L’Italia che verrà. Le previsioni Istat al 2065

Cinque tendenze caratterizzeranno l'andamento demografico del nostro paese nei prossimi decenni, ma una sola è una certezza: l'invecchiamento della popolazione.
scritto da VITTORIO FILIPPI

Diceva il filosofo positivista ottocentesco Auguste Comte che “la démographie c’est le destin”. Basta scorrere le previsioni che l’Istat ha appena sfornato sulle tendenze demografiche del paese per i prossimi decenni, e precisamente allungando lo sguardo fino al lontano 2065, per capire il senso della diagnosi che propone lo stesso Istat quando scrive che “A meno di un qualche significativo cambiamento del contesto globale (…) la futura evoluzione demografica appare in gran parte definita.” (1) Insomma se non è un destino, quasi.

Invecchiamento e longevità

È una demografia futura che si articola in una tendenza sicura, due tendenze probabili e due, per così dire, molto aleatorie. Quella sicura è ovviamente l’invecchiamento della popolazione. Se nel 1964 toccammo il picco delle nascite superando il milione di nati – e comunque dal 1959 al 1971 le nascite volarono sempre sopra le novecentomila all’anno – nei prossimi lustri arriveranno all’età anziana proprio le numerose coorti nate in quegli anni generosamente (ed eccezionalmente) prolifici. Per cui, prevede l’Istat, il picco dell’invecchiamento – in pratica il rimbalzo temporale del periodo del baby boom – sarà attorno alla metà del secolo, quando gli ultrasessantacinquenni arriveranno a essere il trentaquattro per cento della popolazione italiana, mentre il 2058 dovrebbe segnare il numero massimo (ma fisiologico) di decessi.

I due eventi probabili si chiamano longevità e depopolamento. La prima è un evento probabile (e auspicabile!) ma non sicuro, perché vi influiscono numerose variabili epidemiologiche oggi non tutte prevedibili e non tutte controllabili. Occorre anche tenere conto che l’invecchiamento stesso trascina una fragilizzazione psicofisica che può facilmente e improvvisamente far aumentare la mortalità. È il cosiddetto harvesting effect, un fenomeno che ad esempio abbiamo conosciuto con le ondate di calore che – è stato stimato – a Milano e a Roma hanno incrementato la mortalità giornaliera rispettivamente del quattro e del cinque per cento per ogni grado centigrado di temperatura sopra la soglia. In realtà, rileva un ampio studio epidemiologico su molti paesi pubblicato da The Lancet, i decessi che interessano gli anziani sono provocati perlopiù dalle temperature fredde. Infatti si stima per l’Italia una mortalità attribuibile alle temperature climatiche del 10,97 per cento: ma il caldo pesa solo per l’1,62%, mentre il freddo è responsabile del restante 9,35% (2).

Comunque, secondo l’Istat entro il 2065 dovrebbe esserci un cospicuo “regalo” di speranza di vita pari a ben cinque anni, tale da permettere alle donne di superare i novant’anni e agli uomini gli ottantasei. I centenari dagli attuali 18 mila diverrebbero 120 mila, mentre i cosiddetti supercentenari – grandi anziani con 110 e più anni – passerebbero dai 18 casi di oggi a 144, avanguardia minuscola ma significativa di una longevità inedita che richiama gli ottocenteschi miti letterari di Faust e di Dorian Gray.

Depopolamento, degiovanimento

Il secondo evento probabile, molto probabile, è dato dal rimpicciolimento della popolazione: in un pianeta in cui solo l’Oceania, il Nord America e soprattutto l’Africa sono previsti in crescita in questo secolo, l’Italia perderebbe da qui al 2065 circa sei milioni e mezzo di cittadini arrivando cioè ad avere una popolazione di 54 milioni di abitanti, un numero che ebbe nei primi anni settanta. D’altronde, il saldo naturale è negativo fin dal 1993. Sarà uno spopolamento disuguale, dato che il Mezzogiorno conoscerà un tracollo di cinque milioni di abitanti frutto del combinarsi perverso di bassa fecondità, modesta immigrazione straniera e flussi emigratori verso il centro-nord o l’estero. Così tra dieci anni la regione più giovane d’Italia non sarà più la Campania ma il Trentino.

Rimangono le due tendenze dalla grande incertezza. Così qualificate perché le previsioni sulla fecondità e sui movimenti migratori (i due fenomeni sono notoriamente connessi) risentono di talmente tante variabili da rendere estremamente arduo e scivoloso lo sguardo prospettico, soprattutto se lungo. In ogni caso, anche se l’immigrazione dovrebbe comportare 2,6 milioni di abitanti in più nel periodo considerato, è evidente che ciò non muta le tendenze profonde dell’invecchiamento e dello spopolamento del paese. Il fatto strutturale è che dagli anni novanta il numero delle donne nate in ciascun anno è tra le 200 e le 250 mila e non si può certo immaginare che oggi si raggiungano i quattro figli a coppia per ritornare alla prospera fecondità degli anni sessanta. Solo negli ultimi dieci anni le madri potenziali (cioè tra i 15 e i 45 anni) sono calate del dieci per cento, il tasso di fecondità del sei e quello delle donne straniere del quindici.

Che questo sia il prossimo (ineluttabile) percorso demografico dell’Italia lo confermano i numeri della Fondazione Agnelli, che in uno studio sulla futura popolazione scolastica prevede che nei prossimi dieci anni la fascia dai 3 ai 18 anni calerà di circa un milione di unità con la conseguente perdita di quasi 56 mila posti e cattedre nella scuola dell’infanzia, in quella primaria e nelle secondarie di primo e secondo grado (3). Solo una regione italiana – il Trentino – avrà una (modestissima: più uno per cento) crescita degli iscritti alla scuola dell’infanzia, mentre in Sardegna e in Campania il crollo sarà del venti e del quindici per cento rispettivamente. Percentuali che ben quantificano quel “degiovanimento” che ormai ipoteca pesantemente il futuro demografico prossimo venturo.

(1)  Istat, Il futuro demografico del paese, 3 maggio 2018;

(2)  Ministero della Salute, Effetti delle ondate di calore sulla salute e sottogruppi di suscettibili, 30 maggio 2016; Mortality risk attributable to high and low ambient temperature: a multicountry observational study, “The Lancet”, July 25, 2015;

(1)  Fondazione Agnelli, Scuola. Orizzonte 2028. Evoluzione della popolazione scolastica in Italia e implicazioni per le politiche, aprile 2018.

L’Italia che verrà. Le previsioni Istat al 2065 ultima modifica: 2018-07-02T19:00:35+02:00 da VITTORIO FILIPPI

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