Daniel Ortega, “fino a quando?”

Finisce nel sangue la marcia di protesta contro l'uomo forte di Managua. La denuncia di Amnesty International, della Chiesa e dei capi sandinisti della prima ora come Sergio Ramírez.
scritto da CLAUDIO MADRICARDO

Uno splendido giorno in cui moltitudini hanno reso onore alle madri dei ragazzi caduti si è trasfomato in tragedia con numerosi assassinati e feriti. Fino a quando? #SOSNicaragua y #MadresDeAbrilyMayo

È il tweet – nella notte di mercoledì – di Sergio Ramírez Mercado, già vicepresidente del governo sandinista durante il primo mandato di Daniel Ortega, e premio Cervantes per la letteratura del 2018.

Gli ha fatto eco il vescovo ausiliario dell’arcidiocesi di Managua Silvio José Báez, che sempre via twitter ha raccomandato ai propri concittadini di evitare di girare per una città diventata pericolosa per gli scontri seguiti alle due manifestazioni che si sono ieri svolte in Nicaragua, una contro il governo e una a favore, alla quale lo stesso presidente ha partecipato e preso la parola.

Con il calar delle tenebre su una capitale scossa profondamente dalle violenze, il bilancio provvisorio si chiude con quindici morti e un numero elevato ma ancora imprecisato di feriti.

In che modo triste finisce questo giorno in Nicaragua! La patria è sequestrata per l’irrazionalità e l’ambizione schizofrenica del potere. Quanto dolore! Quanta irresponsabilità!

ha commentato, sempre via twitter, il combattivo Báez, che in qualche modo è diventato uno dei punti di riferimento della protesta che da quarantaquattro giorni ha sconvolto il paese.

La “Madre de todas las marchas”, com’è stata chiamata dal movimento che dal 18 aprile scorso si oppone al governo, era stata convocata dal Movimiento Madres de Abril, in solidarietà alle ottantatre donne che hanno perso un figlio negli scontri di queste settimane.

Dimostrando di essere ben lontana dall’aver perso la sua forza iniziale, la protesta ha richiamato migliaia di persone in piazza, e si è conclusa con una sparatoria sui manifestanti operata da cecchini dallo Stadio Nazionale, nei pressi dell’Universidad Nacional de Ingeniería e nei viali che portano alla Universidad Centroamericana (UCA).

Il risultato è l’ennesimo bagno di sangue che dovrebbe portare il conteggio delle vittime, il condizionale è d’obbligo, allo spaventoso numero di novantaquattro morti [oltre 105, secondo le ultime stime], che apre un nuovo insanabile solco tra paese e governo.

Il primo a chiedere ormai, anche attraverso il tavolo di negoziazione che si è aperto nelle scorse settimane e che per l’impasse è stato in seguito sospeso mercoledì della scorsa settimana, l’uscita di scena della coppia presidenziale Ortega-Murillo, colpevole di aver provocato le vittime e lo sfascio anche economico in cui la protesta ha ormai precipitato il paese, decretando, tra le altre cose, la paralisi del turismo, una delle entrate principali del piccolo paese.

Avendo accusato il secondo di cercare un colpo di stato con la proposta di democratizzazione avanzata da Alianza Cívica, che tra i suoi punti fondamentali chiede l’anticipo delle elezioni e il rinnovo del Consejo Supremo Electoral (CSE), che con il suo capo, Roberto Rivas, ha manipolato i risultati elettorali a favore di Ortega e rende il ricorso alle urne un inutile esercizio.   

Sempre più arroccato in difesa di quello che ritiene essere il suo buon diritto di arrivare alla fine del proprio mandato nel 2020, e sordo a ogni ipotesi di lasciare prima della scadenza naturale. Mentre da più parti, ormai, è richiesto apertamente che Ortega rinunci, dato che all’ordine del giorno, nelle piazze e al tavolo di conciliazione, non sono più le misure economiche che avevano ritoccato il welfare e scatenato le proteste, ma un nuovo processo politico che restituisca finalmente la democrazia al Nicaragua.

Non più tardi dell’altro ieri, il rappresentante del maggior gruppo imprenditoriale del paese Carlos Pellas Chamorro, famiglia di origini sarde, ha riconosciuto in una lunga intervista rilasciata a La Prensa, che

il modello fino a ora seguito si è esaurito, [e che] è necessario trovare una via di uscita ordinata, dentro il quadro costituzionale che comporti riforme e un anticipo delle elezioni in Nicaragua, che permettano di eleggere attraverso un processo libero e trasparente nuove autorità.

Un chiaro avviso da parte del mondo imprenditoriale che era stato uno dei puntelli degli ultimi dieci anni di orteguismo, concesso in cambio degli infiniti benefici e favori che il governo ha dato alle imprese. Un altro importante tassello che si è andato ad aggiungere alle denunce di Amnesty International della “strategia letale” messa in opera da Ortega e Murillo, con la complicità delle forze di polizia e delle squadracce paramilitari, che avrebbe anche incluso “esecuzioni extragiudiziali”.

Visto il contesto nel quale sono successe queste morti e tenendo conto dell’architettura istituzionale che organizza le forze di sicurezza del paese [Amnesty International] considera che esistono ragioni per pensare che queste morti siano accadute con la conoscenza delle autorità più alte dello stato nicaraguense, tra di loro, il presidente della repubblica,

recita il documento prodotto dall’organizzazione, che è stato reso pubblico con il nome di “Sparare per uccidere: strategie di repressione della protesta in Nicaragua”.

Oltre ai durissimi comunicati della Comisión Interamericana de Derechos Humanos (CIDH), che ha accusato il governo di uso eccessivo della forza da parte della polizia nicaraguense, unita all’azione di gruppi non meglio inquadrati, ma in cui si devono leggere formazioni di ispirazione sandinista, che sono causa di gravi violazioni dei diritti umani.

Da parte sua, il governo accusa i gruppi dei “vandali di destra” di tutto quanto accade, e nell’impossibilità di arrivare ad accondiscendere alle richieste del tavolo del dialogo, pena la fine del regime di Ortega, cerca di mettere in piedi una strategia a livello locale che tenda a mettere fine ai numerosi blocchi stradali che impediscono la mobilità della gente, oltre a aggravare la già gravissima situazione dell’economia.

Con una condotta politica che al momento non pare lasciar intravedere spiragli, e che semmai sembra scivolare lentamente sempre più verso la prova di forza, nel tentativo di spezzare le proteste e far rientrare la crisi.

All’annuncio della manifestazione dell’opposizione, il governo ha risposto ieri con la convocazione contemporanea di una contromanifestazione per il pomeriggio, in verità non molto partecipata, durante la quale Ortega, giunto sul posto a bordo del suo Mercedes corazzato e con una nutrita scorta, ha iniziato a parlare nello stesso tempo in cui i mezzi di comunicazione riportavano le notizie dei franco tiratori.

Evitando di fare accenno diretto alla lettera ricevuta da Carlos Pellas, Roberto Zamora Llanes e Ramiro Ortiz Mayorga, gli imprenditori più importanti del paese, in cui gli veniva chiesto di mettere fine a questa lenta agonia anticipando la data delle elezioni, Ortega ha affermato che

il Nicaragua non è una proprietà privata, e che i padroni del Nicaragua sono tutti i nicaraguensi, indipendentemente dalla fede politica, religiosa e dall’ideologia

rendendo ben chiara la sua decisione di non essere disposto a convocare elezioni anticipate, cosa del resto che anche i suoi sostenitori gli chiedono.

Alternando l’uso duro della forza col tentativo di trattare a livello locale per togliere i blocchi, Ortega sembra affidarsi al fattore tempo nell’ultima speranza che giochi a suo favore, e che repressione, intimidazioni e peso della crisi economica possano finalmente fiaccare la protesta.

Deciso a non lasciare, Ortega pare impegnato in una mano di poker al buio, la cui fine potrebbe portare nuovi lutti al paese, con le proteste che riempiono le piazze e che non sembrano aver intenzione di cessare. Anche i richiami alla pace e le parole di dolore che ha speso ieri nel suo discorso durante la manifestazione, alla luce di quanto gli organismi indipendenti scoprono sulle violenze, suonano insincere e finiscono per gettare ulteriore benzina sul fuoco. 

In un crescendo di radicalizzazione che alle manifestazioni popolari vede opporsi la reazione di chiusura e di autodifesa delle strutture del sandinismo, il Nicaragua sembra precipitare senza fine verso il peggio. Mentre dal settore dell’economia privata vengono sempre più messaggi che minacciano di bloccare il paese.

Daniel Ortega, “fino a quando?” ultima modifica: 2018-06-01T11:32:29+01:00 da CLAUDIO MADRICARDO

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