Il “contratto di governo” generico-leghista

Leggendo l'ultima versione del documento si colgono due aspetti, fondamentalmente: la genericità delle proposte per singoli argomenti, la prevalenza delle ragioni della Lega su quelle dei pentastellati.
scritto da LUIGI PANDOLFI

Scorrendo l’ultima versione del “Contratto di governo” tra Movimento 5 Stelle e Lega si colgono, a mio giudizio, due aspetti, fondamentalmente: la genericità delle proposte per singoli argomenti, la prevalenza delle ragioni della Lega su quelle dei pentastellati.

I punti hard della prima bozza sono scomparsi e, in certi casi, perfino risolti nel loro contrario. Dalla cancellazione di una parte del debito e dalla moratoria sui vincoli del fiscal compact, si è passati ad una “riduzione del debito pubblico” mediante il “rilancio sia della domanda interna che della domanda estera” e ad “un appropriato e limitato ricorso al deficit”, per finanziare le misure del programma insieme alla sempreverde “lotta agli sprechi”. In fondo, un po’ di flessibilità non si è negata mai a nessuno in questi anni. 

Sull’Unione Europea, si passa, addirittura, da una proposta di riscrittura dei Trattati con previsione di meccanismi per la fuoriuscita unilaterale dalla moneta unica ad una richiesta di “piena attuazione degli obiettivi del Trattato di Maastricht”, ampliando le funzioni della Bce, istituendo la cittadinanza europea, in nome dei valori dei padri fondatori. Manca solo il richiamo abbellente all’Europa federale. E il fiscal compact? Proveranno a “rivederlo insieme ai partner europei” (sull’articolo 81 della Costituzione se la cavano con un approssimativo “adeguamento della regola dell’equilibrio di bilancio”). Da euroscettici ad europeisti convinti in una notte. Più o meno.

La Lega, però, porta a casa un bottino importante, misure che, al di là della loro effettiva realizzazione, potrà vendersi bene tra i suoi elettori e, soprattutto, al nord.

C’è la Flat Tax (nella versione dual), la tassa piatta per le imprese e i ricchi, ci sono i rimpatri degli immigrati, il regionalismo a “geometria variabile”, gli asili nido gratis solo “per le famiglie italiane”, c’è la Russia, il diritto a sparare a casa propria, i campi Rom da cancellare (fa impressione che un’etnia, come “problema”, entri, con un capitolo specifico, in un programma di governo nazionale), il carcere duro per i poveri cristi, le ragioni degli agricoltori e degli allevatori del nord, il federalismo fiscale, non c’è il Mezzogiorno.

E i temi storici del M5S? Prendiamo quello dell’acqua pubblica, che apre il contratto. Dopo un generico richiamo al referendum del 2011, la questione viene ridotta ad un problema di impianti, di “ristrutturazione della rete idrica”. Nessun riferimento alla natura dei soggetti gestori (aziende speciali, enti di diritto pubblico, società a capitale pubblico, misto, ecc.), che costituisce il vero nodo del contendere, regione per regione.

Andando ai costi della politica, vero cavallo di battaglia dei pentastellati in questi anni, si rimane colpiti da come la questione venga derubricata, in appena undici righe e con estrema prudenza, ad un problema di adeguamento dei vitalizi al sistema contributivo, di uso “razionale” delle auto blu (che significa?), di taglio delle super-pensioni (di quanto?). E gli stipendi dei parlamentari, con annessi rimborsi e ad altri “privilegi”? Il francescanesimo istituzionale? Niente, un mito infranto.

Per non parlare della critica alle grandi opere, diluitasi in un capitolo sui trasporti infarcito di argomenti general-generici sul valore dell’ambiente, della mobilità sostenibile. Il TAV? Si impegneranno a “ridiscuterne il progetto nell’applicazione dell’accordo tra Italia e Francia”. Fuffa.

Si dirà: ma c’è il reddito di cittadinanza. È vero, ma in una forma che si può definire complementare al progetto di detassazione della Lega: meno tasse alle imprese, meno diritti per i lavoratori (non c’è alcun impegno concreto a reintrodurre i diritti cancellati dal Jobs Act, tornano perfino i voucher), aumentando, proprio col sussidio in questione (non è un reddito di cittadinanza, incondizionato) il grado di ricattabilità dei lavoratori, la loro soggezione al potere dell’impresa (accettare qualsiasi lavoro, pena la perdita del sussidio).

Sbaglia chi mette in contrapposizione le due cose: Flat tax e reddito di cittadinanza dei pentastellati perfezionano, insieme, un sistema sbilanciato dal lato dell’impresa, del capitale, penalizzante per i lavoratori. Peraltro, le minori entrate fiscali derivanti dall’applicazione della Flat tax determinerebbero anche una caduta del cosiddetto “salario indiretto” (welfare state), con danno maggiore per i ceti sociali più deboli. Il compimento della rivoluzione neo-liberale iniziata trent’anni orsono, insomma (A suo modo, di “reddito di cittadinanza” non parlava pure Friedrich A. von Hayek?).

Entrambi i contraenti, nondimeno, sono d’accordo nel voler “sterilizzare” le clausole di salvaguardia su IVA e accise. Dodici miliardi quest’anno, diciannove l’anno prossimo. Non dicono dove prenderanno i soldi, però. Probabilmente con la “lotta agli spechi”, “un limitato ricorso al deficit”, la “gestione del debito pubblico”. Manovre che dovranno servire anche a garantire nella sanità la piena assicurazione dei “livelli essenziali di assistenza”, il rilancio della scuola pubblica, dell’università e della ricerca, il superamento della legge Fornero (misura giusta, per carità!), colmando, al tempo stesso, il buco della Flat Tax.

Nel frattempo Bruxelles già batte cassa, chiedendo un aggiustamento dello 0,3 per cento del deficit (cinque miliardi). A parte gli slogan, che farà il nuovo governo?

In questo contratto non troverete la parola “disuguaglianza”, nemmeno in una volta. Una volta sola, invece, è utilizzata la parola “solidarietà”, ma riferita alla collaborazione tra gli Stati europei. E anche questo vuol dire qualcosa.

Il “contratto di governo” generico-leghista ultima modifica: 2018-05-23T13:11:12+02:00 da LUIGI PANDOLFI

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1 commento

Alfonso Gianni 24 Maggio 2018 a 16:00

Caro Luigi, d’accordo su tutto, tranne che sulla seguente affermazione “Sbaglia chi mette in contrapposizione le due cose: Flat tax e reddito di cittadinanza dei pentastellati perfezionano, insieme, un sistema sbilanciato dal lato dell’impresa, del capitale, penalizzante per i lavoratori.” E’ naturalmente giusto ricordare che il cosiddetto reddito di cittadinanza (ma quello inserito nel contratto di governo è solo un Rei allargato e rinforzato, ma fortemente condizionato alle offerte di lavoro e nella durata) e la riduzione delle tasse sono compatibili nella cultura economica della destra, la quale ritenendo il fenomeno della disoccupazione ineliminabile, deve in un qualche modo stemperare la possibile rabbia sociale che ne deriva. Ma se ci si cala nel concreto vedo difficile una coabitazione di un reddito di inserimento rafforzato con il calo delle entrate fiscali provocato dalla flat tax, poiché da qualche parte bisogna pure che le risorse vengano trovate. Dubito che le possa fornire la Ue. Quindi una delle due misure è destinata a cadere o essere ridotta in una condizione residuale. Non è difficile capire quale in un programma che vuole premiare i più forti

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