Opposizione tosta? O opposizione à la carte?

C'è una strana ambivalenza nel comportamento di parti consistenti del mondo di sinistra e progressista nei confronti del governo attuale. Il tatticismo prevalente - distinguere tra Lega e Cinque stelle e incunearsi nelle loro (apparenti) contraddizioni - non logorerà certo la coalizione ma renderà sempre più irrilevante il fronte che vi si oppone
scritto da GUIDO MOLTEDO

Opposizione tosta? Opposizione á la carte? Intransigenza o tatticismo?

Il dilemma della sinistra, anzi delle sinistre, e più in generale del mondo progressista e anche di quello radical, di fronte alla nuova compagine di governo è un nodo ancora aggrovigliato. Il disorientamento generale è evidente. E lo stesso spaesamento s’osserva nei media in sintonia con quel mondo. Ma, come vedremo, forse è perfino un falso dilemma.

Sì, le sparate di Salvini ottengono cori di condanne. L’opposizione si fa sentire. Però… Però nei confronti delle sue uscite, si notano molti se e ma in quello che dovrebbe essere il campo a lui avverso.

C’è l’indulgenza di chi lo considera in perfetta continuità con il suo predecessore, Marco Minniti, o anche con quello che ha fatto Pisapia a Milano con i rom. C’è chi fa notare che non ci si poteva aspettare altro dopo gli anni del renzismo e dopo l’incaponimento di Renzi a non fare un governo con i grillini. Si distingue tra quel ministro e l’altro, per esempio quello dei beni culturali, non male. Si valorizza l’“europeismo” di Tria e si sospira perché Savona non è poi così anti-Ue…

I costituzionalisti severissimi con la riforma costituzionale di Renzi ora sono cauti, fanno ragionamenti civilmente critici. Nessuna invettiva come ai tempi del referendum.

E poi le antenne. La sinistra non ne ha, non sa più leggere il mondo intorno a sé, Salvini sì. E il buonismo, la falsa coscienza dei pariolini, il bla bla delle élite in terrazza? Il cattivismo è il rovescio della stessa medaglia, ma al contrario del buonismo è in sintonia con i tempi. Sulla Francia poi, e sulla Germania e sulla Ue, le sue sparate fanno godere un bel po’ di sinistra. Alcuni con la cautela del caso, l’ammettono pure: non siamo d’accordo con lui, ma finalmente c’è uno che si fa rispettare. E poi la Ue: non diciamo anche noi che bisogna darle una bella strigliata? Mica abbiamo dimenticato la Grecia.

Dunque, Salvini e il suo populismo, nel complesso, godono di benevolenza e buona stampa, anche nei media che l’avversano, perché comunque lo considerano un politico di razza. Se il leader leghista scuote le coscienze della sinistra, è soprattutto per esternazioni clamorosamente inaccettabili, per i toni e per i modi. Che tuttavia, nel ciclo velocissimo della notizia, perdono rapidamente la forza iniziale e sono archiviate. L’idiosincrasia quasi antropologica nei confronti di Berlusconi, specie nei suoi primi anni, non c’è verso Salvini.

Ma c’è un’altra parte della compagine. In termini di seggi parlamentari è di gran lunga la prima della coalizione ma nei sondaggi e nelle prove amministrative arranca e sulla platea mediatica è costretta a fare da spalla.

Nei suoi confronti si concentrano due tipi di attenzione da parte del fronte variegato di sinistra.

C’è chi separa nettamente l’agenda pentastellata da quella leghista, fino al punto da ignorare proprio quest’ultima, come se non desse il tono all’intera politica di questa maggioranza. E incalza Di Maio sul terreno delle riforme sociali, economiche e ambientali. C’è chi valorizza il presidente della camera Fico, assurto a leader di una fantomatica sinistra interna.

C’è chi mette in evidenza le contraddizioni dei Cinque stelle tutte le volte che Salvini fa la voce grossa e invita Grillo e compagnia a prendere le distanze dal leader leghista. Il sottotesto è che il movimento di Grillo e Casaleggio sia fondamentalmente di sinistra e quindi dovrebbe far pesare la sua forza per riorientare la rotta del governo.

Dietro molte di queste posizioni c’è l’idea che l’alleanza Lega-Cinque stelle sia un’anomalia, un amalgama mal riuscito, per usare il lessico dalemiano, e, trattandosi di due specie diverse di populismi, prima o poi la relazione scoppierà.

Non sarà invece che i due populismi sono complementari? In ogni caso è evidente che lo sono nel comune intento di rottamare il vecchio sistema di potere per costruirne uno nuovo. Tutto loro.

Ma lo sono, complementari, anche in una parte consistente dell’elettorato. Si è detto che nei Cinque stelle c’è molto elettorato che un tempo votava a sinistra. Se è per questo la Lega ne sta assorbendo anche di più, di elettori di sinistra, nelle stesse regioni e roccaforti rosse.

Perché sorprendersi? Una parte consistente dell’elettorato di sinistra e dell’opinione pubblica di sinistra è ed è sempre stato anche quello di legge e ordine, l’elettorato giustizialista. Non va dimenticato, è l’elettorato delle monetine lanciate contro Craxi. Né va dimenticato che in Francia fu il partito comunista a impiegare le ruspe per radere al suolo un foyer d’immigrati magrebini a Vitry, primo episodio di una storia che avrebbe portato parti consistenti dell’elettorato comunista nelle braccia di Le Pen.

Oggi, secondo i sondaggi, l’alleanza di governo gode addirittura della maggioranza assoluta. Ammesso che i Cinque stelle, a un certo punto, si sentano troppo stretti in una coalizione che li vede in secondo piano, arriverebbero per questo a rompere? Così sperano i geni della sinistra che pensano di incunearsi nelle contraddizioni tra i due alleati e quelli che addirittura sognano di raggiungere un accordo di governo come quello fatto saltare da Renzi dopo il voto.

In uno scenario di rottura, lascerebbero davvero tutto il campo a Salvini, e loro si ritroverebbero, ridotti elettoralmente, al fianco degli impresentabili (al grosso dei loro elettori, checché ne dicano i fautori dell’intesa) democratici.

Allo stato attuale è assai improbabile l’implosione. Più probabile che dopo il protagonismo di Salvini s’assista a una competizione tra i due alleati, ma dentro una sorta di divisione dei ruoli, con maggiore spazio delegato a Di Maio e alla sua agenda sociale, secondo lo schema che s’intuisce nelle parole di Di Battista.

Di fronte a uno scenario che vede rafforzarsi le ragioni che hanno portato prima alla vittoria delle due destre, egemoni nel fronte del no, al referendum e poi alla vittoria elettorale, di fronte dunque a un passaggio di fase molto radicale, quel che resta della sinistra e delle sinistre dovrebbe attrezzarsi per una lunga traversata.

Continuare con i distinguo tra i buoni Cinque stelle e i cattivi leghisti, continuare con l’idea di pungolare “la sinistra” pentastellata a farsi spazio, è non solo patetico ma inutile. I Cinque stelle sono unicamente interessati a fagocitare quel che resta della sinistra, trovandosi imprevedibilmente in competizione su questo terreno con i leghisti. Gettare ponti, da parte loro, aprire interlocuzioni, non significa riconoscere la sinistra ma solo blandirla per annetterla.

Giocare di rimessa e tatticamente, puntare sugli errori e le contraddizioni dell’avversario, come pure occorre fare quando si è all’opposizione, non può essere l’unico gioco possibile. La forza d’urto dei due populismi a questo sta costringendo la sinistra.

È già molto se se ne prende coscienza e si cerca di uscire al più presto dal perimetro della partita disegnato dagli avversari su misura per loro, avversari che difficilmente romperanno il loro patto per diventare alleati della sinistra.

Opposizione tosta? O opposizione à la carte? ultima modifica: 2018-06-22T16:28:56+02:00 da GUIDO MOLTEDO

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