I love Albinen

"241 abitanti, questo villaggio svizzero è un po’ anche il “mio” paesello, o meglio lo è stato per trent’anni: mia moglie, io e figli ci passavamo giorni di vacanza dai suoceri che vivevano lì. Un'idea del suo sindaco l'ha reso un'attrazione mondiale…"
scritto da GIORGIO FRASCA POLARA

Vedete questo villaggio? Si chiama Albinen, 241 abitanti, distretto di Leuk, Canton Vallese, Svizzera, appena duecento chilometri dalla Lombardia. Beh, questo villaggio è un po’ anche il “mio” paesello, o meglio lo è stato per trent’anni: ci vivevano da molto più tempo i miei suoceri e, sino a quando hanno lasciato questo mondo, mia moglie ed io (e talvolta qualcuno dei miei figli) passavamo con loro, d’estate o d’inverno, qualche giorno di vera vacanza, tra passeggiate e tuffi nelle piccole terme, sci di fondo e, quando eravamo giovani, qualche arrampicata.

E che c’importa a noi lettori – è giusto che lo chiediate – della “tua” Albinen? Ve lo spiego subito. Fatto è che questo minuscolo, ignoto villaggio sdraiato su un dorso di montagna a 1.300 metri (in cui, tra l’altro, si mangia e si beve ottimamente: raclette, fonduta, altri squisiti formaggi, salsicce di ogni genere innaffiate di un buonissimo vino bianco, il Fendant) è balzato agli onori delle cronache mondiali per una iniziativa del suo sindaco, Beat Jost, ex sindacalista e giornalista. Il quale, preoccupato per lo spopolamento del villaggio, ha lanciato un’idea poco convenzionale:

noi siamo disposti a versare settantamila franchi [sessantamila euro] alle famiglie, diciamo genitori e due figli, desiderosi di trasferirsi nel villaggio

Beat Jost, Gemeindepräsident [sindaco] di Albinen im Wallis, in un ritratto del NZZ am Sonntag (https://nzzas.nzz.ch)

Emozione, interesse, richieste a migliaia da ogni parte del mondo, cinesi compresi manco a dirlo. Perché la gran parte degli organi d’informazione avevano gridato la notizia con titoli che suonavano quasi sempre press’a poco così: “Andresti ad abitare lassù per settantamila franchi?” (tabloid inglese), oppure: “Questo villaggio svizzero offre settantamila franchi se vai ad abitarci. Prepara le valige!” (giornale australiano). E la gente ha cominciato a scrivere, a prenotarsi via email, persino ad arrivare creando prima non gioia ma panico tra la gente del paese, e poi delusione tra chi aveva letto in fretta i giornali. Già, perché nessuno o quasi aveva inteso la contropartita richiesta dal sindaco, e che pure era stata pubblicizzata in una sorta di bando in cui l’offerta elencava, appunto, una serie di condizioni rigide:

capofamiglia al massimo quarantacinquenne, residenza per almeno dieci anni nel villaggio, investimento di almeno duecentomila franchi [centosettantamila euro] nell’alloggio [ci sono splendidi, antichi masi abbandonati, ma anche chalet e abitazioni più moderne, tutte case deserte per lo spopolamento], e infine disporre, se si è stranieri, di un permesso di soggiorno o almeno di domicilio

Ma intanto la gente (italiani anzitutto) era arrivata, affollava alberghi e locande, faceva la fila alla bottega – l’unica bottega del villaggio,  gestita da due anziane sorelle, dove si vende tutto – alla ricerca del sindaco per informarsi di come e dove incassare il… premio di accoglienza. In effetti il sindaco si era barricato in casa in attesa dell’assemblea dei cittadini convocata per discutere degli sviluppi del caso. E a quest’assemblea (riunita nel garage dei pompieri) Beat Jost pretendeva di impedire l’ingresso ai giornalisti. Ma, ricordando il principio della trasparenza degli atti e delle riunioni pubbliche, il Cantone l’ha richiamato all’ordine: libero accesso dunque ai cronisti e anche alla televisioni.

Ma non c’è stato affatto il casino che Beat temeva: l’assemblea ha sostenuto il suo sindaco e approvato la proposta inserendo – scrupolo sacrosanto – una ulteriore clausola: esclusi, a qualsiasi titolo, dalla partecipazione al progetto, speculatori privati e/o società immobiliari, tanto svizzeri quanto stranieri. Il sindaco ha tirato un sospiro di sollievo e, soddisfatto, ha notato:

si tratta, con pochi soldi, di un vero investimento per il futuro del nostro villaggio. Penso non solo a chi vorrà venire ad abitare con noi, ma anche all’indotto che può assicurare lavoro e danaro a chi, tra i nostri concittadini, pensa di andarsene. E, chissà, nel tempo potremmo riaprire persino la scuola…

La medicina per la cura di ringiovanimento e di ripopolazione è dunque pronta. Tra le molte richieste presentate, dicono nel distretto, solo una su cento potrebbe essere di famiglia seria e affidabile. Per questo nessuno s’illude, men che mai il sindaco. Per cominciare si spera insomma di poter contare sull’arrivo, ad esser prudenti, di cinque, al massimo dieci famiglie: significherebbe irrobustire la struttura del villaggio e bloccare gli esodi. 

Mi dispiace, la mia famiglia non ci sarà. Lo chalet dei suoceri è stato venduto ben prima del bando. A una gentile famiglia russa: c’era da aspettarselo. Ma la nostra nostalgia e il nostro affetto per quel villaggio antico, dolce e quieto resta, ed è sempre grande.  

I love Albinen ultima modifica: 2018-05-16T16:26:26+00:00 da GIORGIO FRASCA POLARA

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