Oltre l’affaire Babchenko

L'oscura vicenda del giornalista "ucciso" getta luce su due paesi che giocano sporco, Ucraina e Russia, i due stati eredi dell'Urss, una realtà con cui non hanno mai voluto fare i conti.
scritto da FRANCESCO MARIA CANNATÀ

Come ha potuto un giornalista prendere parte alla produzione di notizie false? Occorre mettere in scena un finto omicidio per smascherare un complotto di omicidio? Questi sono i primi motivi di sconcerto sollevati dall’affaire Babchenko.

Più interessante sarebbe invece capire cosa stia diventando l’Ucraina. Un paese governato non da una cricca nazista, come dal 2014 sostiene la Russia, ma da gruppi dirigenti oligarchici e corrotti capaci di ricattare persino l’Europa. Dire che, a Kiev, al potere vi sia il nazifascismo è un’assurdità con cui si evita di affrontare la questione centrale della politica attuale del paese: quella dell’intreccio denaro/politica.

La corruzione impera in Ucraina. Non solo lì. Del resto come potrebbe Mosca (e non solo Mosca, naturalmente) attaccare la corruzione ucraina e tralasciare le dimensioni drammatiche che lo stesso problema ha in casa propria? Quello della corruzione, da battere, è un tema regolarmente sollevato da Putin negli annuali messaggi sullo stato della nazione. In questo il presidente russo ricorda Tacito. Lo storico che riportava, si può pensare con ironia, le tante volte che i romani avevano sconfitto i germani. Alla fine, però, fu l’impero a crollare.

Dal 2014 l’Ucraina si sta rivelando capace di dettare tempi e sostanza del rapporto tra l’UE – ma anche tra alcuni singoli Stati membri dell’Unione – e la Russia. Una degenerazione che avvelena i rapporti tra Bruxelles, Berlino e Parigi e Mosca. E che è all’origine  del partenariato orientale con cui la Polonia – e in parte la Svezia – è riuscita a gestire in proprio la questione russa, infischiandosene dei grandi stati europei, Germania, Francia e Italia, più attenti alle relazioni con la Federazione. Naturalmente ciò succede perché tanti settori della costruzione europea mancano di direzione politica. Gli affari internazionali sono tra i più importanti. Va detto però che la Russia, non solo lei ovviamente, sta facendo di tutto affinché gli handicap continentali si esasperino. Che questo poi sia davvero un interesse strategico di Mosca, è da vedere.

Il caso Skripal si sta sgonfiando? Non sembra. Certo qualcosa resta oscuro ma certi aspetti sono meno oscuri di altri. Per esempio, è assodato che l’agente chimico Novichok sia stato prodotto negli anni Ottanta in Urss per aggirare i criteri in vigore in quegli anni per le armi chimiche. Il raggiungimento di questo scopo fu il motivo per cui nel 1988 Mikhail Gorbachev consegnò il premio Lenin al collettivo di scienziati che mise a punto la sostanza. Un lavoro di successo visto che in quegli anni Novichok risultatava 110 volte più efficiente di qualsiasi altro veleno chimico conosciuto. Un intrigo di cui il mondo è poi venuto a conoscenza grazie alle dichiarazioni di uno dei membri di quella squadra scientifica.

Nel 1992 il chimico Vill Mirsajanov affermava infatti pubblicamente che, parallelamente alle trattative sulla messa al bando delle armi chimiche, la presidenza Eltsin continuava a portare avanti il programma Novichok. Doppiezza da lui denunciata, in quanto illegale. Accusato di alto tradimento, Mirsajanov ha trascorso due anni tra prigione e arresti domiciliari.

L’accusa è stata poi abbandonata, per due motivi: per le minacce di George Soros di sospendere i finanziamenti, pari a quattrocento milioni di dollari, ai programmi scientifici russi dell’epoca, e perché nessuno poteva essere incolpato di tradire un programma ufficialmente inesistente. Dal 1995 Mirsajanov vive negli Usa e si batte affinché il Novichok venga inserito nell’accordo per le armi chimiche. Nel 2007 ha pubblicato un libro contenente la formula del prodotto chimico: solo questo ha reso possibile la rapida identificazione del veleno usato a Salisbury.

Il 1 agosto 1995, nel suo ufficio di Mosca, fu ucciso Ivan Kivilidi, 45enne direttore della banca Rosbisnesbank. Modalità ed effetti dell’omicidio sono stati più tardi riconosciuti compatibili con quelli del Novichok. Dieci anni dopo per questo delitto è stato condannato un socio del banchiere. Il processo non è stato pubblico per cui, tolta la condanna, dei suoi dettagli si sa poco o nulla.

Nel 2006 a Londra era avvelenato con radiazioni di Polonio-210 Alexander Litvinenko. Dai materiali sul caso, pubblicati nel 2011 nonostante l’enorme resistenza del ministro degli interni britannico di allora, Theresa May, risulta che l’ex agente del Kgb stava indagando su traffici di droga tra sud America ed Europa occidentale, attraverso i porti russi di San Pietroburgo e Kaliningrad. Naturalmente non sarebbe questo l’unico caso mondiale in cui obiettivi di servizi segreti e criminalità coincidono.

Dopo l’attacco di Salisbury tra le prime affermazioni di Theresa May vi è stata l’accusa alla Russia di aver perso il controllo della sostanza chimica che potrebbe ora trovarsi nelle mani della criminalità comune. Dedicando il proprio editoriale alla messa in scena avvenuta mercoledì scorso a Kiev, Le Monde ha parlato di manipolazione tossica.

A questo giudizio si potrebbe aggiungere che il caso Babchenko fa nascere l’impressione che l’Ucraina usi lavorare sporco. Tanto, se non più, di quanto altre volte abbia fatto la Russia. Anche questo non va dimenticato. In comune i due Stati successori dell’Urss hanno inoltre il fatto di non aver mai voluto fare i conti con quella grande menzogna, essere, quel sistema, fattore di liberazione umana, da cui per settantacinque anni ha tratto linfa vitale l’Unione Sovietica.

Oltre l’affaire Babchenko ultima modifica: 2018-06-02T13:12:35+02:00 da FRANCESCO MARIA CANNATÀ

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