Venezia-Mestre, l’unione fa la forza

La Regione ha fissato al 30 settembre la data del referendum per la separazione dell’attuale Comune di Venezia. Non si sa a oggi se la consultazione sarà mai effettuata, ma si è comunque costituito un Comitato - Un Unico Grande Comune - contrario all’ipotesi di divisione.
scritto da LORENZO COLOVINI

Come noto, la Regione ha fissato al 30 settembre la data del referendum per la separazione dell’attuale Comune di Venezia (nei comuni di Venezia e Mestre). Non sappiamo ad oggi se il referendum verrà mai effettuato, sono infatti pendenti dei ricorsi avverso la celebrazione dello stesso, da parte del Governo (alla Consulta) e di Comune e Città Metropolitana (al TAR) che potrebbero alla fine deliberare che il referendum è illegittimo (perché confligge con la Legge Delrio).

Nell’attesa di dirimere la questione, si è comunque costituito un Comitato che abbiamo chiamato Un Unico Grande Comune per segnalare che esiste un fronte cittadino che è contrario all’ipotesi di divisione, aspira a promuovere contemporaneamente una visione estesa e metropolitana di Venezia ed intende evitare di lasciare il campo informativo alla sola propaganda (perché tale è) del fronte separatista con il quale auspica di avere una franca, dura ma rispettosa interlocuzione qualora si dovesse davvero entrare in campagna referendaria. 

Aderendo al cortese invito del direttore di questa testata, approfitto della tribuna di ytali.com per tentare brevemente di rappresentare la ratio della posizione unionista del Comitato rimandando anche al Manifesto, firmato da una settantina di sottoscrittori, preparato dal Comitato e facilmente reperibile in Rete

Cercando di inquadrare il tema, la questione separazione sì – separazione no si gioca su due livelli decisamente distinti. Un primo livello che definirei “razionale”, che parla alla testa, che attiene a questioni utilitaristiche, di pura convenienza. Un secondo livello “sentimentale”, che parla al cuore (o alla pancia) di cui si parla poco ma che avrà non poco peso nell’orientamento al voto dei nostri concittadini. 

Il livello razionale in realtà si potrebbe risolvere in poche parole: separare le città di acqua e di terra non porta alcun beneficio e anzi al contrario avrebbe conseguenze pesantemente negative. Per esempio: è una favola (per non dire una bufala) postulare che, in caso di separazione, il nuovo piccolo Comune di Venezia si troverebbe a godere di trattamenti fiscali privilegiati, di Statuti Speciali tipo Regioni Autonome e altre amenità.

Non è così: non c’è alcun motivo per cui un piccolo comune ad alta valenza artistica e turistica debba essere privilegiato. Forse che Siena, Portofino, Jesolo, Taormina, Cortina godono di un occhio di riguardo? Semmai è il contrario, proprio perché piccoli e traboccanti di introiti da turismo sono visti come “ricchi” e tutt’altro che bisognosi di assistenza. È francamente stupefacente la superficialità con cui vengono spacciate per necessitate, pronte a realizzarsi more geometrico, condizioni che non hanno un solo motivo razionale per verificarsi. 

Ma lasciando per ragioni di spazio ai separatisti e alla loro inesausta fantasia l’elencazione dei presunti vantaggi, merita fare una piccola panoramica degli altresì certi svantaggi che deriverebbero dalla separazione. Solo i principali.

1 È certa l’incongruenza che si verrebbe a creare tra la scala dei problemi e la mancanza di un luogo decisionale per l’intera conurbazione. Perché la città reale in cui viviamo è un sistema urbano unitario. Applicando qualsiasi criterio utilizzato in letteratura scientifica (infrastrutturale, sociale, funzionale, economico, geopolitico) per definire l’area di riferimento di un corpo urbano risulta che il Sistema urbano veneziano è indiscutibilmente un unico corpo urbano, pur nella sua indubbia complessità.

Tale unitarietà si concreta in infrastrutture chiave in comune come porto (si pensi solo al tema del posizionamento della Marittima!), aeroporto, zona industriale, le due sedi del Casinò, nei luoghi e nelle strutture della produzione culturale, nella mobilità e nei sistemi di trasporto, e in una molteplicità di problemi sociali comuni. Basta pensare al tema del posizionamento della Marittima, del Palasport, dello Stadio.

Discorso a parte merita il turismo, perché davvero paradigmatico delle contraddizioni inconsapevoli di certo sentire separatista lato città d’acqua. L’invasione dei turisti è oggettivamente un problema ed è universalmente riconosciuto come tale (tranne da coloro, e non sono pochi, che ci campano sopra e molto bene) e vi è una crescente scuola di pensiero che invoca ricette radicali di regolazione o meglio blocco dell’afflusso, numero chiuso e similia.

Tra gli ambienti più convinti in tal senso (a volte anche positivamente propositivi) vi sono quei settori che si nutrono della nostalgia per un passato mitico che neanche John Ruskin, di un’impostazione radicalmente conservatrice per cui salvaguardia equivale a paralisi e opposizione a tutto o, infine, perché espressione di un ambientalismo radicale e ideologico. Sono tutti sentimenti e posizioni legittime e rispettabili, che riflettono in buona parte (anche se non totalmente) simpatie separatiste e di cui comunque il separatismo veneziano si appropria come temi bandiera.

Ebbene, e qui sta la contraddizione, qualsiasi seria politica di limitazione/regolazione dei turismo non può prescindere dal concepimento di misure a monte, di hub fisici in terraferma (si pensi per esempio all’ottimo progetto Pass4Venice) e comunque di politiche generali e concordate. Il paradosso evidente è che qualora la separazione andasse in porto, ci troveremmo un Comune di Mestre che avrebbe solo interesse a cospargere di strutture ricettive il suo territorio, guadagnandoci in PIL e riversando i disagi sulla sorella lagunare. Altro che limitare l’invasione: avverrebbe esattamente il contrario. Credo non vi sia esempio migliore dell’inconsistenza della tesi per cui il minuscolo Comune di Venezia potrebbe da solo tornare arbitro del proprio destino.

2 È certa l’irrilevanza che “guadagneremmo” sulla scena nazionale: essere l’11° Comune di Italia comporta una significanza incomparabile sia con quello che sarebbe un comune di dimensioni irrilevanti, ancorché dal nome glorioso, sia con il “terzo Comune del Veneto”. E non è solo una questione di rilevanza nazionale: un piccolo Comune di Venezia e un popoloso Comune di Mestre non avrebbero la forza amministrativa e politica di giocare un ruolo attivo nei processi di trasformazione del territorio, di confrontarsi alla pari con gli interessi esterni, penso alle grandi catene alberghiere, Airbnb, alle aziende interessate a investire a Porto Marghera (e perché no, anche con le lobby interne) nonché con interlocutori istituzionali come Porto, Aeroporto, le Ferrovie tutti soggetti che necessitano di interlocutori forti.

3 È certo l’immobilismo politico amministrativo che si verrebbe a creare per la divisione del patrimonio e del personale, qualcosa come 3000 dipendenti. Si pensi solo alla definizione di obblighi e diritti in relazione alle 29 società partecipate delle quali il Comune è socio e, attraverso queste, erogatore di servizi. Con queste prospettive, parlare da parte separatista di una riduzione dei costi e ignorare il problema che si presenterebbe è da irresponsabili, e la cittadinanza sia consapevole della situazione a cui si andrebbe incontro.

Insomma, se il voto fosse solo razionale, non ci sarebbe partita. Tuttavia l’esperienza insegna che la gente tendenzialmente vota con il cuore. Ognuno di noi può essere razionalmente convinto della logicità e razionalità di una scelta ma se il suo profondo sentire va da un’altra parte il voto alla fine va proprio da quella. Ed una questione precisamente di cuore è quella che in larga parte alberga nella porzione separatista lato città di terra. Sì, perché quello che i separatisti sentono come un vulnus è la mancanza del Comune di Mestre… è una pulsione totalmente irrazionale ma che va nondimeno rispettata e compresa. E inquadrata correttamente: non c’è dubbio che un territorio così articolato pone un tema identitario e rende complesso il sentimento di appartenenza. Sentimento che peraltro non è monodimensionale: il concittadino può percepirsi, per esempio, contemporaneamente “di Favaro”, “di Mestre” o di “Venezia”. Perché esiste, ed è naturale, la percezione di appartenenza al luogo circoscritto in cui si vive, chiamiamola identità di prossimità (esattamente come un abitante dei Parioli e uno di Ostia – stesso Comune di Roma – si pensano rispettivamente, pariolini e ostiensi) ma questa percezione di sé coesiste con un’identità urbana, una cultura urbana comune e condivisa, ivi compresa la fruizione del bene unificante della Laguna, che si sostanzia attraverso i flussi quotidiani e la mobilità di persone, valutate in decine di migliaia, che si intrecciano in tutta l’area e in mille piccole abitudini condivise, anche inconsapevolmente.

Facciamo mente locale: il rito dello spritz, il bòcolo, il San Martino, la calata dialettale: basta attraversare i veri confini extracomunali essere accolti da orrendi (alle orecchie venezianmestrine) ghetu, gatu… E ancora: i cognomi (eserciti sterminati di Vianello e Scarpa da ambo le parti del Ponte). Questi sono tutti elementi identitari che, ripeto, sono per la maggior parte inconsapevoli ma che esistono e che vanno considerati. E proprio questo è il punto: io ritengo che vi sia una retorica separatista che opera strumentalmente (in nome, come detto del simulacro del mitico Comune di Mestre) una rimozione di questi elementi che al contrario vanno valorizzati. Vanno valorizzati anche perché tutta la storia dell’ultimo secolo è indiscutibilmente una storia comune. È una storia comune l’epopea economica e industriale di Porto Marghera, gli attuali disegni di riqualificazione della stessa, il cosiddetto Sacco di Mestre, il fiorire e la crisi dell’industria del vetro a Murano, l’abnorme proliferare dei centri commerciali in terraferma, il boom dell’aeroporto, del traffico crocieristico, l’esodo dei cittadini dal Centro Storico alla Terraferma, il boom del turismo e l’esplosione dell’economia ricettiva. Fenomeni che, indipendentemente da quale parte dell’acqua si sono verificati hanno impattato su costumi, stili di vita, abitudini, atteggiamenti mentali, in una parola la vita di tutti gli abitanti della metropoli. E i mestrini irredenti vanno resi consapevoli che la grandezza ed il patrimonio della nostra storia è già un patrimonio di tutti. Basta prenderne atto.

Cito un episodio a mio parere emblematico. In un dibattito con un autorevole esponente del fronte separatista di Mestre il mio interlocutore si lamentò che il Sindaco (non ho capito se Cacciari o Orsoni) l’aveva invitato ad andare alla Fenice per sentire la lirica. L’accorato sottinteso era che i mestrini sono cittadini di serie B perché appunto non hanno un tempio della lirica in Terraferma. Ora, mi chiedo se, poniamo, un abitante di Rho si sente più fortunato ad abitare a pochi chilometri da uno dei templi mondiali della lirica oppure più frustrato dal fatto che essendo Rho comune autonomo, non gli hanno costruito pure lì la Scala! Battute a parte, è un paradossale errore di prospettiva che un mestrino non consideri la Fenice il suo Teatro come, per fare un esempio inverso, il Taliercio è per un veneziano il suo Palasport. 

In definitiva, la risposta ai sentimento identitario di Mestre sta da un lato nella serena accettazione che esiste ed è comprensibile un sentimento di prossimità (come peraltro esiste un simile sentire anche per Marghera o il Lido) ma questo coesiste con un sentire comune che è sovente molto più vero e profondo di quanto percepito a pelle. 

Sarebbe cosa saggia innanzitutto non esaltare strumentalmente il primo (vedasi il “grido di dolore” che non c’è la Fenice a Mestre) fomentando sentimenti identitari di piccolo raggio facendo credere che i gravi problemi che esistono siano colpa del vicino e valorizzare e coltivare altresì il secondo perché è sull’identità “grande” che siamo vincenti. Nel calcio uniti per esempio rischiamo di andare in serie A. E nel basket abbiamo vinto uno scudetto. Scudetto che è stato festeggiato da una meravigliosa festa di popolo da Piazza San Marco a Piazza Ferretto. Con tanto di percorso trionfale in gondola e in autobus. 

Pensiamoci in grande. Abbiamo solo da guadagnarne. 

Venezia-Mestre, l’unione fa la forza ultima modifica: 2018-05-30T00:03:44+02:00 da LORENZO COLOVINI

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