Processo ai prigionieri politici di Standing Rock

Molti protagonisti della grande della grande rivolta pacifica dei Lakota Sioux, repressa in maniera brutale, stanno patteggiando. Non perché colpevoli, ma perché affrontare i processi significherebbe mettersi nelle mani di giurati ostili.
scritto da MARCO CINQUE

Durante la grande rivolta pacifica dei Lakota Sioux a Standing Rock che dal 2016 ha infiammato le nazioni native americane, dando poi vita al più grande raduno indigeno del secolo contro la costruzione del mega-oleodotto Dapl (Dakota Access Pipeline), che minaccia di inquinare le falde acquifere e la sopravvivenza delle popolazioni locali, si sono verificate molte violenze, abusi, ferimenti e arresti di massa ai danni dei manifestanti da parte delle forze dell’ordine.

Le proteste, represse in maniera brutale e indiscriminata causarono oltre trecento feriti e furono documentate dai media internazionali di mezzo mondo, oltre a essere attivamente sostenute dalla solidarietà di diversi personaggi pubblici come l’ex candidato democratico Al Gore, il reverendo Jesse Jackson, Susan Sarandon, Scarlett Johansson, Leonardo Di Caprio, Shailene Woodley (quest’ultima arrestata durante le proteste non violente) e molti altri.

Ci furono anche tanti ex militari statunitensi che portarono il loro sostegno attivo ai cosiddetti protectors (Protettori dell’Acqua) di Standing Rock. I veterani Michael Wood e Wes Clark Junior fondarono un’associazione, la Veteran Stand for Standing Rock, che raccolse l’adesione di circa duemila ex commilitoni. Si ricorda la commovente e storica cerimonia in cui i veterani, a nome degli Stati Uniti, chiesero pubblicamente scusa, inginocchiandosi davanti alle delegazioni indigene. Nel suo appassionato intervento, rivolto a Leonard Crow Dog, leader spirituale Sincagu Lakota, il veterano Wes Clark Jr affermò:

Vi abbiamo combattuto. Abbiamo preso la vostra terra, firmato trattati che non abbiamo mai rispettato. Abbiamo rubato minerali dalle vostre colline sacre (…) abbiamo inquinato la vostra Terra, vi abbiamo ferito in molti modi, ma siamo venuti per dire che ci dispiace. Siamo al vostro servizio e chiediamo il vostro perdono.

Nel febbraio 2017, il grande accampamento Oceti Sakowin di Standing Rock è stato infine sgomberato, dopo più di sei mesi di occupazione e resistenza pacifica, lasciando però molti strascichi giudiziari che hanno coinvolto centinaia di protectors nativi, perseguiti penalmente per aver manifestato in difesa dei propri diritti; ma è davvero emblematico e singolare che, ancor oggi, esponenti di popoli aborigeni vengano perseguitati e arrestati per quella che in realtà è una “violazione di domicilio della loro stessa terra”.

Da pochi giorni si sono conclusi diversi procedimenti giudiziari, tra cui quello a carico di Michael “Little Feather” Giron, membro della Coastal Band della Chumash Nation, condannato a tre anni di carcere. Assieme a Little Feather, tutte le persone native imputate stanno ora patteggiando non perché colpevoli, ma in quanto, come spiega il Collettivo legale dei Water Protector, affrontare i processi significherebbe mettersi nelle mani di un pool di giurati ostili. Uno studio commissionato lo scorso anno dal National Juri Project ha infatti rilevato che almeno l’ottantacinque per cento dei potenziali giurati della contea di Burleigh e il settantasette di quelli della contea di Morton (contee ad alto tasso di discriminazione razziale) avevano già deciso per la colpevolezza dei manifestanti di Standing Rock e, tra l’altro, era anche stata respinta una mozione per cambiare la sede giudiziaria dei processi.

Red Fawn in carcere.

Tra i vari casi emerge quello dell’attivista indigena Red Fawn: il 27 ottobre 2016, la polizia fece irruzione a Standing Rock mentre la Fawn stava prestando servizio, come medico, in soccorso dei feriti colpiti da gas lacrimogeni e dalle pallottole di gomma sparate dagli agenti. Durante il raid tre poliziotti hanno arrestato la donna, schiacciandola brutalmente a terra e puntandole la pistola alla schiena. Dopo l’arresto è seguito un lungo periodo di detenzione, culminato nella sentenza emessa l’11 luglio scorso a Bismark, nel Nord Dakota, che ha condannato la donna a quattro anni e undici mesi di prigione. Il problema è che se Red Fawn non avesse patteggiato, avrebbe rischiato persino l’ergastolo per le accuse di disordine civile e possesso (molto dubbio) di arma da fuoco.

In una sua lettera dal carcere la Fawn ha scritto:

Il mio nome è Red Fawn, sono una prigioniera di guerra. I miei nemici mi hanno cacciato per cinquecento anni. Tu sai i loro nomi, sono tutto ciò che è schiavo dell’avidità e del potere. Il mio nome è Red Fawn, io sono un fiore e non morirò, non piangerò, non mi piegherò. Il mio nome è Red Fawn, la mia Gente sa il mio nome, sa la vergogna dello sceriffo e sa il gioco di questo governatore. Sa che io diventerò più forte ogni ora che passerò qui rinchiusa. Il mio nome è Red Fawn, sento la mia Gente cantare fuori da questi muri, loro stanno cantando il mio nome.

Per chi volesse manifestare la propria vicinanza e solidarietà a Red Fawn, può farlo scrivendole a questo indirizzo, lei ne sarà felice:

Red Fawn, ResidentBurleigh
Morton County Detention Center
P.O. Box 2499
Bismarck, ND 58502
USA

Inoltre, chi volesse aiutarla, contribuendo alle spese di cibo, telefono, shampoo, etc. durante la permanenza in carcere, può farlo visitando la pagina web creata per sostenerla https://www.standwithredfawn.org/ e facendo una donazione su questo conto Pay Pal: https://www.paypal.me/istandwithredfawn.

Processo ai prigionieri politici di Standing Rock ultima modifica: 2018-07-25T21:11:45+00:00 da MARCO CINQUE

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