Immigrazione. I dati che andrebbero dati

La complessità del fenomeno delle migrazioni forzate non rende solo inefficaci le scorciatoie sovraniste ma mette sotto accusa anche una Europa che, nel corso degli ultimi decenni, ha guardato più a Est che a Sud
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

Buona regola, non solo in politica, vorrebbe che per adottare le misure più appropriate sia opportuno conoscere appieno il problema che s’intenderebbe portare a soluzione. Un assunto che vale soprattutto quando il problema che si ha di fronte è particolarmente complesso e dalle dimensioni preoccupanti. Vademecum della complessità per i capi di stato e di governo dell’Ue, riunitisi a Bruxelles per un Consiglio europeo dedicato al tema, esplosivo, dei migranti, su cui avrebbero fatto bene a meditare.

La complessità del fenomeno emerge dal Rapporto annuale dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr): sono 68,5 milioni le persone che alla fine del 2017 si trovavano lontane dalle proprie case, perché costrette ad abbandonarle. Di loro, 25,4 milioni sono scappate a conflitti e persecuzioni: 2,9 milioni in più del 2016, “l’aumento più grande che l’Unhcr abbia mai registrato in un solo anno”. Di questi, poco più di un quinto sono palestinesi affidati all’Unrwa. Crescono anche i “nuovi sfollati”, con 16,2 milioni di sfollati nel 2017. Repubblica democratica del Congo, Sud Sudan e Myanmar sono stati i tre luoghi che hanno generato più sfollati. I richiedenti asilo in attesa dell’esito delle loro richieste di status di rifugiato erano 3,1 milioni alla fine del 2017 (300.000 in più rispetto al 2016). Diminuisce il numero di persone sfollate all’interno del proprio Paese (quaranta milioni del totale, rispetto a 40,3 milioni del 2016). La Colombia è stato il Paese con più sfollati interni: 7,7 milioni di persone. Il numero di persone costrette alla fuga nel mondo è quasi pari al numero di abitanti della Thailandia. Considerando tutte le nazioni nel mondo, una persona ogni 110 è costretta alla fuga.

Siamo a uno spartiacque: il successo nella gestione degli spostamenti forzati a livello globale richiede un approccio nuovo e molto più completo, in modo che i Paesi e le comunità non siano lasciati soli ad occuparsene,

annota l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati Filippo Grandi. Il nuovo Global Compact che dovrebbe essere adottato dall’Assemblea generale Onu tra pochi mesi sarà uno strumento importante. “Nessuno diventa rifugiato per scelta; ma tutti gli altri possono scegliere come aiutare”, rimarca Grandi.

La Giornata mondiale del rifugiato serve  ricordare a tutti noi, che una casa e una nazione l’abbiamo e che consideriamo questi diritti scontati e inviolabili, che non applicare le norme sul diritto d’asilo significa delegittimare la legislazione internazionale e, nel nostro Paese, disattendere un principio sancito dalla Costituzione. In Europa questa mancata applicazione è alla base della politica dei cosiddetti paesi di Visegrad, che prevedono un blocco dei flussi dei richiedenti asilo, negando quindi il diritto riconosciuto e sancito a ogni persona dalla convenzione di Ginevra a chiedere protezione internazionale nei casi previsti dalla legge. Persino l’Ue negli ultimi anni ha disatteso i principi sanciti dalla convenzione di Ginevra, firmando con la Turchia di Erdoğan un accordo finalizzato a bloccare il flusso dal Medio Oriente proprio mentre i siriani scappavano dalle bombe della coalizione internazionale e da quelle di Daesh.

Il fallimento dei governi e delle istituzioni dell’Unione Europea nello sviluppare una risposta politica efficace sull’immigrazione alimenta, secondo Human Rights Watch, una crisi politica senza precedenti. E a una crisi di questa portata non si risponde, se non per miserabili interessi di bottega (elettorale), dichiarando “guerra” alle Ong. Schierarsi significa scegliere da che parte stare e con chi stare. Senza rincorrere i narratori di una invasione che non esiste.

Il picco della crisi migratoria, in cui i Paesi erano impegnati a fornire aiuto d’urgenza a migranti e richiedenti asilo, si allontana. E subentrano nuove sfide:

Gestire il processo d’integrazione senza turbare il mercato del lavoro e rispondere alle preoccupazioni riguardanti la percezione che un numero crescente di lavoratori stranieri soggiorna o lavora illegalmente nei Paesi di accoglienza.

È questo il messaggio principale contenuto nel lungo rapporto annuale dell’Ocse sulle migrazioni, pubblicato a Parigi in occasione della Giornata mondiale del rifugiato. Il nuovo governo Lega-M5s sceglie la linea dura per fronteggiare l’emergenza migranti, chiudendo i porti  alle navi Ong. Ma nel 2017, secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, in Italia sono arrivati per mare 119mila migranti: il 34 per cento in meno rispetto al 2016, il 22 in meno rispetto al 2015 (un calo attribuito agli accordi siglati dal precedente governo con la Libia.  

Conoscere per agire con una visione non ristretta e, soprattutto, non marchiata da interessi (elettorali) di breve periodo. Un discorso che, fuori dal lessico triviale utilizzato da alcuni dei protagonisti di questa disputa (“vomitevole”, “lebbroso”, “indegno” o “guarda chi dà lezione” e insulti elencando) che riguarda l’Europa.

L’Ue si è rivelata come paralizzata dal preponderante accentramento di competenze in questa materia in capo agli stati membri, veri attori decisionali della politica migratoria. Vista la forte opposizione di alcune fazioni di stati allo sviluppo di una politica comune, l’Ue ha proceduto zoppicante nell’ultimo biennio facendo passi avanti nell’approvazione di strumenti quadro come il Fondo Fiduciario per l’Africa e il Nuovo Quadro di Partenariato per la Migrazione, ma senza porsi come attore incisivo nella dimensione estera e soprattutto fallendo sul terreno della solidarietà fra Stati membri… 

Per poi concludere:

Oggi, come in passato, per affrontare il fenomeno migratorio è necessario confrontarsi con le cause dei flussi e non con i loro meri effetti. Continuare a parlare di politiche migratorie in un’ottica emergenziale e impugnare una politica di ferro contro gli sbarchi non risolverà infatti le molteplici cause che spingono le persone a cercare una vita migliore altrove.

[fonte: https://www.tpi.it/2018/06/21/migranti-italia-ue/ ]

È la complessità del fenomeno a confliggere con le ricette sovraniste. Ed è sotto questa luce che va inserita, al netto delle polemiche a uso interno, la disputa che accompagna il vertice informale di domenica a Bruxelles, passaggio verso l’appuntamento cruciale: il Consiglio europeo del 28 e 29 giugno prossimi.

I tre punti centrali della proposta italiana si possono riassumere così: 1 condividere gli oneri finanziari e garantire che gli Stati membri coprano i circa cinquecento milioni di euro necessari a coprire 1,2 miliardi di euro necessari a far decollare il Trust Fund Africa per creare occasioni alternative al business dei trafficanti. Il linguaggio contenuto nella bozza finale del vertice del 28 è troppo debole al riguardo e il nostro ambasciatore a Bruxelles ha mantenuto ieri una “riserva” chiedendo impegni più forti.

2 Il regolamento di Dublino non va riformato ma superato. Nel frattempo Dublino, creato nel ’90 per regolare i flussi dalle frontiere terrestri da Est si dovrà applicare solo alle nostre frontiere di terra e non a quelle marittime Schengen.

3 Creare centri di assistenza ai migranti nei Paesi di transito da dove organizzare rimpatri assistiti volontari come i 28mila già realizzati in Libia in accordo con l’Oim e come quelli dal centro italiano di Agadez in Niger. L’Unhcr gestirà i i migranti in arrivo elegibili per lo status di rifugiati (tra il cinque e il dieci per cento del totale arrivi) inviandoli in tutti i Paesi Ue e non più solo in Italia. Proposte in parte condivise dal commissario Ue alla Migrazione Dimitris Avramopoulos secondo il quale però “le misure unilaterali non sono la risposta alla migrazione”. Affermazione, quest’ultima, del tutto condivisibile a patto che non sia il viatico per l’immobilismo e la penalizzazione dei Paesi di primo approdo, qual è, per l’appunto, l’Italia. [fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2018-06-21/migranti-l-intesa-ue-resta-lontana-fondi-frontiere-ecco-tutto-divisioni–214425.shtml?uuid=AEui5NAF]

 

 

“TRUMP: GLI IMMIGRANTI INFESTANO L’AMERICA” “Di quale infestazione erano parte i nostri antenati?”

A scricchiolare è anche Schengen, il trattato sulla libera circolazione. A oggi i richiedenti asilo, fino a quando la loro richiesta non è disbrigata, non hanno la libertà di muoversi liberamente all’interno dell’Ue ma, proprio in virtù del patto sulla libera circolazione, diventa complesso fermarli. Ma guardare a Est per cercare alleati contro l’asse Macron-Merkel non sembra essere l’ottica giusta per l’Italia.

L’Europa deve essere in grado di proteggere le sue frontiere e deve poter garantire sicurezza ai suoi cittadini – ribadisce alla vigilia il presidente ungherese Viktor Orban -. Speriamo che dopo il semestre di presidenza austriaca, l’Europa sia più forte, una comunità più equa di quello che è oggi. E che la Ue sia più sicura, queste sono le speranze che abbiamo in comune.

Assenza, quella dei quattro di Visegrad, confermata anche dal premier di Varsavia, che ha definito “il mini-summit di domenica inaccettabile”: “Non vi parteciperemo, vogliono riproporre una vecchia proposta che avevamo già respinto”. Infine, per il cancelliere austriaco Kurz, “Frontex va rafforzato” e invece di concentrarsi sul tema della distribuzione dei migranti occorre puntare l’attenzione sulla sicurezza delle frontiere esterne della Ue. E quest’ultima considerazione trova ascolto in Italia, soprattutto sul versante di uno dei contraenti del “contratto di governo”: la Lega di Matteo Salvini. [fonte: https://www.huffingtonpost.it/2018/06/22/prevertice-di-bruxelles-per-litalia-obiettivo-500-milioni_a_23465724/]

La “guerra” dichiarata alle Ong, in quel tanto che non è mera propaganda politico-elettorale (siamo in una campagna permanente), ha al suo fondo la vera priorità del ministro dell’Interno: la blindatura delle frontiere mediterranee dell’Italia. Il che significa pieno sostegno alla contestata Guardia costiera libica e creazione di hotspot europei nei Paesi di origine e di transito. A parole, Parigi e Berlino sostengono questa prospettiva, ma alle parole devono seguire i grandi latitanti di questi anni: i fatti. Fatti coerenti con le dichiarazioni, divenute un insopportabile mantra, di attestato dell’impegno italiano al salvataggio e all’accoglienza, un attestato condito dalla pelosa autocritica della serie: “Abbiamo lasciato sola l’Italia…”.

La complessità del fenomeno delle migrazioni forzate non rende solo inefficaci le scorciatoie sovraniste ma mette sotto accusa anche una Europa che, nel corso degli ultimi decenni, ha guardato più a Est che a Sud, facendo finta di non accorgersi, per dirla con le parole dell’ex premier italiano Paolo Gentiloni, che “il Mediterraneo è diventato il centro del disordine globale”. Correre ai ripari, correggere la rotta geopolitica è un obbligo per l’Europa comunitaria, se ancora intende esistere come tale.

Immigrazione. I dati che andrebbero dati ultima modifica: 2018-06-29T15:43:18+02:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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