“La giustizia sociale non conosce confini”. Parla Donatella di Cesare

“Senza una vocazione internazionale la sinistra rischia di ricalcare luoghi comuni del più oscuro sovranismo nazionalistico”, sostiene la filosofa.
scritto da Matteo Angeli

Ogni cittadino crede di essere comproprietario di una parte del territorio nazionale. Perciò si ritiene sovrano e immagina di avere il diritto di escludere, respingere, discriminare. Non solo l’idea leghista dell’ “invasione”, ma anche un certo sovranismo di sinistra scaturisce da qui.

Così afferma Donatella Di Cesare, professoressa ordinaria di Filosofia teoretica all’Università degli studi La Sapienza di Roma, docente di Ermeneutica filosofica alla Scuola Normale Superiore di Pisa e autrice di numerosi libri, tra cui anche “Stranieri residenti: Una filosofia della migrazione” (Bollati Boringhieri 2017) saggio che analizza in chiave filosofica gli elementi politico-culturali del dibattito sulla cittadinanza.

Donatella Di Cesare

Professoressa Di Cesare, rispetto a cinquant’anni fa, quando la contrapposizione tra due visioni diverse del mondo era netta, oggi la sensazione è di vivere in un’era post-ideologica. Come valuta questa situazione?
Il neoliberalismo, con le sue leggi del mercato, spacciate per fatti naturali, ha spinto a credere che la storia sia giunta al suo orizzonte ultimo e che questo orizzonte coincida appunto con la società liberale. Oltre non ci sarebbe nulla.
Se non si può aspirare a un oltre, se non resta che la marcia del progresso, dettata dall’accelerazione liberista, allora la politica si limita a essere esercizio di governance, mera amministrazione, pratica burocratica.

Un po’ come in un grande condominio…
Sempre meno critica, sempre più normativa, questa politica si gloria dei “risultati concreti”, si vanta il buon funzionamento come valore in sé. Scade perciò a policy, polity, polizia, risposta poliziesca, soluzione securitaria a ogni problema. Insieme all’impossibilità di immaginare un orizzonte, nella storia, al di là del liberalismo, pesa sulla politica il modello tecnico-scientifico, assunto in modo inconsapevole e pedissequo anche da molta sinistra. Non sorprende che a dominare sia la ragione economica. Si parla di “ordine mondiale”, perché si immagina che si possa pianificare e realizzare, secondo una razionalità crescente e progressiva, un mondo ordinato, efficiente, trasparente.

Quali sono le caratteristiche principali di quest’ “ordine mondiale”?
È un ordine esibito idealmente dalla scienza, imposto dalla economia, osservato dalla politica, a cui è richiesto di uniformarsi. Non importa che nel mondo ci sia giustizia, uguaglianza, solidarietà – importa, invece, che il mondo venga perfettamente amministrato.
I fini scivolano sullo sfondo, vengono persi di vista, mentre il mezzo del governo finisce per determinare il governo stesso. In questa politica normativa quel che conta è l’ordine per l’ordine, la perfetta amministrazione, il cui ideale è la neutralità e che, anzi, non ha più ideali. In questo senso siamo entrati in un’epoca postideologica.

Esiste un’alternativa al neoliberismo dilagante?
Una forza dirompente, accanto all’economia, è riservata alla teologia. Perciò mi sembra che in questo momento a scontrarsi sia il sogno capitalistico americano e quello che ho chiamato il “terzo sogno”, cioè il jihadismo nelle sue diverse forme, molto diverso dal terrorismo del passato. Sempre più scalzata dal suo ruolo di alternativa sembra purtroppo la sinistra.

In che senso “terzo sogno”? Qual è il progetto politico che lei individua nel jihadismo e, soprattutto, perché questo è diverso dal terrorismo del passato?
Accanto al sogno capitalistico, si profila, con il jihadismo, un terzo sogno, un’alternativa orientale al comunismo. Questi due “sogni” – capitalismo e jihadismo – hanno molto in comune, perché sono entrambi sia politici sia religiosi. Il jihadismo è la risposta della passione ascetica alla singolare e violenta passione narcisistica in cui si compendia il comandamento del capitalismo: “godi!”. Se si riconosce un capitalismo entrato ormai in uno stadio di estrema radicalizzazione politica e religiosa, sarà più comprensibile l’emergere dell’islamismo radicale che è il progetto di un neocaliffato planetario. Questo piano si riassume nel lanciare un’azione che dovrebbe instaurare una teocrazia universale guidata dall’islam. Si tratta di un’utopia antipolitica, o meglio, ultrapolitica, perché muove da una delegittimazione della politica oltrepassata nella religione. Tuttavia la novità della tanatopolitica jihadista sta in una incontenibile volontà di accelerare la fine dei tempi, in una febbrile attività per produrre la catastrofe, piuttosto che attenderla, in una disperata aspirazione a una neo-umma mondiale, quel terzo sogno, volto ad annientare il degenerato e arrogante mondo occidentale, miraggio che dilegua nel vortice della negazione.

Parlando con il suo collega Toni Negri, questo mi ha detto: “Ci sono due disgrazie che abbiamo ereditato dal Ventesimo secolo: la proprietà privata e i confini”. Lei ha dedicato parte del suo lavoro a tema dei migranti. In quest’ottica, come valuta l’analisi del suo collega?
Sì, la penso esattamente allo stesso modo. La grande disgrazia è la proprietà. Non intendo solo la proprietà privata, ma anche quel concetto di proprietà che ha finito per estendersi e inficiare anche la cittadinanza. Ogni cittadino crede di essere comproprietario di una parte del territorio nazionale. Perciò si ritiene sovrano e immagina di avere il diritto di escludere, respingere, discriminare. Non solo l’idea leghista dell’”invasione”, ma anche un certo sovranismo di sinistra scaturisce da qui.

Gli eventi alla fine degli anni Sessanta segnarono la nascita di una comunità di destino planetaria. Cinquant’anni dopo, che ne è stato di questa consapevolezza di condividere un destino globale comune? Il fenomeno della cosiddetta globalizzazione ha limato o accentuato le differenze?
I disastri della globalizzazione sono sotto gli occhi di tutti: incertezza economica, precarietà, catastrofi ecologiche.
Certo la spinta centripeta ha connesso positivamente le vite, ma quella centrifuga ha accentuato le supposte identità locali e i nazionalismi. Viviamo nella nuova età dei muri. La globalizzazione ha lasciato ai margini milioni di sconfitti, di perdenti, di poveri.

Perché le rivendicazioni degli “sconfitti” non oltrepassano i confini nazionali?
Intorno a una sfera del confort si sono delineate le zone semioccidentalizzate in lotta per aumentare il livello di vita e fuori sono rimasti i suburbi dello sconforto.
Dato che la responsabilità si è ormai del tutto frantumata, quasi a nessuno interessa come si vive, o si sopravvive, in questo sconforto. Il ripiegamento sul proprio sé è completo. Ecco perché le rivendicazioni non oltrepassano i confini nazionali.

Che fine hanno fatto gli ideali di libertà e uguaglianza che infiammarono i cuori della generazione del ’68?
Gli ideali del ’68 sono soffocati da richieste singole. Pochi sembrano ancora credere alla giustizia sociale che ovviamente non si arresta ai confini, ma è internazionale. Senza questa vocazione internazionale la sinistra rischia di ricalcare luoghi comuni del più oscuro sovranismo nazionalistico.

La sinistra può sperare di ripartire puntando su questa vocazione internazionale?
La sinistra deve ripartire dalla vocazione internazionale. Altrimenti tradisce se stessa. Quella sinistra revanchista, piccolo-borghese, complottista, è una contraddizione in termini. Anzi, non è sinistra. Non si può abdicare alla solidarietà e agli ideali di una giustizia mondiale.

La società dei consumi nella quale siamo immersi ci promette che possiamo avere tutto quello che desideriamo. Questa promessa, però, è spesso disattesa dal confronto con la realtà, che pone una serie di limiti. In tal senso, cosa pensa del fenomeno dell’invidia sociale?
Penso che dilaghi una ideologia del confort, soprattutto tra le nuove generazioni che, per questo, sono le più vulnerabili e in fondo le più assimilabili. “Consumo, dunque sono” – questo è il motto del capitalismo avanzato.
Il riconoscimento passa attraverso il consumo di beni, in un circolo ripetitivo ed esasperante. L’invidia sociale nasce di qui e dall’assenza di comunità e condivisione. Il capitalismo è – per ricordare Walter Benjamin il culto di una emancipazione infelice. Il benessere raggiunto si vanifica immediatamente. Gli altri non sono che mezzi – non certo una chance per trasformarsi e oltrepassarsi.

“La giustizia sociale non conosce confini”. Parla Donatella di Cesare ultima modifica: 2018-05-23T19:54:42+00:00 da Matteo Angeli

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