“Aiutarli a casa loro”? Il caso della regione del Sahel

“Nel Sahel la gestione delle acque e la salute delle regioni alluvionali alimentano i fenomeni migratori internazionali”. L'intervista di ytali. a Fred Pearce.
scritto da ALESSANDRO PASTORE

Nei primi quattro mesi del 2018 gli sbarchi sulle coste italiane non sono cessati, nonostante le misure messe in campo per contenere il fenomeno, agendo principalmente sull’ultimo tratto ossia il mare tra le coste africane e l’Italia. Il nostro ministero degli interni presenta sul suo sito in un documento dal titolo “cruscotto giornaliero” i numeri che permettono di iniziare a ragionare sui fatti e non sulle suggestioni alimentate dagli imprenditori della paura. Il dato più interessante è che il gruppo più consistente di persone, il 36 per cento, proviene dalla regione africana del Sahel. Questa è una superficie enorme che si estende per quasi 5500 chilometri dalle coste occidentali dell’Africa dell’Oceano Atlantico del Senegal fino a quelle del Mar Rosso ed è limitata a nord dal deserto del Sahara e a sud dalla savana.

Per capire meglio perché un così grande numero di persone continua ad affrontare un viaggio pieno di pericoli e costoso, abbiamo posto alcune domande al giornalista inglese free-lance Fred Pearce, che nel 2017 ha coordinato uno studio – promosso dal programma Partners for Resilience e finanziato dalla Commissione Europea attraverso il programma Life, proprio su questa regione e dal titolo Water Shocks: Wetlands and Human Migration in the Sahel.

Pur sottolineando che non è così semplice trarre delle conclusioni certe su connessioni causa-effetto, lo studio spiega come i grandi progetti idrici in questa regione dell’Africa hanno contribuito a dare inizio alla crisi dei migranti. Per ridurre l’impatto dei periodi di siccità sulle attività agricole e pastorali e produrre energia elettrica, a partire dagli anni Settanta del secolo scorso, questa regione ha visto la costruzione di dighe lungo i grandi fiumi che l’attraversano: il Senegal, il Niger, il Logone, il Chari, il Volta, il Hadejia, il Jama, il Nilo nella sua parte iniziale.

Le wetlands del Sahel

L’intento era lodevole. Si cercava, così, di mitigare le grandi crisi legate ai periodi di prolungata siccità di quegli anni. In questo modo, però, lentamente ma inesorabilmente la costruzione dei bacini idrici ha iniziato a produrre dei cambiamenti strutturali nel tessuto economico della regione.

L’agricoltura da un modello alluvionale basato sulla coltivazione dei campi dopo il ritiro delle acque della stagione delle piogge, che nei secoli aveva modellato un vero e proprio sistema economico in equilibrio con la pastorizia nomade e la pesca, sta passando a un modello basato sull’irrigazione garantita dai grandi bacini artificiali che altera questo equilibrio con gravi conseguenze sulla possibilità di sostentamento di intere popolazioni soprattutto quelle che vivono nei villaggi.

Allora lo slogan di “aiutiamoli a casa loro” perde ogni significato, se mai ne ha avuto uno, ma richiama tutti alla responsabilità di studiare meglio e di più gli impatti che le azioni dell’uomo stanno avendo sul nostro pianeta e di come la Terra definisca un’unica grande comunità. 

Nel tuo viaggio in alcuni stati del Sahel hai avuto modo di capire se le persone che partono da lì sono coscienti dei rischi a cui andranno incontro e, eventualmente, come ne sono informati?
Sicuramente li conoscono in termini generali. La gran parte delle persone segue la strada intrapresa da altre delle stessa famiglia o dello stesso villaggio. Prima di partire ascoltano molte storie. Le informazioni arrivano principalmente attraverso i telefoni cellulari. La maggior parte delle famiglie rimane in contatto telefonico con quelli che sono partiti. Si stenta quasi a credere quanto i cellulari siano diffusi in Africa oggi: è proprio come qui da noi. Ce l’hanno tutti. Se qualcuno sparisce nel corso del viaggio, quelli rimasti a casa lo sanno quasi in tempo reale perché ad un certo punto smettono di ricevere notizie. Allora, come riportiamo nello studio, la Croce Rossa si attiva per capire cosa sia successo. Quelli che partono conoscono i rischi a cui vanno incontro. Sono pronti a sfidare la fortuna pagando in anticipo i trafficanti di esseri umani che possono derubarli e poi mettendo in pericolo la loro vita sui barconi.

Questi viaggi, sappiamo, hanno un costo importante. Questo significa che i migranti provengono solo da famiglie che possono finanziare il viaggio?
C’è un fondo di verità in questa tua domanda: i più poveri non partono. Le persone che partono sono generalmente quelli più svegli e intelligenti, provenienti da famiglie che riescono a mettere assieme i soldi per il viaggio. Le storie di migrazione si somigliano un po’ tutte indipendentemente dai luoghi e dal periodo storico. Per questo motivo mi pare ancora più tragico il fatto che i paesi riceventi non vogliano accogliergli. Sono svegli, intelligenti e molto motivati a darsi da fare.

Come vengono scelti quelli che partono e chi sono?
Sono soprattutto giovani che stanno provocando un vero e proprio esodo che svuota i villaggi, come mi è stato raccontato da Oumar Cire Ly, vice sindaco di un villaggio lungo il fiume Senegal chiamato Donaye, il quale ha commentato che chi parte lo sa che i barconi [verso l’Europa] sono pieni di pericoli, ma sono determinati a cercare l’opportunità di una vita migliore.

Le rimesse dei migranti sono viste come una fonte di reddito per quelli che sono rimasti?
Sì lo sono. Le persone che ho incontrato lungo il fiume Senegal mi hanno raccontato che la maggior parte delle persone che sono partite mandano soldi a casa, spesso dopo molti anni dalla partenza. Come puoi ben immaginare, le famiglie che si sono date da fare per raccogliere i soldi per il viaggio verso l’Europa lo vedono come un investimento e, naturalmente, si aspettano un ritorno.

Il fatto di doversi spostare, migrare non spaventa queste popolazioni che tradizionalmente si sono spostate nella storia lungo la regione del Sahel nel caso fosse in gioco la propria sopravvivenza. Nello studio riporto quello che mi ha raccontato sempre Oumar Cire Ly. Suo fratello maggiore, partito anni fa per la Francia, ora è insegnante presso l’Università di Le Havre e sebbene, ora, la sua famiglia viva in Francia continua a mandare i soldi per il villaggio.

Qualcuno pensa che un giorno i migranti torneranno volontariamente da dove sono partiti?
Nessuno ha fatto riferimento a questo ma devo dire che non l’ho chiesto. Se le persone mettono su famiglia all’estero potrebbero rimanere tanto a lungo quanto possono. Ma penso che qualcuno sia ritornato, anche se io non ne ho incontrati.

Ci puoi raccontare, a partire da quello che hai visto e sentito dalle persone che hai incontrato nella corso della redazione dello studio, quello che sta succedendo alle regioni alluvionali – wetlands – del Sahel a causa della costruzione delle dighe?
La zona alluvionale di Hadejia-Nguru, che si trova nella parte nordorientale della Nigeria, era una grande macchia verde al confine con il deserto del Sahara. Più di un milione e mezzo di persone vivevano pescando dalle sue acque, allevando bestiame e coltivando campi irrigati attraverso una complessa rete di laghi e canali che si erano formati naturalmente nel corso dei secoli. Poi, a partire dagli anni Settanta il governo nigeriano iniziò la costruzione di dighe che insieme, oggi, captano l’80 per cento dell’acqua che bagnava durante le ondate di piena la regione alluvionale. L’obiettivo era quello di poter fornire acqua potabile a Kano, la più grande città della Nigeria settentrionale. La presenza di queste dighe ha fatto sì che i quattro quinti della zona alluvionale si siano prosciugati, distruggendo la fertilità del suolo e l’economia delle società che vivevano grazie a essa. Oggi per le molte persone che hanno perso ogni mezzo di sussistenza per quest’azione dell’uomo non c’è altra alternativa che migrare verso la città di Kano, oppure aderire al gruppo terroristico islamico Boko Haram che terrorizza la Nigeria nordorientale o, ancora, pagare i contrabbandieri di essere umani per essere portati in Europa.

Un altro caso?
Quello del fiume Senegal, che segna il confine tra il Senegal e la Mauritania. Gli agricoltori, i pastori e i pescatori mi hanno raccontato delle loro battaglie contro il disastro ecologico che è seguito alla costruzione della diga di Manantali, situata a monte nello stato del Mali e completata nel 1987. La diga trattiene gran parte delle precipitazioni della stagione delle grandi piogge per generare elettricità per le città e per irrigare i campi di pochi agricoltori. Ci sono, però, più perdenti che vincitori. Si stima che la diga di Manantali abbia causato la perdita del 90 per cento del pescato e prosciugato fino a 250.000 ettari in precedenza coperti dalle acque. Un insegnante nel villaggio di Donaye Taredji nel distretto di Podor, Seydou Ibrahima Ly, mi ha raccontato che quando era giovane, “nella stagione delle grandi piogge il fiume straripava arrivando a bagnare le zone alluvionali dove trovavano il loro habitat naturale molti pesci” e “oggi, a causa della diga, non ci sono più le inondazioni e non ci sono rimasti molti pesci. I nostri nonni vivevano di pesca, noi non possiamo più farlo. Scomparsa la principale fonte di sostentamento per il villaggio” – ha continuato – “più di cento persone sono andate via e in altri villaggi se ne sono andati via quasi tutti”. L’Organizzazione per lo sviluppo del bacino idrografico del Senegal – ossia l’agenzia intergovernativa responsabile del progetto delle dighe e conosciuta con il suo acronimo francese Omvs – ha ammesso nel 2014 che l’eliminazione dello straripamento annuale del fiume “ha reso più precarie sia le colture che si praticano sui terreni bagnati dalle piene, sia la pesca nella pianura alluvionale, rendendo, in questo modo,  l’economia rurale della regione situata a metà della valle meno diversificata e quindi più vulnerabile”.

Villaggio sulla riva del fiume Niger.

E quale sarà la prossima “vittima”?
Probabilmente il delta del fiume Niger che si trova nella regione settentrionale del Mali e che ha una superficie grande quanto quella del Belgio. Il delta inizia quando questo, che è il fiume più lungo dell’Africa occidentale, comincia ad allargarsi nella pianura desertica vicino all’antica città di Timbuktu. L’esperto olandese in idrologia, Leo Zwarts, mi ha raccontato che attualmente è anche una delle zone più fertili in uno dei paesi più poveri del mondo a cui fornisce l’80 per cento della pesca e il 60 per cento della superficie di pascolo generando l’8 per cento del PIL e mantenendo così due milioni di persone, ossia il 14 per cento della popolazione. Il suo pescato viene esportato in tutta l’Africa occidentale a partire da Mopti, una città sede di un mercato che si trova sulle rive del delta.

Che cosa sta succedendo in quest’area?
Negli ultimi anni il governo del Mali ha iniziato a deviare l’acqua dal fiume Niger per irrigare gli assetati campi nel deserto coltivati a riso e a cotone, capdandola dal bacino della diga Markala situato appena a monte del delta. Questo uso, mi ha sempre spiegato Zwarts, ha ridotto fino al 7 percento l’area del delta inondata ogni anno, causando un conseguente calo della pesca e della superficie di foreste e pascoli. Alcune persone hanno abbandonato la zona per questo motivo, anche se non è chiaro se si tratti dei cittadini maliani che vengono regolarmente registrati sulle imbarcazioni cariche di migranti in viaggio dalla Libia all’Italia.
L’ultimo caso è la Guinea che confina a monte del fiume con il Mali che ha annunciato recentemente di aver dato il via libera alla costruzione della mega diga idroelettrica di Fomi a delle compagnie cinesi.

Di che progetto si tratta?
Questo progetto sostituirà le annuali ondate di piena che sono alla base della fertilità delle zone alluvionali con un flusso più regolare che permetterà al governo maliano di triplicare la quantità di acqua per i propri progetti di agricoltura irrigua. Nel nostro studio è stato stimato che l’impatto combinato della presenza della diga e dei canali di irrigazione potrebbe ridurre del 30 per cento la pesca e la zona a pascolo. Karounga Keïta dell’ufficio maliano di Wetlands International mi ha riassunto così la questione: “Se scorre meno acqua nelle zone del delta questo significherà che la superficie soggetta a inondazioni durante l’ondata di piena sarà  minore e questo avrà un impatto diretto sulla produzione di cibo, che comprende pesce, bestiame e riso”. Ancora una volta l’inevitabile risultato sarà l’acuirsi del fenomeno della migrazione delle persone che oggi vivono nelle regioni alluvionali.

La povertà indotta da questo fenomeno sta determinando una frattura sociale e portando conflitti nella regione?
Prendiamo ad esempio la regione del lago Ciad. In questo caso ti riporto le affermazioni di funzionari ufficiali. Due anni fa un funzionario della Commissione del Bacino del Lago Ciad, Mana Boukary, ha dichiarato al settimanale tedesco Deutsche Welle che i giovani che abitano nel bacino del lago Ciad entrano a far parte di Boko Haram a causa della mancanza di posti di lavoro e delle difficili condizioni economiche derivanti dalla riduzione della superficie del lago. In un vertice tra Unione Europea e Africa, il coordinatore umanitario delle Nazioni Unite per la regione del Sahel, Toby Lanzer, ha dichiarato che questa situazione sta alimentando i fenomeni migratori proprio per la presenza concomitante di fattori presenti contemporaneamente nel bacino del Lago Ciad quali “i richiedenti asilo, la crisi dei rifugiati, la crisi ambientale, l’instabilità determinata dalle azioni degli estremisti”. I risultati di un audit del 2015 del governo nigeriano sulla situazione del bacino del lago concordano con quest’analisi. Nel capitolo delle conclusioni viene scritto che “il non coordinamento delle azioni di captazione e ritenzione delle acque del fiume a monte” sono stati tra i fattori che hanno “creato una situazione di estrema competizione per l’accesso alla scarsa risorsa dell’acqua, causando [sic] conflitti e migrazioni forzate”. Secondo l’Organizzazione Internazionale per la Migrazione più di 2,6 milioni di persone hanno abbandonato la regione del Lago Ciad a partire dalla metà del 2013.

Il prosciugamento delle zone alluvionali viene spesso imputato al cambiamento climatico in corso. Secondo il vostro studio non è proprio cosi.
La storia della riduzione della superficie delle zone alluvionali e le conseguenze sociali ed economiche che ne derivano, rimane ancora in gran parte non pienamente scritta per più ragioni. La prima è che si preferisce, sistematicamente, e spesso erroneamente, imputare questa riduzione al solo cambiamento climatico, mentre è spesso l’intervento diretto dell’uomo sui corsi d’acqua a determinarla. La seconda è che molte agenzie per lo sviluppo pensano ancora che la costruzione di infrastrutture come le dighe favorisca le attività economiche e la creazione di ricchezza. La terza è che molti gruppi ambientalisti concentrano la loro attenzione solo sugli impatti ecologici ignorando le conseguenze sulla vita delle persone.

Lo scorso 23 febbraio la Commissione Europea ha organizzato una conferenza sul Sahel. Anche se il punto principale della discussione era come assicurare la sicurezza dell’area è stato deciso che una parte dei fondi saranno dedicati a “un migliore coordinamento degli sforzi per lo sviluppo”.  È solo una questione di “migliore coordinamento” oppure si può fare di più da parte dell’Europa?
È vero, l’Europa sta investendo per supportare lo sviluppo economico. Ma molto spesso questo sviluppo non migliora la vita delle persone nei villaggi. Soprattutto quando gli investimenti danneggiano risorse naturali sulle quali le comunità rurali vivono, come le zone umide. Le grandi dighe che erano state pensate per portare sviluppo economico alla regione del Sahel stanno producendo l’effetto opposto. Trattenendo l’acqua dei fiumi, si stanno prosciugando laghi, pianure alluvionali e zone umide da cui dipende la vita dei più poveri di quella regione. Il risultato è sotto gli occhi di tutti ed è quello che intere fasce della popolazione più giovane sono pronte a rischiare la propria vita pur di lasciare quella regione. I legami causali tra la gestione delle acque, lo stato di salute delle regioni alluvionali, la frattura sociale e i fenomeni migratori internazionali sono complessi.

Vale a dire?
La diminuzione della superficie delle regioni alluvionali non è certamente l’unica ragione che spinge all’esodo migliaia di persone dalla regione del Sahel. Oltretutto la migrazione, come ho già detto, è storicamente una scelta ben conosciuta dalle persone che vivono in questa regione che presenta una variabilità climatica estrema. Ma la situazione di estrema difficoltà che stanno conoscendo le zone alluvionali del Sahel sta cambiando la regione. In passato, queste zone hanno rappresentato per le popolazioni un luogo dove trovare rifugio in tempi di siccità o di conflitti. Erano, infatti, sicuri e l’acqua continuava ad esserci anche durante i periodi di siccità più acuti. Mentre oggi, con la diminuzione delle acque, si sono trasformate in zone che generano migrazioni. Proprio quelle che, una volta, erano temporanee e locali, ma che ora sono diventate permanenti e intercontinentali.

 

 

Fred Pearce è un giornalista inglese freelance che si occupa da decenni di temi legati all’ambiente. Collabora regolarmente con Yale Environment 360 ed altre testate internazionali. È autore di tredici libri, tra i quali, tradotti in italiano, Un pianeta senz’acqua. Viaggio nella desertificazione contemporanea (il Saggiatore 2011) e Confessioni di un eco-peccatore, Viaggio all’origine delle cose che compriamo (edizioni ambiente 2009). Il suo ultimo libro è The Land Grabbers, Earth Then and Now: Potent Visual Evidence of Our Changing World (Beacon Pr 2012). Il viaggio dell’autore in Senegal ha ricevuto il supporto dell’ongWetlands International.

“Aiutarli a casa loro”? Il caso della regione del Sahel ultima modifica: 2018-05-10T15:10:27+00:00 da ALESSANDRO PASTORE

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento