Mesut Özil, un calcio alla politica

L'ormai ex-star della nazionale tedesca finisce al centro di polemiche per il sostegno a Erdoğan. E con lui la comunità turca in Germania. Che sempre più diventa uno strumento geopolitico dell’uomo forte di Ankara
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

In Turchia è diventato un eroe nazionale. Anche se per la nazionale turca non ha mai giocato. L’eroe in questione è Mesut Özil, calciatore dell’Arsenal e, da poco, ex della nazionale tedesca, da lui abbandonata dopo le critiche, spesso sconfinate nel più becero razzismo, per aver posato prima dei Mondiali (disastrosi per i teutonici) assieme a Recep Tayyp Erdoğan. Di questa storia si è scritto a iosa. Ma per comprendere la portata del “caso Özil”, occorre cogliere un elemento di fondo che va ben oltre la sfera della politica, e della propaganda. Non sono solo comunità all’estero con cui mantenere saldi rapporti.

Nella visione del presidente-padrone della Turchia, Recep Tayyp Erdoğan, le comunità turche in Europa sono qualcosa di altro e di più ambizioso: una sorta di umma neo-ottomana, una massa di manovra da usare nei momenti critici per forzare le scelte dei governi nazionali europei, orientandole in una direzione pro-Ankara, facendone anche un significativo bacino elettorale per i partiti meglio disposti verso la madre patria turca (De  Giovannangeli, Limes 04, 01,2018).

Sul piano geopolitico, la Turchia guarda sempre più a Oriente (vedi il ruolo svolto in Siria, la nuova alleanza con l’Iran, il “patto del gasdotto” con la Russia di Putin e l’ergersi, da parte di Erdoğan, a paladino della causa palestinese e vestire i panni del “Saladino” difensore della sacra al-Quds) ma al tempo stesso usa le comunità turche in Europa in funzione di contenimento e di pacchetti di voti per frenare l’avanzata dei movimenti populisti xenofobi (De  Giovannangeli, Limes 04, 01,2018).

Nulla è lasciato al caso, come dimostra la campagna sul referendum costituzionale che ha consegnato al presidente poteri che mai in passato la Turchia aveva costituzionalmente affidato nelle mani di un solo uomo, neanche al padre della patria, Kamal Atatürk. Il rapporto con le comunità all’estero è parte essenziale dell’agire politico di Erdoğan e del suo partito islamonazionalista, l’Akp (De  Giovannangeli, Limes 04, 01,2018).

Mesut Özil

Sul piano quantitativo, i turchi rappresentano la seconda comunità in Germania, Paesi Bassi, Austria, Danimarca e Bulgaria. Una struttura verticale e centralizzata si occupa di tessere i legami con i capi delle varie comunità, finanziarne le attività, con l’obiettivo di rinsaldare i rapporti identitari con la madre patria. Non è un discorso religioso, o comunque il richiamo all’islam non ne rappresenta la parte più pervasiva: la Turchia di Erdogan non è l’Arabia della dinastia Saud. L’obiettivo è fortemente politico, e punta alla determinazione di un percorso che tenga assieme integrazione e diversità, il sentirsi, al tempo stesso, tedesco o olandese ma sempre e soprattutto turco.

I turchi all’estero dovrebbero restare turchi a prescindere dalla loro cittadinanza

ha proclamato Erdoğan, spingendosi fino al punto di definire l’assimilazione un “crimine contro l’umanità” e sollecitando la creazione di licei turchi in Germania.

Ankara, che recentemente ha creato un Ufficio per i turchi all’estero nel consiglio dei ministri, ha esortato i turchi della diaspora ad agire negli interessi turchi, svolgendo una sorta di servizio all’estero per il bene della collettività. Un progetto ambizioso, che esalta la “grandezza ottomana” e l’aggiorna con i disegni di potenza che la Turchia dell’oggi cerca di realizzare guardando ad Oriente e tenendo sotto scacco l’Occidente (De Giovannangeli, Huffington Post, 31/01/2018). E nel far questo, conquista consensi tra i turchi all’estero: nel referendum costituzionale, “Evet” (Sì, ndr) è stato schiacciante in Belgio, in Olanda, in Germania.

Il governo di Ankara, mantiene un saldo controllo sulla vita quotidiana di buona parte della sua comunità all’estero grazie a Diyanet, un ente pubblico che si occupa di affari religiosi e alla fitta rete di associazioni riconducibili in un modo o nell’altro al governo della mezza luna. Per decenni i governi europei avevano stretto forti legami con la Diyanet, che era vista come un’alternativa moderata e laica ad organizzazioni islamiste turche quali Milli Görüs, che in Germania è schedata come estremista. Quando però Ankara cominciò ad assumere alla Diyanet imam dalle visioni islamiste, in certi casi provenienti dall’ex arci-nemico Milli Görüs, e a stampare libri i cui contenuti non esprimevano più il tipo di islam dello stato kemalista ma avevano toni intolleranti e antisemitici, i governi europei cominciarono a riconsiderare gli accordi che permettevano agli imam della Diyanet di insegnare nelle scuole, essere accreditati nelle moschee o predicare nelle carceri (Lorenzo Vidino, La Stampa, 15/03/2018).

Organizzazioni islamiche turche, siano esse di stato come la Diyanet o (teoricamente) indipendenti come Milli Görüs, hanno moltiplicato le proprie attività, operando congiuntamente con il duplice obiettivo di supportare l’Akp e di disseminare un’interpretazione dell’islam ortodossa e politicizzata. In molti casi soldi turchi sono andati a finanziare, vista l’affinità ideologica, anche organizzazioni musulmane europee tradizionalmente legate Fratelli musulmani (il cui baricentro, dopo la fine del governo di Mohamed Morsi, si è spostato in toto a Istanbul) (Lorenzo Vidino, La Stampa, 15/03/2018).

Non v’è dubbio che il più grande laboratorio politico dell’umma ottomana è la Germania.

Il Ditib (Unione dei Turchi Islamici dell’istituto per la religione) ha forti legami con Dinayet – e i suoi imam sono, per legge, pubblici ufficiali turchi. Lo scorso dicembre, il  Ditib è stato coinvolto in uno scandalo:  i suoi imam sono stati accusati di essere spie del governo turco e di aver stilato liste degli oppositori politici e della comunità legata all’imam Gulen in Germania. Accuse respinte con forza dagli imam turco-tedeschi, comunque nel libro paga di Ankara.

E il centro del contendere è Berlino, oggi la città europea con la più grande comunità turca che conta 260mila turchi. Ma demonizzare non serve, anzi rischia di ottenere l’effetto opposto a quello desiderato. E per comprendere meglio le radici di questo legame, almeno in Germania, è buona cosa attingere ad uno studio di tre politologi di Münster, Olaf Müller, Gergely Rosta e Anny Dieler, che rileva come il novanta per cento dei turchi si senta “molto a suo agio” in Germania, ma che solo il 44 per cento pensi di avere le stesse opportunità dei tedeschi. Da notare che il quaranta per cento del campione è nato in Germania.

Mesut Özil

I tre hanno concluso che dopo oltre mezzo secolo di immigrazione e integrazione, i turchi si sentano ancora cittadini di serie B. Il trenta per cento degli immigrati turchi e dei loro figli non hanno un certificato di scuola superiore e solo il 14 per cento ha conseguito l’Abitur, il diploma di più alto livello in Germania. Si tratta della metà della media che riguarda la popolazione tedesca.

Un recente rapporto realizzato dall’istituto statistico tedesco Destatis, in collaborazione con vari think thank tedeschi, mostra che più di un terzo (36 per cento) di turchi vive al di sotto della soglia di povertà, rispetto al 25 per cento dei migranti provenienti dai Balcani e dall’Europa sud-occidentale (Spagna e Portogallo). Il reddito medio delle famiglie turche è di 1.242 euro al mese (1.400 dollari) contro 1.486 euro (1.700 dollari) dei migranti non turchi e i 1.730 delle famiglie tedesche. Solo il cinque per cento dei turchi tedeschi guadagna più del 150 per cento del reddito tedesco medio, contro il 21 per cento dei migranti provenienti dall’Europa orientale, il 18 per cento dall’Europa meridionale e l’undici per cento dai Balcani.

E in tempi di presidenti che hanno fatto dell’Islam un punto di battaglia politica, è anche importante notare come i turchi di seconda e terza generazione si dicano più spesso musulmani osservanti dei loro genitori e nonni, il 72 per cento contro il 62 per cento. È diventato un fatto identitario, di appartenenza, e come tale non può essere affrontato e risolto solo attraverso programmi di integrazione sociale, di sostegno al reddito o securizzando il rapporto con le fasce più a rischio di radicalizzazione.

Un discorso che investe l’insieme delle comunità turche in Europa, dalla Germania (1,43 milioni i turchi registrati nelle liste elettorali) all’Olanda( 252.864), dalla Francia (326.378) al Belgio (108.565), dalla Svizzera (95.266) all’Austria (108.565): in Italia sono circa 14mila.

Caner Aver (Centro di studi turchi di Essen) sottolinea che:

Erdogan fa breccia tra coloro che si sentono discriminati, che non hanno un buon lavoro, una buona educazione e che hanno un’identità nazionale controversa è riuscito a rassicurarli sotto l’egida dell’orgoglio turco, della nazione forte ed orgogliosa.

Mesut Özil

A confermarlo è una inchiesta condotta dalla redazione del programma Cosmo, del canale pubblico Wdr, di cui il giornalista Erkan Arıkan è il responsabile per la parte turca. Arıkan sottolinea:

Il fatto è che soprattutto la terza e la quarta generazione si sono integrate, parlano spesso perfettamente tedesco, sono dunque generazioni ‘arrivate’ che però non si sentono accettate.

E questo non sentirsi mai veramente parte, l’avvertire, a torto o a ragione di essere considerati come corpo estraneo senza possibilità di appello, alimenta il risentimento e porta ad aggrapparsi, in termini di rivalsa identitaria se non sociale, all’orgoglio panturco del quale Erdoğan si è fatto portatore.

E che oggi ha anche il volto e la maglia (rossa, il colore dell’Arsenal e anche della bandiera turca) di Mesut Özil.

Mesut Özil, un calcio alla politica ultima modifica: 2018-07-25T11:53:53+01:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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