Dal “chavismo al “madurismo”

In Venezuela un regime al collasso politico, internazionale ed economico va al voto domenica in un clima incandescente di tensioni e polemiche
scritto da CLAUDIO MADRICARDO

Domenica 20 maggio parte del Venezuela andrà alle urne per scegliere il successore di Nicolás Maduro. Una parte, perché la Mesa dell’Unidad Democrática (MUD), la coalizione di partiti che s’oppongono all’attuale presidente, ha deciso di astenersi dal voto, accusando il regime di non aver garantito le condizioni affinché esso possa essere esercitato in forma libera e trasparente. 

Attaccate dall’opposizione interna come fraudolente, con il sostegno dell’Unione Europea e degli Stati Uniti, esse sono difese dalle autorità governative del paese. Ultima a intervenire ieri, la presidente del Consejo Nacional Electoral (CNE) Tibisay Lucena, che ha denunciato “la grossolana ingerenza” di diversi governi contro il popolo venezuelano. 

Nel suo intervento, la presidente ha indirettamente attaccato Argentina Brasile, Canada, Cile, Colombia, Costa Rica, Guatemala, Honduras, México, Panama, Paraguay e Perú, cioè quei paesi che costituiscono il cosiddetto “Grupo de Lima”, i cui ministri degli esteri già dal 2017 hanno denunciato la dittatura e la rottura democratica di cui soffrirebbe il Venezuela, e che lunedì scorso hanno rivolto un appello al governo di Maduro affinché sospenda le elezioni. 

Dal canto suo la portavoce del Frente Amplio Venezuela Libre, Celia Fernández, durante una conferenza stampa a Caracas ha chiamato alla protesta contro “la frode elettorale e contro la politica di Maduro che “mantiene il popolo in miseria”. Dello stesso tono l’appello che due senatori democratici Dick Durbin, leader della minoranza al Senato, e Bob Menéndez hanno inviato alle autorità venezuelane, e nel quale chiedono di rimandare le elezioni per far in modo che esse possano essere “libere e giuste”.

Chiediamo al presidente Maduro e al suo governo che rinviino le elezioni al meno di sei mesi per consentire una campagna legittima e un processo elettorale che soddisfi gli standard internazionali,

precisa un loro comunicato. 

Ciononostante la campagna voluta da Maduro con tutta probabilità vedrà il suo regolare epilogo domenica prossima, e poco conta alla fine che agli appelli dei gruppi politici di opposizione e dei governi stranieri affinché essa sia sospesa, si sia aggiunta la voce della chiesa cattolica venezuelana. 

Nicolás Maduro difende la regolarità del processo elettorale al quale si presenta con maggiori possibilità di essere eletto rispetto alle elezioni del 2013, quando dovette scontrarsi con il leader dell’opposizione Henrique Capriles. 

Già, perché dopo vent’anni di rivoluzione bolivariana, l’opposizione venezuelana si presenta profondamente divisa tra chi ha accettato di sfidare Maduro, con questo riconoscendo implicitamente la regolarità delle elezioni da lui volute e la sua probabile rielezione, e chi invece ha scelto l’astensione, nel tentativo di dimostrare al paese e al mondo l’illegittimità del governo che uscirà dalle urne. 

Tre i candidati che domenica prossima sfideranno Nicolás Maduro, con quante chance è facile immaginare.  In primo luogo il pastore evangelico Javier Bertucci, il quale nelle sue ultime uscite pubbliche ha dichiarato di aver avuto colloqui con differenti governi stranieri che gli hanno assicurato, in caso di sua vittoria, l’invio di alimenti e medicine per un anno. Generi, gli uni e le altre, che scarseggiano nel paese.

Un lasso di tempo a lui necessario per risolvere la gravissima crisi economica, per superare la quale pensa di togliere il controllo del cambio, di attivare l’apparato produttivo, e di favorire un accordo tra padronato e forza lavoro che abbia come perno l’aumento salariale. In cerca di appoggi nei quartieri popolari di Caracas, ha distribuito piatti di minestra alla popolazione forzosamente a dieta.

Ma la palma di principale rivale di Maduro spetta all’ex chavista Henri Falcón, al quale il presidente in carica si augura di dare una bastonata domenica prossima. Falcón, rifiutatosi di dare ascolto alla MUD, è stato al centro dei numerosi attacchi che gli sono provenuti dall’opposizione astensionista.

Chiede la dollarizzazione della moneta nazionale e la liberazione dei prigionieri politici, esprime un programma politico rigorosamente di centro. In passato era stato un seguace di Chávez con cui ha rotto nel 2010. Nel 2013 è stato l’uomo campagna di Henrique Capriles. Da Maduro è chiamato Faltrump, mentre dalla MUD lo definiscono il Petain venezuelano, accusandolo di essere pronto ad andare a governare con il dittatore. I sondaggi, per quel che possono contare in un paese come il Venezuela, sembrano favorire Falcón, per questo Maduro lo teme.

Chiude infine Reinaldo Quijada, di professione ingegnere, che durante tutta la campagna non ha saputo uscire da un profilo basso, e le cui possibilità si riducono conseguentemente al lumicino. 

Quanto allo schieramento che si riconosce nella MUD, esso ha rinunciato all’idea di cacciare Maduro con l’arma delle elezioni che considera una pratica svuotata di ogni contenuto democratico e una farsa. E ciò dopo essersi per anni scontrata in parlamento e in piazza con il governo con leader come Henrique Capriles, ormai fuori gioco, e Leopoldo López, che sta scontando una condanna agli arresti domiciliari. 

Secondo María Corina Machado, dirigente dell’opposizione che ha rilasciato una lunga intervista all’agenzia spagnola Efe, il 20 maggio segnerà la fine di Nicolás Maduro come capo di stato, per il carattere fraudolento delle elezioni.

Dal 21 maggio nessuno dentro e fuori del Venezuela potrà chiamare Nicolás Maduro presidente, e nessuno dentro le caserme potrà chiamarlo comandante in capo,

ha affermato, sostenendo che la richiesta di sue dimissioni è l’unica strada per uscire dalla crisi. 

Quanto infine a lui, Maduro, con Somos Venezuela e il Partido Socialista Unido de Venezuela (PSUV) che l’appoggiano, in campagna ha fatto gran ricorso al web, utilizzando massicciamente le reti sociali e YouTube per far giungere al paese il suo messaggio. 

E continua ad affrontare una situazione economica disastrosa, alla quale si va ad aggiungere l’ultima grana di ieri dovuta alla decisione dell’azienda americana Kellogg, che produce i corn flakes, di chiudere i battenti della fabbrica di Maracay, lasciando operai e paese in braghe di tela. 

A dir il vero Maduro ha anche cercato di correre ai ripari aumentando il salario minimo del novantacinque per cento dal primo marzo scorso. Non una novità del resto, visto che questo è il terzo aumento del 2018, il nono dal 2017, il ventiquattresimo da quando Nicolás è stato eletto presidente. 

Con i suoi provvedimenti ha portato il salario minimo mensile a un milione di bolívares. A due milioni e cinquantacinquemila se si somma ad esso il buono per l’alimentazione che il governo eroga. Il problema è, solo perché si capisca di che stiamo parlando, che una scatola di tonno sott’olio da poco più di un etto, a trovarla al mercato sta a un milione e centomila bolívares. Una battaglia impossibile, anche per l’erede di Hugo Chávez. 

Fonti ufficiali di Bogotà, il cui governo teme un tracollo del Venezuela con l’ondata migratoria che ne conseguirebbe, comunicano che cinquantamila venezuelani entrano quotidianamente in Colombia per rifornirsi di generi di prima necessità ripulendo i supermercati. 

Nel frattempo Maduro dà dell’imbecille al presidente colombiano Santos, colpevole di aver definito poco trasparenti le elezioni in cui il faccione del venezuelano compare ben dieci volte nella stessa scheda elettorale. Tante quanti sono i partiti che ancora lo appoggiano alle presidenziali.

Dal “chavismo al “madurismo” ultima modifica: 2018-05-16T19:06:20+01:00 da CLAUDIO MADRICARDO

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