La #WorldCup riaccende passioni e conflitti nei Balcani

La Croazia è nel pallone. Ma non deve più di tanto meravigliare: perché nel pallone sono (sempre) stati i Balcani, jugoslavi e post-jugoslavi. Dove il calcio è più di uno sport, è catarsi nazionale, anzi nazionalistica
scritto da VITTORIO FILIPPI

La Croazia è nel pallone. Letteralmente. Ma non deve più di tanto meravigliare: perché nel pallone sono (sempre) stati i Balcani, jugoslavi e post-jugoslavi. Dove il calcio è più di uno sport, è catarsi nazionale, anzi nazionalistica. Basta fare un semplice esercizio linguistico e vedere come sono chiamati i supporter delle tre principali squadre di calcio di Serbia e Croazia. A Belgrado gli ultrà del Partizan sono chiamati grobari, becchini; quelli della Stella Rossa delije, eroi, per finire agli hooligan della Dinamo di Zagabria, chiamati vatreni, i focosi. Denominazioni forti, aggressive, coerenti con il ruolo che calcio e tifoserie hanno avuto nella storia e nello smembramento della Jugoslavia.

Uno smembramento partito proprio da uno stadio di calcio. Perché fu una partita di calcio a svelare – ben poco sportivamente – ciò che negli anni successivi diverrà realtà. Maggio 1990, Dinamo di Zagabria contro Stella Rossa di Belgrado: scenario lo stadio Maksimir della capitale croata. In Croazia pochi giorni prima si era votato ed i nazionalisti di Tudjman avevano stravinto. Ad accompagnare gli ultrà serbi arriva un certo Zeljko Raznatovic, più tardi noto come Arkan. Che dirà: “Avevo previsto la guerra proprio dopo quella partita a Zagabria” (più che prevista: pianificata).  La tifoseria serba inizia a spaccare sedili e cartelloni lanciandoli sui tifosi della Dinamo, i quali sono però trattenuti da una polizia che mostra un incredibile atteggiamento lassista verso gli ospiti serbi. Il motivo è semplice: nella Croazia (ancora) jugoslava i serbi – che erano il 14 per cento della sua popolazione – lavoravano perlopiù nell’esercito e nella polizia e quindi l’obiettività delle forze dell’ordine lasciava alquanto a desiderare. Perfino alcuni giocatori della Dinamo entrano in campo ma non per giocare (la partita era ormai sospesa) ma per partecipare agli scontri. Il tutto produsse circa cento feriti. A settembre dello stesso anno, durante la partita a Belgrado tra il Partizan e la Dinamo, il copione presenta una escalation: i tifosi croati invadono il campo con spranghe chiedendo la nascita di una federazione calcistica solo croata e riescono ad ammainare la bandiera jugoslava con la stella rossa sostituendola con quella a scacchi croata. Vinse il Partizan, ma perse la Jugoslavia, che di lì a pochi mesi avrebbe conosciuto la guerra vera.

Il primo ministro Andrej Plenković e il presidente del parlamento Gordan Jandrokovićin visita alla Fan Zone della nazionale croata

Oggi lo scenario è ovviamente cambiato, ma comunque il calcio sa evocare e riprodurre ancora vecchie e nuove fratture. Il quotidiano croato Index riporta le parole del presidente serbo Aleksandar Vučić:

Ho tolto il volume durante la partita Croazia-Russia, non potevo ascoltare come i commentatori in televisione tifassero per la Croazia.

Vučić afferma di aver tifato per la Russia. Facile credergli, dato che – notoriamente – la Serbia guarda sempre a Mosca (e a Parigi, come dimostra il monumento alla gratitudine al Kalemegdan belgradese e al ricordo dell’opposizione francese al riconoscimento tedesco di Slovenia e Croazia nel 1991). Per nemesi storica, la finalissima avverrà in terra russa proprio contro Les Bleus tricolori. In Bosnia la faglia si riproduce lungo i confini identitari tra i bosgnacchi musulmani ed i serbi da una parte e gli erzegovesi radicalmente filocroati dall’altra. 

Come scrive Ahmed Burić su Osservatorio Balcani e Caucaso,

le immagini della presidente croata mentre si reca nello spogliatoio della squadra nazionale dopo la vittoria contro la Danimarca e abbraccia i giocatori a torso nudo, oppure quelle del suo arrivo sulla tribuna d’onore con indosso la maglia a scacchi rossi e bianchi, illustrano meglio di qualsiasi altra cosa la tendenza al kitsch che lo caratterizza. Sono tra l’altro immagini diventate oggetto di scherno da parte di molti media internazionali. Il che non stupisce, così come non dovrebbe stupire che una persona minimamente ragionevole si rifiuti di unirsi ai tifosi dell’Erzegovina occidentale che, tifando Croazia, insultano la Bosnia Erzegovina (“Fottiti Bosnia, fottiti, la Croazia è la mia patria”), paese in cui vivono, auspicando che un giorno la Croazia annetta parte dell’Erzegovina.

Eppure l’attuale nazionale croata non esisterebbe senza la Bosnia: perché il commissario tecnico Zlatko Dalić, così come i giocatori Ante Rebić, Mateo Kovačić, Ivan Rakitić, Vedran Ćorluka e Dejan Lovren sono nati o cresciuti in Bosnia e almeno altri tre giocatori hanno origini bosniache. Non importa: “Za dom, spremni!” (per la patria, pronti!) si continua a ripetere con gli ustascia di Ante Pavelić negli spogliatoi della squadra a scacchi e nelle piazze eccitate della Croazia. Le piccole patrie balcaniche nate con al morire del Novecento hanno assoluto bisogno di iniezioni continue di identità nazionali, vere o inventate.

D’altronde il sorridere con aria compiaciuta e superiore al “solito primitivismo balcanico” non è oggi proprio giustificato, vista l’aria che tira in Europa. Che conosce conati di sovranismi e populismi che balcanizzano soprattutto la nostra ragione, per parafrasare la filosofa croata Rada Iveković. Ma questo è già un altro discorso.

La #WorldCup riaccende passioni e conflitti nei Balcani ultima modifica: 2018-07-14T12:09:47+02:00 da VITTORIO FILIPPI

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