Le roccaforti rosse e il cane giallo democratico

Pur preparata da una lunga via costellata di precedenti e avvertimenti la batosta subita dal Pd nei suoi insediamenti sorprende non solo i suoi dirigenti ma anche molti analisti. Che ripiegano sui soliti logori cliché
scritto da GUIDO MOLTEDO

Quando tre anni fa trovò conferma la voce secondo cui Luigi Brugnaro si sarebbe candidato a sindaco di Venezia, ytali.com la commentò presentando l’imprenditore di  Mirano come un potenziale “Guazzaloca in saor”. Sì, fu la nostra rivista ad agitare lo spauracchio di una città “rossa” conquistata da una  destra capitanata da un personaggio eccentrico estraneo alla politica, com’era accaduto a Bologna con il “Guazza”, il macellaio che aveva espugnato l’imprendibile palazzo D’Accursio nel 1999.

Bologna non era stata la prima roccaforte rossa a cadere. Era già successo a Parma. Prima ancora a  Terni (già, non è la prima volta quest’anno che la sinistra perde la città umbra). E poi a Grosseto. Ad Arezzo. Qui e là, alla fine degli anni Novanta, primi anni Duemila, era evidente che le amministrazioni rosse erano diventate vulnerabili. Contendibili. E questo accadeva prima che fosse costituito il Partito democratico e quando c’erano ancora i Ds. Poi, certo, ci sarebbero stati importanti recuperi, la stessa Bologna sarebbe tornata sotto la guida della sinistra. Ma da Guazzaloca in poi appariva chiaro che anche nelle aree dov’era forte il senso d’appartenenza a un partito identitario il voto stava diventando una scelta sempre meno vincolata a consuetudini e a legami ideologici, come già accadeva in altre parti del paese, dopo lo sconquasso seguito alla fine della prima repubblica.

Infatti, la sinistra avrebbe anche conquistato amministrazioni un tempo inespugnabili. È accaduto che nel giro di poco tempo una città sia passata da sinistra a destra e poi di nuovo a sinistra: Padova per esempio. Ed è successo anche il processo inverso. Vedremo se accadrà anche Venezia: dopo il voto di domenica scorsa sembra ancora più improbabile che il Guazza in saor trovi un serio avversario nel centrosinistra in grado di sbarrargli la via verso un secondo mandato.

Nel corso del tempo il voto di appartenenza è andato via via affievolendosi, un fenomeno peraltro non solo italiano. Nei libri di testo della politica americana esiste un’espressione che descrive il voto indefettibile per un partito sempre e comunque: “yellow dog democrat”. Nel primo Novecento, negli stati del Sud, in Texas in particolare, gli elettori avrebbero votato un cane giallo piuttosto che un repubblicano. Un’etichetta ancora in voga nella base militante democratica. Oggi in quegli stessi stati l’egemonia repubblicana è fuori discussione. Vige anche in questi stati, come ovunque, una differenza persistente tra aree urbane, prevalentemente democratiche, e aree rurali nettamente repubblicane. E la stessa vecchia mappa stati blu democratici e stati rossi repubblicani non è più statica come lo è stata per tanto tempo, ed è la rappresentazione di un’America sempre meno connotata secondo quella ripartizione territoriale.

Lo scioglimento di consolidati blocchi elettorali, pur anticipato da tempo da ripetuti e chiari segnali, coglie oggi impreparati sia i politici sia gli analisti. Così si cercano spiegazioni contingenti a processi che da un paio di decenni ormai stanno cambiando i comportamenti elettorali e dunque lo scenario politico. Ovunque.

L’esito del voto nelle città toscane e a Imola ha la portata di un trauma inaspettato, non solo per i diretti interessati, ma perfino per molti analisti, pigramente affezionati a cliché interpretativi adatti a ogni stagione e oggi evidentemente inadatti a filtrare quel che sta succedendo.

Davvero sorprende che un blocco elettorale tradizionalmente di sinistra finisca sotto i vessilli pentastellati e leghisti?

Com’è accaduto negli Stati Uniti e nei paesi nordeuropei, appaiono oggi evidenti in settori rilevanti dell’elettorato della sinistra italiana che ha radici nel Novecento, in particolare quella comunista, caratteri che non sono propriamente di sinistra.

Il capolavoro del Pci togliattiano, e poi anche berlingueriano, fu di tenere sotto la stessa tenda, con elettori progressisti e aperti, elettori che non molti anni prima erano stati a proprio agio nel fascismo o figli di famiglie fasciste. La polarizzazione della guerra fredda rendeva più agevole questa importante funzione svolta dal Pci, resa successivamente sempre più difficile dal mutare dei tempi e dei costumi.

Nel Pci – e nelle regioni rosse – questi elettori si sentivano a casa perché c’era un’idea di società controllata e disciplinata, di legge e ordine, unita a una certa diffidenza verso la società aperta e plurale. Il grosso dell’elettorato delle regioni rosse e il cosiddetto zoccolo duro del Pci non è che fossero in prima fila nella lotta per il divorzio, per la depenalizzazione delle droghe leggere, per i diritti. Insomma, nella cultura comunista dominante non c’era precisamente la premessa della società “multi” di oggi. E, successivamente, l’incontro con la cultura cattolico progressista non apriva certo le porte ai processi della modernizzazione  ma operava piuttosto un contrasto nei suoi confronti.

Dopo la caduta del Muro, tutti i tentativi di elaborare vie nuove – a partire dalla stessa svolta di Occhetto – per rinnovare e modernizzare la sinistra sono state bollate con disprezzo come “nuoviste”, come cedimenti al nemico, e così non si è fatto niente – eppure si poteva perché si era abbastanza forti –  per far avanzare ed evolvere una parte consistente dell’elettorato di riferimento. Quest’inerzia si basava anche sull’illusione che quell’elettorato sarebbe rimasto sempre fedele.

Oggi quell’elettorato ha trovato riparo dove le sue ubbie hanno ascolto e non potrebbe tornare a casa, se non in una casa molto simile a quella edificata per accoglierlo da Lega e Cinque stelle. La sinistra non può competere su quel terreno, l’ha già fatto su quello dell’economia, perdendo molto di sé. Non può. Quell’elettorato forse è perduto, sicuramente per una lunga fase, sicuramente finché durerà, nei termini in cui è rappresentata oggi, la questione dell’immigrazione.

Significherà per il Pd accettare di essere diventato un partito radicale di massa, come afferma il politologo Luca Ricolfi?

Se pensate ai temi su cui, specie in. questa legislatura, il Pd ha puntato per definire la sua identità, trovate : unioni civili, testamento biologico, riforma carceraria, reato di tortura, ius soli, accoglienza dei migranti, Europa (ricordate lo slogan? Più ci vuole”più Europa”.

Leonid Breznev ribatteva a Jimmy Carter che incalzava l’Urss sul terreno del rispetto dei diritti umani osservando che alle masse non interessa niente, e che un Sacharov e un Solgenytsin se lo potevano pure tenere loro, gli americani.

E già, con Ricolfi, ed è in buon compagnia, siamo tornati alla sinistra che deve pensare alla pancia delle masse, puro istinto e stomaco da riempire. Diritti, solidarietà, apertura al mondo, un lusso da pariolini e da intellettuali in terrazza.

Pazzesco se la sinistra desse retta a questi incredibili rigurgiti brezneviani che egemonizzano il dibattito corrente.

Si va avanti, anche quando si perde.

Le roccaforti rosse e il cane giallo democratico ultima modifica: 2018-06-26T16:18:06+01:00 da GUIDO MOLTEDO

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