L’avventura veneziana dello spazialismo

Alla Bevilacqua La Masa dodici artisti veneziani o venezianizzati, più Lucio Fontana che ne era stato l’ideatore, l’organizzatore e il referente, nella mostra dedicata al Movimento Spaziale, che proprio a Venezia ha vissuto un capitolo importante della sua storia
scritto da ENNIO POUCHARD

Dodici artisti veneziani o venezianizzati, aderenti al Movimento Spaziale, ma anche solo coinvolti in qualche modo nelle attività relative, più Lucio Fontana (Rosario/Argentina 1899 – Varese 1968) che ne era stato l’ideatore, l’organizzatore e il referente, sono presenti dal 14 luglio al 16 settembre nella mostra Spazialisti a Venezia, curata da Giovanni Granzotto nelle due sedi espositive della Fondazione Bevilacqua la Masa di Piazza San Marco e del Palazzetto Tito, con un’appendice nel Forte Marghera.

Circa centocinquanta le opere esposte, di Edmondo Bacci (Venezia 1913 – 1978), Mario Deluigi (Treviso 1901 – Venezia 1978), Bruno  De Toffoli (Treviso 1913 – Venezia 1978), Ennio Finzi (Venezia 1931), Luciano Gaspari (Venezia 1913 – 2007), Bruna Gasparini (Mantova 1913 – Venezia 1998), Virgilio Guidi (Roma 1891 – Venezia 1984), Riccardo Licata (Torino 1929 – Venezia 2014), Gino Morandis (Venezia 1915 – 1994), Saverio Rampin (Venezia 1930 – 1992), Tancredi (Parmeggiani; Feltre 1927 – Roma 1964) e Vinicio Vianello (Venezia 1923 – 1999). Salta agli occhi la coincidenza dei quarant’anni trascorsi dalla morte dei primi tre e i cinquanta di Fontana.

Gli antefatti 

La fatidica XXIV Biennale del 1948 aveva scosso emotivamente l’ambiente artistico veneziano, con effetti repentini in tutta Italia. Lo shock era originato dalla mostra personale di Pablo Picasso (la prima nel nostro paese) e, con ripercussioni anche oltralpe, dalla presenza di Arshile Gorky, Jackson Pollock, Mark Rothko e altri protagonisti delle tendenze più avanzate nella collezione di Peggy Guggenheim, esposta nel padiglione greco, che per la rivoluzione combattuta dal 1946 al ’49 tra guerriglieri comunisti e governo monarchico, era rimasto disponibile. “Mi è sembrato di essere un nuovo paese europeo” pare abbia detto la mecenate americana (la cui raccolta trovò poi collocazione definitiva nella sua residenza in Ca’ Venier dei Leoni sul Canal Grande, diventando un polo permanente di attrazione internazionale). 

Anche il padiglione italiano, però, presentava qualcosa di inedito e sostanzialmente significativo: per iniziativa del critico Giuseppe Marchiori c’era al completo il Fronte Nuovo delle Arti attivo nell’asse Venezia-Roma-Milano; e c’era, Lucio Fontana, che aveva trascorso gli anni di guerra nella natia Argentina e, rientrato a Milano nel ’47, aveva dato il via al Movimento Spaziale, impostato sul contenuto del primo dei vari manifesti, detto “Blanco” nell’originale in lingua spagnola.

Alla Biennale Fontana portava cinque sculture, tra le quali una definita Spaziale. Dieci tele di Guidi lì esposte erano intitolate Figure nello spazio e tale coincidenza bastò a catalizzare un lungo rapporto tra i due, coronato nel ’51 con l’adesione del maestro “etrusco” (come amava definirsi) al sesto manifesto spazialista e poi al settimo e all’ottavo assieme agli aderenti veneziani e ad artisti, provenienti da ogni parte d’Italia, motivati dal bisogno di scrollarsi di dosso il passato autarchico del ventennio precedente, per creare in piena libertà di stili. 

Sulla loro partecipazione alla Biennale di Venezia del 1948 il critico Toni Toniato pubblicava nel 1958 il volume Spaziali Alla XXIX Biennale Di Venezia – VIII Manifesto dello Spazialismo, nel quale evidenziava il dato di fatto che l’idea di un rapporto nuovo tra arte e spazio era apparsa già in quella Biennale, con la straordinaria compresenza di opere i cui titoli si riferivano esplicitamente a una ricerca spaziale in atto: di Guidi, come si è detto; ma anche di Deluigi, che fin dal 1949 dipingeva forme dal sapore surreale, definite “figure” nei titoli e immerse in una sorta di “spazio cosmico”.

Virgilio Guidi, Figura nello spazio, 1947, olio su tela, e Mario Deluigi, Figure nello spazio (Amori), 1952, olio su tavola

Ciò non intende significare alcuna priorità da parte loro nella storia del Movimento, ma indica con chiarezza la facilità degli accostamenti ufficiali avvenuti tre anni più tardi, con le prime delle adesioni giunte a Milano dagli artisti attivi a Venezia. Per inciso va ricordato che dal 1947 al 1952 sei dei nove manifesti spaziali furono redatti a Milano, con punto di riferimento la Galleria del Naviglio di Carlo Cardazzo, titolare anche della Galleria del Cavallino a Venezia, che divenne a sua volta centro di diffusione del pensiero spaziale (gli ultimi due manifesti videro la luce a Venezia nel 1953). In ambito veneziano può essere interessante rilevare, oltre alla diversità di stili e poetiche nel gruppo, l’ampia divaricazione in età dai sessant’anni di Guidi ai cinquanta di Deluigi, quaranta di Bacci, trentanove di De Toffoli, trentotto di Morandis, ventotto di Vianello e venticinque di Tancredi. Scrissi, a questo proposito, che “in linea di massima, si trattò di una partecipazione di artisti maturi e dotati di esperienze consolidate, tra i quali esisteva un rapporto di frequentazione assidua in cui continuava a essere preminente l’influenza – culturale, filosofica soprattutto, e non stilistica – di Virgilio Guidi. Ne derivarono qualità specifiche dello Spazialismo veneziano, che consigliano ancora di considerarlo quale complesso autonomo…”.

Le mostre

Spazialisti a Venezia – ricorda Bruno Bernardi, presidente della Fondazione Bevilacqua la Masa, presentando l’evento in catalogo – è la più grande mostra dedicata in Italia, per numero e importanza delle opere esposte, nei trentun anni trascorsi da quella curata negli stessi ambienti da Toni Toniato con i medesimi artisti. Il racconto di quella che Granzotto chiama “l’avventura spazialista” si dipana nelle sedi citate, ma con impostazioni specifiche: a Piazza San Marco i Fontana, prevalentemente degli anni Cinquanta (una Venezia, Tagli, Buchi e opere barocche); ovviamente, assieme a tutti gli altri.

Lucio Fontana, tre Concetti spaziali, 1955, 1959 e 1961 – olio e pastello, idropittura, oro e vetri, tutti su tela

Nel Palazzetto Tito gli artisti più giovani e, in una saletta a sé, le Marine spaziali di Guidi.

Virgilio Guidi, tre Marine spaziali, olio su tela, 1950-’52, 1969-’71 e 1970-’71

Al Forte Marghera, la grafica spazialista del tempo, un settore dedicato alle serigrafie prodotte in seguito nella stamperia di Fiorenzo Fallani e un laboratorio divulgativo delle tecniche serigrafiche organizzato dall’attuale Gruppo Fallani, destinato sia ad artisti giovani, sia a un pubblico amatoriale.

Virgilio Guidi, Prigioniera, 1970, e Mario Deluigi, Grattage, 1972, serigrafie stampate da Fiorenzo Fallani per due cartelle di Ennio Pouchard: Tutto per nulla, con sue poesie impresse a lato delle immagini di quatto artisti e Piere de’l salìzo, aqua, con stampe di undici artisti, dedicata al libro delle sue poesie veneziane così intitolato

In quest’insieme di grande arte hanno risalto pure i sodalizi umani da cui sono nati. Esemplare quello di Edmondo Bacci e Gino Morandis, che nella loro unione culturale e spirituale hanno comunque mantenuto l’assoluta indipendenza nelle rispettive poetiche, irruenta nel primo, in prevalenza lirica nell’altro.

Edmondo Bacci, Avvenimento, 1966, e Gino Morandis, Nucleo spaziale, 1954-’56, entrambi tecniche miste su tela

Un caso di comunanza, con una vita accampata per un breve periodo nello studio di Ennio Finzi, peraltro fruito a Palazzo Carminati per concessione della Bevilacqua La Masa, riguarda Tancredi Parmeggiani, rimasto privo dell’ospitalità di Peggy Guggenheim. Giovani tutti e due e strapieni di un irrefrenabile desiderio di fare, ben poco accomunava la verve esplosiva di Finzi alla stesura meticolosa di Tancredi: si considerino queste due opere quasi contemporanee.

Ennio Finzi, Dimensione cosmica, 1956, tempera su tela, e Tancredi, Soggiorno a Venezia, 1955, olio su faesite

La rassegna offre anche l’occasione per interessanti analisi, come il riordino di datazione di una serie di Germinazioni di Luciano Gaspari fatto da Elsa Dezuanni, che nel suo testo in catalogo, con un rigoroso confronto stilistico, dimostra in particolare che due note versioni date al 1958-’60, in mostre anche recenti, vanno invece spostate verso il 1970.

Luciano Gaspari, due Germinazioni, c. 1970, olio su tela

Le analogie formali tra dipinti e vetri che sono state una particolarità di Gaspari si ritrovano pure in Vinicio Vianello (grande esperto di arte vetraria come il più anziano maestro, ma da esecutore, non quale responsabile di una fonderia) e in Riccardo Licata, in cui però le sculture, in materiali diversi, riprendono chiaramente l’opus pictum e il musivum, del quale era specialista riconosciuto a livello internazionale.

Vinicio Vianello, Orme orizzontali, 1954, olio su tela, e Riccardo Licata, Situazione, 1965, olio su tela

Del vetro s’interessa, negli anni Cinquanta, anche lo scultore Bruno De Toffoli, tanto che diventa consigliere del Centro studio pittori arte vetro di Murano. A ciò è probabile che non sia estranea la sua ricerca di luce che fa penetrare nelle sculture per dare evidenza agli spazi, in un gioco sapiente di pieni e vuoti.

Bruno De Toffoli, Evento, 1954, gesso patinato

Bruna Gasparini, moglie di Luciano Gaspari, dello Spazialismo assimila quel quanto che lei percepisce possa contribuire a farle dar forma al proprio universo interiore; credo soprattutto con le trasparenze che – da un certo momento – rendono luminosi i suoi sempre delicati colori.
Quanto a Saverio Rampin, le sue scelte stilistiche, guidate dalla convinzione dell’indisponibilità, da parte sua, alla rinuncia di qualsiasi pulsione emozionale, l’hanno tenuto in permanenza legato al gruppo da moventi per lo più ideologici. Nella sua ricerca artistica, in effetti, il tema della spazialità sembra si sia radicato quando ormai lo Spazialismo stava dissolvendosi o si era già dissolto.

Bruna Gasparini, 1960, Ricerca spaziale, olio su tela, e Saverio Rampin, Spazio inquieto, 1958, olio su tela

L’interesse per lo Spazialismo, a Venezia, si è spento assieme alle attività del Movimento, per riaccendersi seguendo la rivalutazione critico-commerciale dell’opera di Fontana negli anni Ottanta e con il successivo susseguirsi di mostre storiche: Villa Malpensata a Lugano, Fondazione Bevilacqua La Masa a Venezia, Palazzo dei Diamanti a Ferrara, Basilica Palladiana a Vicenza, Villa Galvani a Pordenone e, a Treviso, infine, il ciclo di cinque mostre, allestite nel Museo di Santa Caterina dal 2006 al 2009, diverse dalle altre perché dedicate volta per volta a due soli degli esponenti veneziani, con cataloghi che nel loro insieme costituiscono una documentazione unica per ampiezza di approfondimenti.

L’attuale rassegna, che ha luogo proprio a Venezia dove ha preso vita un capitolo importante del Movimento Spaziale, potrebbe stimolare nuove indagini per contestualizzare storicamente un fenomeno la cui tematica si è accentrata su un concetto di spazio inteso non più come rappresentazione bensì come complessiva esperienza dell’uomo contemporaneo.

 

L’avventura veneziana dello spazialismo ultima modifica: 2018-07-09T18:09:32+00:00 da ENNIO POUCHARD

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento