Se Trump lascia il teatro siriano

Gli Usa consentirebbero ai russi di aiutare le forze di Assad a riconquistare il territorio tra Daraa e Quneitra, nel sud del paese. In cambio Mosca farà in modo di tenere il più lontano possibile gli iraniani dal confine israeliano. Un'intesa sul tavolo del prossimo vertice di Helsinki
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

L’avanzata delle truppe governative verso le aree in mano ai ribelli nella zona di Daraa, al confine con la Giordania, ha spinto decine di migliaia di persone a lasciare le case per allontanarsi dai combattimenti. Secondo le Nazioni Unite, gli sfollati sono almeno 270mila: la cifra è inquietante, perché la stessa Onu aveva registrato quota 160mila.

L’avanzata siriana, sostenuta dall’aviazione e da forze speciali russe, è volta a riconquistare la zona meridionale del paese, ancora in parte occupata dai ribelli. Domenica i lealisti hanno conquistato la città strategica di Bosra al-Sham, ma l’offensiva va avanti. La situazione dei civili in fuga diventa di ora in ora più drammatica, perché Israele ha fatto sapere che non aprirà le frontiere ai profughi. Lo stesso ha comunicato la Giordania, che però ha già accolto un milione e trecentomila siriani in fuga dall’inizio della crisi. Il governo di Amman ha comunicato di avere spedito convogli di aiuti, che sono in attesa dell’apertura del confine con la Siria.

Il ministro degli esteri di Amman ha anche annunciato che in settimana incontrerà la sua controparte russa, alla ricerca di una soluzione per la crisi siriana.

Non sono risparmiati nemmeno gli ospedali. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, l’aviazione russa ha bersagliato i nosocomi di Saida, al-Jeeza e al-Musayfra, mentre per l’organizzazione umanitaria Uossm un quarto ospedale sarebbe stato centrato da colpi di mortaio. La notizia è stata confermata da un giornalista siriano vicino alle opposizioni, Lawrence Adams: “L’ospedale di al-Musayfra è stato completamente danneggiato” ha dichiarato Adams ad al-Jazeera,

mentre gli ospedali di Saida, al-Harak e al-Jeeza sono stati messi fuori uso a causa dei bombardamenti aerei vicino alle strutture.

Agli osservatori presenti sul posto non resta che certificare la cruda realtà.

Secondo un rapporto delle Nazioni Unite, almeno il quaranta per cento delle case, di una delle località prese di mira dagli aerei russi, è stato distrutto. Secondo il conteggio dell’Osservatorio dei diritti umani, il bilancio dei morti dall’inizio dell’offensiva è salito a 47 civili, 39 ribelli e 36 soldati governativi, ma a detta di Uossm, i civili morti sarebbero 68.

In un recentissimo rapporto, Amnesty International ha denunciato che la popolazione civile della provincia di Daraa sta andando incontro a morte e distruzione a causa della campagna di attacchi indiscriminati lanciata dal governo siriano, nel corso della quale sono stati ripetutamente colpiti anche ospedali. L’organizzazione per i diritti umani ha sollecitato il governo della Giordania ad aprire i suoi confini e a far entrare le persone in fuga dai bombardamenti, a cominciare dai malati e dai feriti.

Gli abitanti di Daraa sono di fatto in trappola e molti degli sfollati vivono in tende sotto un sole cocente, con poco cibo, acqua e cure mediche disponibili e nel costante timore di essere colpiti. Il confine giordano è l’unica strada verso la salvezza,

afferma Lynn Maalouf, direttrice delle ricerche sul Medio Oriente di Amnesty International.

Tra gli altri orrori, abbiamo le prove che le forze governative siriane, sostenute dalla Russia, abbiano ripetutamente attaccato gli ospedali, soprattutto nelle zone dove erano presenti gli sfollati: una strategia attuata più volte durante il conflitto, in flagrante violazione del diritto internazionale e che ha causato sofferenze oltre ogni immaginazione,

ha aggiunto Maalouf.

Ma non è troppo tardi per salvare vite umane. Stiamo sollecitando tutte le parti in conflitto ad aprire passaggi sicuri per i civili che vogliono fuggire dai combattimenti e chiedendo alla Giordania di accogliere tutti i civili in fuga dalla Siria meridionale. È inoltre fondamentale che le organizzazioni umanitarie possano entrare senza ostacoli a Daraa per portare gli aiuti indispensabili.

Operatori sanitari hanno raccontato ad Amnesty International che gli ospedali da campo di al-Harak, Busr al-Harir, Mseifra, Seida e al-Jiza sono stati tra i primi obiettivi degli attacchi governativi. Il numero delle persone sfollate sta facendo aumentare la pressione sui rimanenti ospedali che già si trovano a operare in condizioni disperate. Amnesty International ha parlato con dieci persone che hanno descritto attacchi coi barili-bomba, con le bombe aeree e coi razzi.

Un abitante di Mseifra, fuggito la notte del 29 giugno, ha raccontato:

Appena è stato annunciato l’accordo per il coprifuoco, io e la mia famiglia siamo fuggiti. Era troppo rischioso farlo con gli attacchi in corso. Ho saputo di alcune famiglie uccise da attacchi aerei mentre stavano scappando verso il confine giordano. Io ho preferito rimanere ma negli ultimi giorni gli attacchi erano veramente insopportabili. Sapendo cosa era successo nella Ghuta orientale, era chiaro che il governo non avrebbe spesso fino a quando non avrebbe assunto l’intero controllo di Daraa.

Un giornalista che vive in Giordania ha raccontato ad Amnesty il 26 giugno della fuga della sua ottantatreenne madre e di suo fratello, con difficoltà d’apprendimento, dalla città di al-Harak:

Non hanno un posto dove andare, hanno tirato su una tenda in un campo. Mi sento impotente per non poterli aiutare. Il confine giordano è chiuso e non c’è modo di farli venire qui a vivere con me. Non hanno accesso ad alcun aiuto umanitario e fanno affidamento su quel po’ di cibo che gli dà la gente. Fuori dalla tenda fa un caldo asfissiante.

Quanto all’agenda diplomatica, essa è legata soprattutto al vertice del 16 luglio prossimo a Helsinki, fra Donald Trump e Vladimir Putin. In una dichiarazione rilasciata a Nezavisimaia Gazeta, Frederic Hof, ex consigliere del dipartimento di stato per la transizione in Siria, sostiene che sul tavolo c’è anche l’ipotesi di un accordo basato sulla cessione da parte Usa e curda delle aree a nord-est di Damasco, in cambio di un ritiro delle forze iraniane dalla zona sud occidentale.

Secondo Hof, i russi – ma anche Damasco e Teheran – premono perché Trump “segua il suo istinto” di voler abbandonare il teatro siriano; Mosca, in cambio della cessione del “protettorato Usa” nel nord-est, potrebbe offrire a Washington un sud-ovest libero dall’influenza iraniana e saldamente nelle mani di Assad, dove la sicurezza sarebbe garantita dalla Russia stessa.

L’idea di Trump, stando a quanto raccontato da fonti bene informate alla Cnn, sarebbe questa: gli Stati Uniti permetteranno ai russi di aiutare le forze di Bashar el Assad a riconquistare la fetta di territorio che va da Daraa a Quneitra, nel sud del paese, ma in cambio Mosca darà rassicurazioni sulle sorti dei civili e faranno in modo di tenere il più lontano possibile gli iraniani dal confine israeliano (cosa che crea tensione a Tel Aviv).

A quel punto l’intesa che vuol negoziare Trump dovrebbe diventare un piano politico strategico, perché il presidente americano assicurerà al russo di lasciare il paese, ossia di tirare fuori le truppe statunitensi che si trovano in Siria essenzialmente per attività di anti-terrorismo contro l’Isis, e dunque con un compito laterale alle dinamiche della guerra civile.

Il possibile accordo, con la creazione di una zona cuscinetto profonda ottanta chilometri, senza “presenza iraniana”, è stato anticipato anche da media israeliani come Haaretz e Jerusalem Post, ed è stato discusso dal premier Benjamin Netanyahu con Putin e Trump nei suoi incontri bilaterali con i leader delle due potenze. Mosca avrebbe garantito a Netanyahu che non interferirà con eventuali raid israeliani su postazioni militari iraniane, in caso di mancato rispetto degli accordi.

E tutto questo mentre la tensione cresce sulle Alture del Golan. 

Nei giorni scorsi, l’esercito israeliano ha aumentato il suo schieramento al confine con la Siria inviando ulteriori tank e cannoni. Ad annunciarlo è stato il portavoce militare delle Idf, le Forze di difesa israeliane, spiegando che a essere rafforzato è stata la 210/a Divisione Bashan che è a guardia delle Alture del Golan.

È stato fatto come parte dei preparativi dell’esercito visti gli sviluppi nelle Alture del Golan siriane vicino al confine.

Dall’altra parte della frontiera è in corso nella zona l’offensiva dell’esercito di Assad e delle forze russe contro i ribelli. L’esercito israeliano ha ribadito di essere pronto “a una ferma risposta” ad ogni colpo deliberato o accidentale che colpisca Israele dal territorio siriano.

Da tempo Israele ha avviato una guerra di bassa intensità in Siria. Ormai gli attacchi israeliani sulla Siria si svolgono con cadenza regolare, sempre più frequenti a partire dal primo attacco statunitense contro il territorio siriano, nell’aprile 2017 quando cinquantasette missili Tomahawk lanciati dall’aviazione Usa colpirono la base siriana di Shayrat, lungo la costa mediterranea.

Da allora il ruolo israeliano è ulteriormente cresciuto, prendendo di mira non più soltanto postazioni del movimento libanese Hezbollah, ma presunti siti militari iraniani, vero obiettivo della guerra a distanza di Israele contro l’asse sciita. Il 9 aprile scorso missili israeliani provocarono la morte di sette soldati iraniani di stanza nel centro della Siria, a maggio Tel Aviv lanciò una pioggia di missili su decine di siti militari siriani in tutto il paese dopo il lancio di alcuni razzi verso il Golan siriano occupato. Un attacco che il ministro della difesa israeliano Lieberman rivendicò affermando che Tel Aviv aveva così distrutto buona parte delle infrastrutture iraniane in Siria. Fino alla scorsa settimana quando si è assistito all’ennesimo “salto di qualità”: raid israeliani hanno colpito nella provincia di Deir Ezzor la base militare di al-Hari, al confine con l’Iraq uccidendo 52 combattenti filogovernativi tra cui 22 iracheni. 

Non era mai accaduto prima che Israele uccidesse dei miliziani iracheni né che spostasse il proprio raggio d’azione così lontano dalle solite aree di “intervento”. Un luogo non scelto a caso: è da lì che transitano armi e uomini a sostegno di Bashar al-Assad, punto nodale di quel corridoio sciita a cui l’Iran lavora da tempo per consolidare la propria influenza sui paesi vicini, dall’Iraq al Libano.

Se Trump lascia il teatro siriano ultima modifica: 2018-07-03T18:53:19+00:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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