di cittadini arrivando cioè ad avere una popolazione di 54 milioni di abitanti, un numero che ebbe nei primi anni Settanta. Sarà uno spopolamento disuguale, dato che il Mezzogiorno conoscerà un tracollo di cinque milioni di abitanti frutto del combinarsi perverso di bassa fecondità, modesta immigrazione straniera e flussi emigratori verso il centro nord. Così tra dieci anni la regione più giovane d’Italia non sarà più la Campania ma il Trentino.

Rimangono le due tendenze “misteriose”. Così qualificate perché le previsioni sulla fecondità e sui movimenti migratori (i due fenomeni sono evidentemente connessi) risentono di talmente tante variabili da rendere estremamente incerto lo sguardo prospettico. In ogni caso anche se l’immigrazione dovrebbe comportare 2,6 milioni di abitanti in più nel periodo considerato, è evidente che non può correggere le tendenze dell’invecchiamento e dello spopolamento del paese.

Dice l’Istat che

a meno di un qualche significativo cambiamento del contesto globale, …, la futura evoluzione demografica appare in gran parte definita.

Confermando così le parole del filosofo positivista ottocentesco Auguste Comte, secondo il quale “la démographie c’est le destin”.

E che sia proprio il destino lo sembrano indicare anche i numeri della Fondazione Agnelli, che in uno studio sulla futura popolazione scolastica prevede nei prossimi dieci anni che la fascia dai tre ai diciott’anni calerà di circa un milione di unità con la conseguente perdita di quasi 56 mila posti e cattedre nella scuola dell’infanzia, in quella primaria e nelle secondarie di primo e secondo grado.

È paradigmatico che solo una regione italiana – il Trentino – avrà una (modestissima) crescita degli iscritti alla scuola dell’infanzia (tre-cinque anni), segno di quel degiovanimento che ormai ipoteca pesantemente il futuro demografico prossimo venturo.

Il rimpicciolimento dell’Italia ultima modifica: 2018-05-08T18:17:13+02:00 da VITTORIO FILIPPI

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