Un nuovo filo rosso. Note sparse sul futuro della sinistra

Un saggio dopo la sconfitta del 4 marzo. "Siamo tornati a un punto di partenza. Cioè, ai tormenti sulla specificità italiana di Piero Gobetti e Antonio Gramsci all’inizio del secolo scorso e alla necessità di un incontro tra ispirazioni diverse intorno a un comune asse di ragionamento"
scritto da ALDO GARZIA

La sinistra comunista – un’anomalia nell’anomalia del Pci “partito nuovo” – lascia in eredità un metodo politico: l’indagine attenta sulle novità del capitalismo non solo italiano, il superamento della tradizione storicista nell’impostazione politico-culturale, il non minoritarismo come vocazione politica, la possibile saldatura tra memoria/storia del movimento operario e nuovi movimenti, la necessità di una autonoma cultura politica come riferimento dell’azione. Pietro Ingrao aveva il gusto quasi ossessivo della ricerca insieme all’assillo del rinnovamento radicale della tradizione comunista. “Tu non conti niente, ma devi agire come se tutto dipendesse da te”, era la frase di S. Teresa di Lisieux che tanto piaceva a Lucio Magri e che tracciava un modo di intendere il ruolo di una forza politica modesta nelle dimensioni (il Manifesto-Pdup) e ambiziosa nella sua funzione. Pur differenti nell’approccio all’azione politica e in qualche riferimento culturale (il magriano “Il sarto di Ulm” è anche il crudo elenco dei mancati appuntamenti politici dell’ingraismo e della sinistra comunista), Ingrao e Magri erano accomunati da un metodo che può essere ancora utile.

Proviamo a usarlo, pur sapendo che le elezioni del 4 marzo 2018 equivalgono a uno tsunami terminale di scosse che per anni hanno minato il tradizionale quadro sociale e politico-istituzionale a cui eravamo abituati. Molti dei nostri strumenti e parametri d’analisi risultano di conseguenza in gran parte inutilizzabili. Con la rivoluzione digitale e internet sono inoltre mutate le forme della comunicazione, dell’ottenimento del consenso e della competizione politica (Michele Mezza, “Algoritmi di libertà”, Donzelli). Bisogna saperlo a mo’ di premessa. 

Serve tuttavia una traccia di ricerca. Siamo tornati a un punto di partenza. Cioè, ai tormenti sulla specificità italiana di Piero Gobetti e Antonio Gramsci all’inizio del secolo scorso e alla necessità di un incontro tra ispirazioni diverse intorno a un comune asse di ragionamento. E, ancora prima, siamo tornati ai tormenti di Giacomo Leopardi del 1824 inDiscorso sopra lo Stato presente dei costumi degl’italiani (Feltrinelli, 1991). Se non si compie infatti una analisi chirurgica del “caso italiano”, paragonabile a quella contenuta in “La rivoluzione liberale (Gobetti) e in “Quaderni del carcere(Gramsci), con in più il contesto europeo in cui è inserito, la bussola della sinistra resterà a lungo senza riferimenti per andare a nord o a sud.

Non convince perciò la lettura dell’impasse della sinistra che fa ruotare l’analisi prevalentemente sugli errori “soggettivi”: siano quelli del governo Prodi, del Pd, di Renzi o dei contraenti il patto di Liberi e uguali. Non perché questi errori non ci siano stati (il cambiamento deluso ancora una volta nell’esperienza di governo, come nel 1996-2001; la nascita del Pd come fattore di instabilità della coalizione di governo e collocato al centro; il renzismo; l’improvvisazione del progetto di Liberi e uguali, lo scarso coraggio di Rifondazione anni fa a rimettersi in causa in un soggetto politico più largo, la tardiva rottura dei Ds da parte di Sinistra democratica). Ma perché soprattutto un esito così devastante – e perdipiù dopo oltre due decenni di berlusconismo – non può essere spiegato con le categorie del harakiri e del “tradimento”. I gruppi dirigenti della sinistra e le loro politiche sono il frutto di un humus, per così dire, ambientale e di sconfitte politiche subite non solo in Italia di fronte al neoliberismo trionfante e alla sua cultura. C’è stato piuttosto un deficit di analisi e di proposte in grado di provare a reggere la sfida e a risalire la china. Chi aveva responsabilità di governo nei paesi europei è più colpevole di altri. Vent’anni fa quasi tutta l’Europa era guidata da governi della sinistra storica.

Se in via preliminare le cose stanno così, lo sguardo deve essere capace di andare oltre la congiuntura e di misurarsi almeno con la società italiana che ha provocato l’esito politico che abbiamo dinanzi. Del resto tutti i nostri problemi erano già stati squadernati dai deludenti risultati delle elezioni del 2006 e del 2013, che solo una certa pigrizia intellettuale aveva contribuito a sottovalutare pensando che l’esperienza di governo comune dell’Unione prima e degli esecutivi Letta-Renzi-Gentiloni avrebbero ridimensionato. 

Aver sottovalutato il primato della “riforma della politica” come questione che riguardava innanzitutto la sinistra è stato – come dimostra l’emergere del fenomeno dei grillini diventato realtà – l’errore più grande. Se ne è parlato tanto e non si è prodotto nulla. La perdita di prestigio di politica e partiti è diventata una voragine, oltre che il collante di un posizionamento politico. Da qui quel venir meno dello spartiacque tra destra e sinistra che doveva misurarsi con idee differenti di società, libertà, comportamenti, welfare e valori. La sinistra moderata è diventata soprattutto “centro” e quella radicale, almeno in Italia dove non si è accompagnata di recente a nuovi movimenti (dobbiamo riandare a Genova 2001 e ai no-global) a differenza per esempio della Spagna dove il partito Podemos è stato preceduto dagli “indignados”, ha tentato di unirsi solo in condizioni di emergenza e in difesa dell’esistente con pochi abbozzi di nuova teoria politica. I 5 Stelle conseguentemente sono andati a occupare saldamente (e chissà in modo non effimero) l’ambiguo spazio del rifiuto della politica e delle sue logiche che  convive con un sentimento di ribellione antisistema (Jacopo Iacoboni, “L’esperimento. L’inchiesta sul movimento 5 stelle”, Laterza).

Quell’assenza di società

Torniamo indietro, dunque, ai problemi endemici della società italiana. L’analisi di Leopardi è lucida, impietosa, come si addice a chi ripone fiducia nel secolo dei lumi e riflette su cosa genera il vincolo sociale. Per lui, in Italia non ci sono élite e non c’è una tradizione da “società stretta” che produce virtù e comportamenti socialmente accettati, oltre che coesi. Quindi, in Italia c’è poca “società”: il che finisce per produrre inevitabilmente “cattiva società”. Il suo “Discorso” è scritto in piena Restaurazione seguita alla Rivoluzione francese e prima dell’avvento dell’unità nazionale italiana (sarà pubblicato per la prima volta nel 1906). Il tema che il poeta di Recanati sceglie per la sua riflessione è quello dell’arretratezza italiana: individualismo, potere nelle mani di possidenti culturalmente miopi, scarsa circolazione delle idee che dominano nel resto d’Europa. 

Leopardi è il primo a indicare il principale virus italiano: il mancato sviluppo di una struttura economica da capitalismo nascente accompagnato dal sorgere di una borghesia. Sull’autore della “Ginestra, Gramsci dà nelle sue “Lettere dal carcere” un giudizio preciso: “Nel Leopardi si trova in forma estremamente drammatica la crisi di transizione verso l’uomo moderno”. E a lungo la sinistra italiana si interrogherà – a iniziare da un saggio filosofico di Cesare Luporini del 1947 – sulla lezione politica di Leopardi. Per Luporini, il poeta non fu filosofo “in senso tecnico e critico-scientifico” ma piuttosto un “grande moralista” di levatura europea che dall’iniziale condizione di sofferta solitudine, attraverso la delusione storica della cultura borghese, approderà alla formulazione di un arduo e affascinante progetto di “umanità sociale e progressiva” (Cesare Luporini, “Leopardi progressivo”, Editori Riuniti, 2006). Al di là di una discussione datata, è indubbiamente Leopardi a levare per primo l’indice sulle anomalie che accompagnano il farsi Stato-nazione dell’Italia.

Sul piano del metodo, dopo quella di Leopardi, viene ancora buona la lezione di Piero Gobetti che ha iniziato a leggere i mutamenti italiani della sua epoca – il fascismo nascente e poi al potere – come una vera e propria “autobiografia di una nazione”, insegnamenti completati ulteriormente da Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti  nella loro originale lettura del fascismo italiano (“regime reazionario di massa” e non solo svolta autoritaria ispirata dalle malefatte del capitalismo-imperialismo).

Scrive Gobetti a proposito del Risorgimento:

Il problema italiano non è di autorità, ma di autonomia: l’assenza di una vita libera fu attraverso i secoli l’ostacolo fondamentale per la creazione di una classe dirigente, per il formarsi di un’attività economica moderna e di una classe tecnica progredita.

Il Risorgimento “senza eroi”, con il suo esito monarchico, era stato calato dall’alto. La sfida, all’inizio degli anni Venti del secolo scorso, era per il giovane torinese quella di riempire di valori condivisi le istituzioni liberali create dallo Stato unitario. Nell’approccio analitico alla questione italiana avviene la convergenza, pur nelle differenze, con le tesi di Gramsci nel laboratorio Torino degli anni Venti, che poi troveranno compiutezza nei “Quaderni”. In Italia non ci sarà però mai un liberalismo progressista come quello gobettiano, che si limiterà a ispirare alcune componenti del Partito d’Azione.

Do per scontata la lettura di Gramsci e insisto su Gobetti. Quest’ultimo vede nella nascita dei futuri partiti di massa italiani – Partito popolare, Partito socialista, Partito comunista – la possibilità di fondare per la prima volta una democrazia di massa. Nel 1924, scrive un libro fondamentale, “La rivoluzione liberale. Saggio sulla lotta politica in Italia”, articolato in quattro capitoli: l’eredità del Risorgimento, la lotta politica in Italia, la critica liberale, il fascismo (questa suddivisione ispira successivamente i “Quaderni del carcere” di Gramsci, dove trovano posto tra l’altro la questione meridionale, quella vaticana, l’analisi del ruolo degli intellettuali, una teoria originale dell’egemonia e della trasformazione come processo sociale non solo politico, una analisi originale del pensiero politico di Machiavelli). Per Gobetti, la lotta politica non può che essere lotta sociale ispirata da una idea laica dello Stato e delle istituzioni: quello che mancherà all’Italia. 

Sulle modalità di elezione del Parlamento, Gobetti è un convinto assertore del proporzionale. Il collegio uninominale – scrive – aveva “corrotto il rappresentante in tribuno”. Sulle tasse, ha una opinione precisa:

Il contribuente italiano paga bestemmiando lo Stato. Non ha coscienza di esercitare, pagando, una vera e propria funzione sovrana. L’imposta gli è imposta. Una rivoluzione di contribuenti in Italia in queste condizioni non è possibile per la semplice ragione che non esistono contribuenti.

Era perciò necessaria, secondo l’analisi di Gobetti, una rivoluzione industriale e di forme capitalistiche di produzione che però in Italia ci sarebbe stata soltanto a iniziare dal boom economico dei primi anni Sessanta. Fin troppo facile di conseguenza scorgere le analogie tra temi gobettiani e gramsciani con quelli che si ripropongono nell’Italia contemporanea. 

Gobetti e Gramsci

Gobetti si occupava pure di scuola, altro male italiano difficilmente curabile: bisognava, secondo lui, superare l’analfabetismo dominante nella sua epoca.

Sono un esercito di oltre due milioni di persone. Hanno soprattutto un’età compresa tra i 46 e 65 anni, vivono prevalentemente al sud. E non sanno leggere né scrivere. O meglio non sono in grado, in base ai parametri dell’Ocse, di interpretare o compilare documenti elementari. La loro definizione ufficiale è analfabeti funzionali,

scrive ancora negli anni 2000 il Centro europeo dell’educazione a proposito dell’Italia che occupa gli ultimi posti in Europa sui dati dell’educazione universitaria e tecnologica. 

Per Gobetti, infine, su Benito Mussolini e sul fascismo si convoglia il tacito consenso della popolazione italiana per ottenere lo sradicamento di ogni lotta politica dallo Stato-nazione italiano ancora in formazione. Per questo, invoca un neo-liberalismo dal momento che il fascismo lo interpreta come il risultato di chi non ha saputo governare l’Italia nei primi quarant’anni di unità nazionale. Fascismo, dunque, come “autobiografia della nazione”, cioè come patologia trasformatasi in fisiologia della società italiana. Il Risorgimento progressista di Carlo Cattaneo è sconfitto, aggiungerà,  e la società italiana – “statica e stagnante” – ha perso il suo appuntamento storico con la rivoluzione liberale e con quella capitalistica. Gobetti individua come unico varco lasciato aperto alla speranza della ragione quello dell’irrompere delle masse proletarie nello spazio pubblico della società italiana.

Il secondo dopoguerra, con la “Repubblica dei partiti” e la Costituzione democratica, ha dato ragione a Gobetti. L’Italia uscita dalla guerra e dal fascismo ha trovato finalmente un assetto democratico, dove i partiti di massa svolgevano la funzione storica dell’alfabetizzazione politica diffusa. Per la prima volta nella storia italiana, grandi masse partecipavano al circuito della democrazia. Certo, si trattava di una democrazia dimezzata dalla conventio ad excludendum (l’impossibilità per il Pci di accedere al governo centrale) e dal contesto internazionale del bipolarismo e delle “sfere d’influenza” che guardavano a Washington e Mosca ma per il caso italiano era in quel passaggio d’epoca che prendeva forma il “partito nuovo” voluto da Togliatti che avrebbe segnato con tutte le sue peculiarità (e i suoi limiti) la storia della sinistra di questo nostro paese. 

Il Pci non era allora un partito di “quadri” che attendeva in modo messianico la rottura rivoluzionaria, bensì un soggetto politico che affondando radici nella società del lavoro e nella storia italiana si poneva l’obiettivo di migliorare le condizioni di vita delle masse usando tutti gli strumenti della democrazia rappresentativa. C’era così nei fatti una società istituzionale – quella prevalentemente a guida democristiana – e c’era una sorta di contro-società che faceva riferimento al Pci e alle sue organizzazioni di massa (sindacato, associazionismo, cooperative, movimenti) in grado di esercitare una egemonia sui ceti medi e intellettuali almeno fino al 1968, quando quel circolo virtuoso subisce una prima frattura e pone ai comunisti il tema del proprio rinnovamento che il partito finisce per eludere e rinviare con la radiazione del Manifesto. 

Tutto questo avveniva mentre restava aperto il dibattito sulla specificità del capitalismo italiano che ha costituito una delle spine nell’orientamento del Pci. Ancora nel 1962 – nel famoso convegno dell’Istituto Gramsci su “Tendenze del capitalismo italiano” – il gruppo dirigente comunista si divideva tra una lettura sull’arretratezza dell’organizzazione economica italiana e della sua borghesia (Giorgio Amendola) e il suo eventuale passaggio in fieri verso una società capitalisticamente matura (Lucio Magri). In realtà, in Italia – per le specifiche condizioni della ricostruzione economica – non esisteva una forma capitalistica in cui il mercato convivesse con un regime di libera concorrenza nel settore dei servizi e dove l’economia privata fosse predominante rispetto all’intervento pubblico e statale. Lo stesso neocapitalismo italiano avrebbe avuto tratti assai specifici negli anni del boom economico. Lo avremmo riscoperto negli anni recenti delle privatizzazioni e delle direttive europee sui servizi e i consumi (se non si fosse trattato dell’Italia, l’impegno dell’allora ministro Pierluigi Bersani su questo terreno sarebbe apparso anacronistico in qualsiasi altro paese europeo). L’economia italiana – tra Tangentopoli, inserimento nell’euro e primi segnali della globalizzazione – sarebbe divenuta a rischio implosione per la sua fragilità non meno del sistema politico nel corso degli anni Novanta. Il problema diventava in quel frangente capire cosa stesse diventando l’Italia nell’era dell’europeizzazione e della globalizzazione finanziaria. Il positivo “caso italiano” degli anni Sessanta e Sessanta andava infatti evaporando sotto i nostri occhi mentre crescevano fuori dai confini nazionali i centri di indirizzo e di dominio dell’economia e della politica, nel contempo una parte della sinistra ne accettava l’approdo e un’altra sceglieva la resistenza senza progetto.    

L’intuizione di Pasolini

È stato Pier Paolo Pasolini – come prima Leopardi, Gobetti e Gramsci – ad affondare nuovamente il bisturi con la sua descrizione peculiare della società italiana di inizio anni Settanta (“Scritti corsari”). L’analisi pasoliniana più politica è racchiusa in quella invettiva politica dal titolo “Cos’è questo golpe? Io so” (“Corriere della Sera”, 14 novembre 1974) che vale la pena riprodurre in alcune parti.

Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe (e che in realtà è una serie di golpe istituitasi a sistema di protezione del potere). Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969. Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974. Io so i nomi del vertice che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di golpe, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli ‘ignoti’ autori materiali delle stragi più recenti. Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974)…. 

Per lo svolgimento del nostro ragionamento, è soprattutto la seconda parte di questo scritto di Pasolini a ritornare utile:

Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero. Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio “progetto di romanzo” sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere… Ma non esiste solo il potere: esiste anche un’opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano. È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all’opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell’Italia e delle sue povere istituzioni democratiche. Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico. In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario – in un compatto “insieme” di dirigenti, base e votanti – e il resto dell’Italia, si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un “Paese separato”, un’isola. 

Non c’è modo migliore di quello di Pasolini per ricordare cosa è stata l’Italia per una lunga fase del dopoguerra. “Un Paese nel Paese” è la più fertile e poetica definizione di cosa abbia rappresentato – nel bene e nel male, con limiti evidenti – il Pci nella storia nazionale. Se è inutile avere soverchie nostalgie per quella lunga e irripetibile stagione, bisogna però sottolineare come la scomparsa di quel “Paese nel Paese” (con tutte le sue ombre che sono già chiare allo stesso Pasolini) come grumo di passioni democratiche abbia contribuito prima al declino e poi alla definitiva eclissi del “caso italiano” come anomalia positiva rispetto ad altri paesi europei.

La fine di una anomalia positiva

Non ha avuto ragione neppure Indro Montanelli, che conosceva bene storia e umori italiani, quando sosteneva che l’Italia si sarebbe presto liberata di Berlusconi dopo averlo condotto al governo.

Berlusconi è una malattia che si cura soltanto con il vaccino, con una bella iniezione di Berlusconi a Palazzo Chigi, Berlusconi anche al Quirinale, Berlusconi dove vuole, Berlusconi al Vaticano. Soltanto dopo saremo immuni,

aveva detto Montanelli in una intervista a “la Repubblica” del 26 marzo 2001.

Giuseppe De Rita, tra i padri della sociologia italiana, ha fotografato in modo efficace ciò che è accaduto.

Berlusconi continua a essere il politico che più assomiglia agli italiani, così come sono diventati. Incomprensibili. La società è sempre più sparpagliata. Spezzettata. E’ una mutazione che non so spiegare. Dieci anni fa avrei parlato di neoborghesia, venti o trent’anni fa di sommerso o di postmodernità. Quella di oggi è una società a coriandoli. Non la si può studiare se non antropologicamente (“Corriere della sera”, 25 agosto 2007).

Tutto ciò che costituiva legame sociale e istituzionale si è dissolto. E’ avvenuta una mutazione antropologica, 

Lo stesso De Rita, in tempi più recenti, ha fatto la fotografia sociologica dell’Italia contemporanea: un paese anagraficamente vecchio, rancoroso socialmente, diffidente delle istituzioni, sempre più diseguale, debole istituzionalmente, con nuove divisioni tra nord e sud, senza idee di futuro sul suo ruolo nel contesto europeo. Fino alla fine degli anni Settanta eravamo invece un positivo “caso italiano” da guardare con ammirazione e perfino stupore: il  paese  più  politicizzato e sindacalizzato di Europa, che si concedeva il lusso del più forte e radicato partito comunista di Occidente, dove anche il ‘68 aveva avuto una durata e una qualità senza riscontri neanche nella  Francia  del “maggio”. L’intuizione  politica  di  Bettino Craxi – su cui ha costruito le sue effimere fortune – è stata quella di scoprire negli anni Ottanta che quel “caso” finiva  per essere al tempo stesso un valore e un limite della situazione italiana: il  Pci non  poteva  governare  al  centro  del  sistema  politico,   pur facendolo  in  periferia  (Comuni e Regioni).  Ecco  spiegata  la “centralità” socialista come rendita di posizione in un  sistema istituzionale  bloccato  che  non  sapeva  rispondere  alle nuove richieste di modernizzazione e innovazione che  venivano dalla realtà  sociale del paese (la Dc, inoltre, non poteva governare da  sola o alleandosi con la destra di estrazione fascista). 

Nel 1992 – sotto i  colpi  di  Tangentopoli – cadeva la  rendita  di  posizione politica che aveva la specifica forma di governo e di potere nel craxismo (quel Caf che teneva uniti Craxi-Andreotti-Forlani). L’Italia veniva inoltre colpita – proprio nel corso di Tangentopoli – nelle sue debolezze strutturali dai processi di violenta globalizzazione economica, fino al punto che oggi tutta la nostra industria pubblica è in ginocchio insieme al settore dei servizi (Alitalia, ferrovie, trasporti, scuola, università, sanità, eccetera). 

Alla “balena bianca” democristiana si è via via sostituita una forma peculiare di rifiuto della politica (populismo?) che ha cancellato la storia e il radicamento dei partiti di massa. Perfino il Sessantotto e gli anni successivi delle conquiste operaie e dei referendum su divorzio e aborto possono essere riletti sui tempi lunghi della storia nazionale come significative parentesi di modernizzazione piuttosto che come fasi di trasformazioni strutturali. In questo caso, si può usare con cognizione di causa la categoria gramsciana di “rivoluzione passiva”. 

Un’altra rivoluzione mancata

Ancora una volta, come annotato da Gobetti e Gramsci su altre epoche, l’Italia ha sprecato la sua occasione rivoluzionaria (Tangentopoli) per diventare finalmente Stato unitario, democratico e laico. Abbiamo perso negli ultimi due decenni tutte le scadenze con le riforme morali e della politica, accettando solo quelle con le riforme economiche imposte dal procedere dell’Unione europea. La possibile “autoriforma della politica” si è rivelata una illusione. Ecco così, ancora una volta, che il berlusconismo, come il leghismo che domina la parte tradizionalmente più sviluppata del paese e il grillismo che pare dominare a sud, ma pure il tramonto di una sinistra autonoma politicamente e culturalmente, non possono che essere spiegati con il metodo della “autobiografia di una nazione”. Il populismo contemporaneo, con tutte le sue diversità storiche rispetto al passato, è in nuce un “regime reazionario di massa” che potrebbe durare anche questa volta a lungo. L’ambiguità politica dei 5 Stelle è di fronte a questo bivio.

Aver conquistato oltre il trenta per cento dell’elettorato non è impresa da poco. I grillini sono andati a occupare un vuoto di politica di cui il “né di destra, né di sinistra” è stata parola d’ordine rivelatasi efficace nell’ex paese più politicizzato d’Europa. E si può aggiungere che i 5 Stelle abbiano addirittura frenato e contenuto il possibile sbocco maggioritario a destra dell’ondata di delegittimazione della politica. Sono riusciti così a occupare uno spazio/cuscinetto che è un mix interclassista e di motivazioni diverse.

Lo stesso ristrutturarsi della sinistra italiana appare racchiuso nelle frontiere di una autobiografia nazionale. Il paese della sinistra così originale di Piero Gobetti, Antonio Gramsci, Palmiro Togliatti, Pietro Ingrao, Giorgio Amendola, Bruno Trentin ma anche del gruppo del Manifesto, di Lelio Basso, Rodolfo Morandi, Vittorio Foa, Riccardo Lombardi, Renato Panzieri e altri ancora finisce – nella sua formazione maggioritaria, il Pd – per fare la parodia del sistema politico degli Stati Uniti. Per qualche anno si è raccontata la favola di un Ulivo nazionale (Prodi) che avrebbe anticipato il formarsi di un Ulivo mondiale (Clinton), mentre la sinistra socialista o alternativa di altri paesi europei non aveva all’ordine del giorno una trasfigurazione delle stesso genere pur vivendo una stagnazione acutissima. La verità è che il terremoto politico presente sotto i nostri occhi nelle sue forme peculiari non riguarda solo l’Italia, pur essendo il Pd il prodotto in provetta di una saldatura tra cattolicesimo democratico e tradizioni di origine, comunista, socialista e laica. Se la crisi della politica (e della sua autonomia dall’economia) è un problema mondiale, questo si presenta in Italia con aspetti specifici che non hanno riscontro in altri paesi europei dove comunque sopravvive – pur ammaccata – una fisiologia democratica compiuta e la politica dimostra di sapersi rigenerare in parte con caratteristiche pur discutibili.

In definitiva, della storia del comunismo italiano – niente affatto frutto del caso o di una congiura degli  eventi – la sinistra di casa nostra si è liberata troppo in fretta senza indagarla in profondità e con buona memoria. Si poteva cambiare nome e simboli cercando altri approdi rispetto a vaghe carovane e nuovi inizi. E chi ha tentato la via della “rifondazione” si è perso lungo il cammino cercando vecchie certezze. Ricostruire cosa è avvenuto dal 1991 a oggi – cioè dallo scioglimento del Pci in poi – dovrebbe perciò far parte della nostra discussione, mentre invece tutto ciò che concerne questa periodizzazione viene continuamente espunto dal confronto o per far prevalere scelte tattiche o per il dolore che provoca rifare i conti con la memoria individuale e collettiva. I tentativi a “destra” e a “sinistra” della sinistra di costruire nuovi soggetti politici sulle macerie del Pci sono falliti. Sia il Pd, sia i tentativi di dar forma a una nuova sinistra degli anni 2000.

Per ripartire, bisogna tuttavia avere almeno il senso tragico di cosa è accaduto e accade sotto i nostri occhi (ultimo esempio, le elezioni del 4 marzo 2018). Una dimostrazione della nostra attuale afasia è che non esistono le parole per descrivere a chi non ha vissuto o vive in Italia cosa è diventata l’Italia. È un ottimo esercizio provare a farlo. Lo sforzo lessicale di raccontare in modo comprensibile questo nostro paese è già un obiettivo politico. O forse “civile”, come avrebbe potuto scrivere Pasolini. 

Un contributo culturale decisivo può venire pure dal filone così peculiare del cattolicesimo democratico italiano, anch’esso attualmente afono, che è un’altra nostra specificità nazionale: Giuseppe Dossetti, cardinal Martini, Franco Rodano, Ernesto Balducci, Tonino Bello, Primo Mazzolari, don Milani e altri.

 Il rebus delle due sinistre

Lo stato comatoso del socialismo europeo merita molta attenzione, non fosse altro perché le sue cause fanno problema. La sinistra resiste al governo a Stoccolma e Lisbona, è in ripresa a Londra con Jeremy Corbyn alla guida del Labour party, appare sotto la tenda a ossigeno in Germania dove è ingabbiata nel governo di unità nazionale, in Francia dove le aspettative della presidenza Hollande sono andate deluse e hanno prodotto la fenomenologia Macron, in Spagna dove il Psoe si dibatte tra le convulsioni e non trova un modus vivendi con Podemos che intanto – come ha fatto la Linke in Germania – ha pure assorbito forze neocomuniste come Izquierda unida non avendo timore di evidenziare le proprie radici a sinistra (altra dissonanza con i grillini). Vanno molto di moda in particolare riferimenti entusiastici a Jeremy Corbyn e Bernie Sanders, che pure della sinistra europea non fa parte, per come hanno dato nuovo sangue e nuove idee ai loro partiti. Del primo si apprezza il  risultato elettorale in Gran Bretagna che ha il sapore della ripresa, accompagnato da correzioni sostanziose al blairismo del Labour Party. Il secondo viene dipinto come colui che avrebbe potuto fermare Donald Trump grazie al voto dei giovani e all’estraneità alle potenti lobbies che invece erano l’ombra di Hillary Clinton. Sono in effetti due casi esemplari, in contesti diversi, di leader che hanno riaperto una dialettica a sinistra nei loro partiti e nel dibattito pubblico. 

Perché l’apprezzamento non si fermi in superficie, bisogna andare più in profondità. Quali sono i rapporti possibili tra le nuove sinistre europee – Podemos,  Linke, Tsipras, eccetera – e le sinistre dei partiti storici? Sarebbe forse un errore puntare solo sulle virtù delle nuove sinistre dando per spacciate e inutilizzabili le vecchie. Nel Labour, ad esempio, strutturato in modo originale senza mai abbandonare il rapporto con le Unions, c’è sempre stata la sinistra di Tony Benn che oggi è quella di Corbyn. Negli altri partiti il confronto è aperto. In Francia dopo il fallimento della presidenza Hollande e l’avvento del ciclone Emmanuel Macron, in Spagna dove ci si dibatte tra le convulsioni del Psoe. 

Se non si vuole rispolverare  la teoria del “socialfascismo” di staliniana memoria, occorre indagare sulle ragioni di queste difficoltà. La prolungata crisi economica e la fine degli Stati nazionali hanno infatti reso impotenti le tradizionali bandiere socialdemocratiche di piena occupazione e redistribuzione dei redditi. Il crollo del “socialismo reale” non è valso come antidoto, i riferimenti ai lavoratori salariati sono andati in frantumi lasciando posto a precarietà e mutabilità della condizione di lavoro, si è paralizzato il progetto di unità europea su cui la sinistra aveva puntato e che ora appare solo una burocrazia economica fatta di lacci e lacciuoli. Non c’è stato infine un ripensamento sulle identità e i valori possibili di un moderno socialismo nell’era del digitale e della comunicazione permanente. L’idea di poter addomesticare il capitalismo in modo concordato si è rivelata inefficace già prima che arrivasse la crisi iniziata nel 2008. Il blairismo neoliberista che ha dominato per una lunga fase come risposta si è rivelato un bluff. Il liberismo dominante dagli anni ottanta (Reagan, Thatcher) ha piegato il proprio antagonista, facendogli introiettare molte delle sue ragioni (Blair, Schröder). Da noi in Italia ad aggravare il quadro ci ha pensato poi l’anomalo Pd a gestione di Matteo Renzi. Mancano in Europa leader della statura di Willy Brandt, Olof Palme, Bruno Kreisky per non citare le personalità di casa nostra di orientamento comunista. 

Eppure sul  campo non ci sono solo macerie (è un errore semplificatorio pensare, come ha fatto Tomaso Montanari introducendo l’assemblea del Brancaccio dopo la vittoria del “no” nel referendum costituzionale del 2016, che tutto “il Pd è ormai un pezzo di destra, una destra non sempre moderata”). Ci sono per fortuna contraddizioni su cui agire tra elettorato, rappresentanza sociale e politica. Resta intanto convincente la distinzione della tradizione socialdemocratica tra mercato e capitalismo: il primo esiste da tempo immemore, il secondo ha assunto forme specifiche – modi di produzione e distribuzione – nel corso di vari periodi storici. La sconfitta del “socialismo reale”, in fin dei conti, si è consumata su tale tema: l’abolizione del mercato, dopo gli iniziali successi della pianificazione come paradigma, ha prodotto inefficienza, burocrazia, improduttività, identificazione tra Stato e partito. Il fallimento è stato prima economico e dopo politico. Come si ripensa una formazione storica altra? 

Dalle esperienze più avanzate della socialdemocrazia (Svezia, Danimarca, Germania) ci viene d’altro lato consegnato il tema della mediazione tra Stato e mercato in una cornice di democrazia politica che può favorire la democrazia economica, oltre quello – da aggiornare in continuazione, soprattutto nell’attuale fase di crisi economica prolungata – di come si possano perseguire politiche keynesiane di ridistribuzione del reddito e di tendenziale nuova occupazione legata a un’idea di nuovo sviluppo ecologicamente sostenibile. Il welfare è dunque la conquista sociale più avanzata della sinistra del secolo scorso, frutto del braccio di ferro tra mercato e movimento operaio.  Che welfare pensare oggi?

Nuove e vecchie sinistre – le “due sinistre” – sono perciò destinate a gareggiare e a convivere in un rapporto di distinzione organizzativa e di pluralismo/competizione politica, oltre che in una situazione molto mutata rispetto al passato. Non ci sono ancoraggi ideologici a cui aggrapparsi. Né da una parte né dall’altra. Senza le une e senza le altre (o peggio, con le une contro le altre) il tema del “governo” resterà una chimera. Anche quello del “governo dei processi sociali” che si può fare efficacemente dall’opposizione. In Germania – Spd, Linke, Verdi – e in Spagna – Podemos, Psoe – ci sono già maggioranze potenziali. Non nell’immediato, le uniche però di sinistra di un domani possibile. La genesi delle nuove sinistre e la vetusta di quelle storiche è problema che merita attenta meditazione e non può essere risolto con incomunicabilità e conflitto permanenti. Se le due sinistre restassero immutabili e impermeabili l’una all’altra, non ci sarebbero chance di governo. (Marco Damiani, “La sinistra radicale in Europa”, Donzelli).

 Il capitalismo è una pecora?

Come si fa a salvaguardare il mercato, che ha dimostrato di sapersi rigenerare continuamente, in nuove forme capitalistiche di produzione controllate rispetto ai vincoli della natura e della soggettività è quesito centrale tuttora. Da questo punto di vista,  resta valido un ammonimento di Olof Palme che vale come metafora: “La pecora del capitalismo va continuamente tosata. Bisogna fare però attenzione a non ammazzarla”. Palme era inoltre convinto che la democrazia economica accompagnata dalla democrazia politica avrebbero aperto una stagione di conquiste sociali più avanzate in direzione di una società socialista che si costruiva per tappe (il modello svedese). Il problema più grande di questa fase, a differenza del passato, è tuttavia l’assenza della “politica” che si era rivelata decisiva per domare l’anarchia capitalistica. Iniquo, instabile, inquinante sono tre giudizi sui punti di debolezza del sistema capitalistico molto efficaci da ribadire, a cui andrebbe collegata – come la sinistra ha saputo fare in altri momenti – una capacità di critica ai valori e agli stili di vita delle società di massa a capitalismo maturo. 

Parte della nostra attuale impotenza ideale nasce dal fatto che abbiamo abbandonato le armi della critica sociale, oltre alle armi della critica economica.  Il tornado del liberismo e la crisi del socialismo (compreso quello socialdemocratico) ci hanno travolti facendoci abbandonare qualsiasi pensiero critico sul presente e sul futuro (l’autonomia del politico, avremmo detto una volta). Non accettare l’austerity dei bilanci come dogma sarebbe un primo passo in avanti per ripartire con il ripensamento del keynesismo che resta una ricetta chissà insuperata per l’Occidente capitalistico. 

Le politiche di una nuova sinistra non possono tuttavia limitarsi a correggere mercato e spontaneità del capitale. Occorre tornare a interrogarsi sul ruolo delle soggettività e di una società altra (a questo proposito, è utile una rilettura della riflessione filosofica di Claudio Napoleoni che accompagna il suo pensiero economico). La politica che si limita a ridistribuire, con i tempi che corrono, è una buona politica – ammesso che ce ne siano i margini – ma certo non è capace di suscitare grandi passioni ideali e grandi obiettivi. Qui, oltre a un modello sociale alternativo, si pone il tema della “democrazia” e del suo rilancio dopo la fase del liberismo che la ha attaccata ai fianchi restringendone gli spazi d’azione e di allargamento. L’emergere di una “questione democratica” è problema almeno europeo: le forme della democrazia sono in crisi in tutto l’Occidente.

Storicamente la socialdemocrazia si è occupata poco di ripensare i modelli democratici europei. L’attenzione, in passato, era prevalentemente rivolta all’economia della redistribuzione dei redditi e alla costruzione del welfare. Oggi lo sforzo andrebbe spostato ugualmente sul versante squisitamente politico delle  forme di partecipazione e dei diritti nelle singole società (la crisi della democrazia come grande questione su cui ci ha ammonito tra gli altri Stefano Rodotà), accompagnandolo alla capacità di proporre la democratizzazione delle istituzioni internazionali (dalla riforma dell’Onu a quella – impossibile? – dei meccanismi di decisione della Banca europea e del Fondo monetario internazionale). I movimenti no-global hanno nominato le questioni aperte ma doveva essere la politica (la sinistra europea innanzitutto) ad assumerle come nuove idee-forza di un profilo progettuale. Così non è avvenuto. La sinistra si è divisa tra testimoni del passato (i partiti storici) e testimoni generosi del presente (i nuovi movimenti): è mancato l’incontro fecondo tra gli uni e gli altri che poteva contaminare gli uni e gli altri.

Già nel 1976, in un carteggio di grande spessore teorico e ideale, Brandt, Kreisky e Palme si interrogavano tra loro su quali dovessero essere le inedite idee guida di una nuova fase offensiva del socialismo europeo (i testi furono pubblicati in Italia da Lerici editore). La fine del ciclo, in fin dei conti economicista, che aveva dato vita ai welfare appariva a loro ben chiara con oltre trent’anni di anticipo. Queste considerazioni spiegano il mio interesse per i governi di José Luis Zapatero in Spagna (2004-201l). Vi era in quelle esperienze la giusta intuizione che i classici paradigmi socialdemocratici (piena occupazione, redistribuzione del reddito) andassero spostati sulla priorità del ridisegno della democrazia e dei diritti di cittadinanza per i parzialmente esclusi (a iniziare da quelli degli omosessuali e delle donne). 

Il ragionamento di Zapatero nella sua esperienza di governo era più o meno questo: sulla politica economica nazionale non posso fare grandi cose perché i vincoli interni, con l’avvento dell’Unione europea e dell’euro, non esistono quasi più ma posso fare grandi cose sulla questione democratica. Da qui, i primi quattro anni di governo dedicati a radicalizzare lo scontro con la memoria del franchismo e con l’oscurantismo della Chiesa spagnola in materia di libertà. L’errore di Zapatero è stato quello di non prevedere la crisi economica e di sottovalutarla quando è arrivata nel 2008. Il suo “socialismo dei cittadini” è restato così amputato dalla capacità tradizionale della socialdemocrazia di tenere sotto controllo l’economia e trasformarla. La sua sconfitta ci insegna che anche in tempi di globalizzazione non si può delegare le politiche economiche alle banche e alle istituzioni finanziarie. Occorre fissare vincoli interni.

Ancora Gramsci e Gobetti

Venendo all’Italia, il filone identitario sul quale proverei a ripartire è quello che è stato sempre minoritario nella storia della nostra sinistra a prevalente egemonia comunista (seppure molto originale) e che diede vita alla breve stagione del Partito d’Azione: diritti, libertà, eticità, questione morale, democrazia economica, cittadinanza in un orizzonte di democratizzazione sociale e istituzionale unificante l’intera Italia avendo come prospettiva un moderno socialismo. Nel dopoguerra non erano maturi i tempi per varie ragioni (non solo interne) per quel tipo di sinistra. 

Conservano in tale prospettiva suggestione e fascino immutati per indicare la traccia di un cammino – come ho già ricordato – l’incontro e la collaborazione tra Gramsci e Gobetti a Torino all’inizio degli anni Venti. Originale marxismo e originale liberalismo furono uniti nella loro peculiare lettura della storia nazionale (“l’autobiografia di una nazione”) e delle origini del fascismo. Oggi si può riattualizzare quell’incontro tra il marxismo più originale della tradizione della sinistra italiana e dei nuovi movimenti con le nuove culture liberal originate dalla società di massa? Nel dibattito e nella ricerca insufficienti che animano Labour, Spd, Partito socialista francese, socialisti svedesi, eccetera mi sembra che le correzioni auspicate vanno tutte in questa direzione: riduzione dello statalismo, recupero di una analisi critica dei processi di globalizzazione, nuova attenzione ai temi delle libertà individuali e collettive (“i diritti”, quelli che Pietro Ingrao chiamava “i nuovi beni”), centralità delle politiche ambientali, ripensamento della rappresentanza nell’era digitale, annotazioni negative sull’assenza del soggetto politico Europa sullo scenario internazionale. Da seguire con interesse pure il dibattito in corso nel Partito della sinistra europea (Linke, Podemos, eccetera) che dà risposte diverse ai medesimi quesiti.

Torna in molti paesi europei pure il confronto teorico su un possibile nuovo “umanesimo” e sul recupero della dimensione civile per un altrettanto “nuovo individualismo”. Chissà che non sia necessario rinverdire, da questo punto di vista, pure la discussione sul “limite della politica”. La teoria della “potenza della politica”, fino a una concezione da palingenesi, ha fatto danni irreparabili nei decenni passati (ora soffriamo invece l’assenza di politica tout court). Restano,  infine, come conseguenza dell’afasia teorica le domande inevase di “senso” individuale e collettivo a cui la politica deve saper rispondere seppure parzialmente (utile libro  contro l’afasia è “La sinistra che  verrà”, a cura di Giulio Marcon e Giuliano Battiston, Minimum fax, un tentativo di proporre un nuovo alfabeto di parole-chiave con contributi di Wolfgang Streeck, Richard Sennet, Serge Latouche, Luigi Ferrajoli, James K. Galbraith, Wolfgang Sachs, Étienne Balibar, Nancy Fraser, Saskia Sassen, Seyla Benhabib, Giorgio Airaudo, Mario Pianta, Ágnes Heller, Colin Crouch, Vandana Shiva, Boavenutura de Sousa Santos, Philippe Van Parijs, Donatella della Porta, Guy Standing, Beatrix Campbell).

Concludendo, c’è da molto da pensare e da fare per ricostruire una sinistra e una idea socialismo che guardino agli anni a venire. A condizione che l’agire politico non si riduca – come è avvenuto negli ultimi anni – a tattica quotidiana. Sono indispensabili pensieri lunghi.

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Un nuovo filo rosso. Note sparse sul futuro della sinistra ultima modifica: 2018-06-29T13:43:59+00:00 da ALDO GARZIA

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