Imran Khan, il volto nuovo del vecchio Pakistan

Sulla prevista vittoria elettorale dell'ex star del cricket l'ombra lunga dei militari, da sempre i veri detentori del potere politico nel paese asiatico
scritto da BENIAMINO NATALE

Come ampiamente previsto, il Pakistan Tehreek-e-Insaf (Partito pakistano della giustizia) è in testa nelle elezioni e il suo fondatore, l’ex-campione di cricket Imran Khan, sarà con tutta probabilità il nuovo primo ministro del “paese dei puri”. Il suo slogan preferito è quello con il quale promette “un nuovo Pakistan” ma nella sua storia non c’è nulla di nuovo, come nulla di nuovo ci sarà – accetto scommesse – nel suo governo.

Come sempre dalla sua fondazione, nel 1947, il Pakistan sarà governato dai militari.

Le elezioni del 25 luglio e la campagna elettorale che le hanno precedute, segnano un nuovo passo verso la trasformazione del Pakistan – che il suo fondatore Mohammed Ali Jinnah e i suoi collaboratori della Lega Musulmana volevano laico e liberale – in una repubblica islamica a tutti gli effetti. Una repubblica islamica che non avrà bisogno di sfidare gli Usa e la comunità internazionale per costruirsi la bomba atomica, dato che dal 1998 ha un nutrito arsenale atomico. Una bomba islamica, in mano ad integralisti islamici. Evviva la novità!

Non bisogna farsi ingannare dal volto senza barba di Imran, dal suo ottimo inglese e dalla sua voce baritonale. Alla base della sua popolarità e di una carriera politica iniziata ventidue anni fa c’è l’impresa compiuta nel 1992 quando, a 39 anni, condusse una nazionale pakistana formata in maggioranza da giovani bravi ma inesperti, alla vittoria nel campionato del mondo di cricket, uno sport che in Pakistan è popolare almeno quanto il calcio in Italia.

Appena entrato in politica e fondato il suo partito, ha cominciato a promettere mari e monti, raccogliendo molti consensi soprattutto tra i giovani urbani, frustrati dalla mancanza di lavoro e dall’isolamento internazionale nel quale il paese si è trovato a causa del suo rapporto col terrorismo islamico, che definire ambiguo è poco.

Imran critica l’élite occidentalizzata, ma lui ne fa parte a pieno titolo. Lasciamo da parte i pettegolezzi sulla sua vita privata – è stato sposato con la miliardaria britannica (ed ebrea, peccato grave per i suoi alleati fondamentalisti) Jemima Goldsmith, con la giornalista televisiva Reham Khan (che ha promesso clamorose rivelazioni in un libro di prossima pubblicazione) e ora con la “guru” sufi Bushra Maneka, esponente e propagandista dell’Islam più retrogrado.

Non disponendo di idee originali – a parte il parlare di “riforme” con la sua voce profonda e il suo inglese perfetto – ha cominciato presto a fare da altoparlante agli alti gradi militari, presso il quale il suo mentore è stato lo scomparso Hamid Gul, un ex-capo dei servizi segreti militari (l’Inter Service Intelligence o ISI), che andato in pensione si è dichiarato ammiratore e amico dell’eroe dell’11 settembre, Osama bin Laden.

Imran ha organizzato manifestazioni contro le azioni militari degli americani nelle zone tribali culla dei Taliban facendo sua una delle convinzioni della borghesia bene pakistana che contrastano violentemente con la realtà, cioè che fossero gli attacchi americani a “creare” i Taliban quando nella vita reale è successo l’esatto contrario: i Taliban hanno ospitato bin Laden, hanno rifiutato di cacciarlo dopo il 9/11 e solo dopo sono cominciati gli attacchi americani. Ha accusato il suo rivale politico Nawaz Sharif di corruzione (probabilmente a ragione) e guarda caso sia Nawaz che la sua figlia ed erede politica Maryam sono stati messi in galera giusto in tempo per impedirgli di partecipare alle elezioni.

Come hanno denunciato giornalisti ed editori della principale tv privata pakistana Geo e del più antico quotidiano, Dawn (fondato da Jinnah), i mezzi di comunicazione e gli avversari politici del nuovo messia del Pakistan militar-integralista, le intimidazioni sono state la norma per tutta la campagna elettorale.

Valga per tutte – ma sono centinaia – il caso di Gul Bukari, la popolare giornalista di Lahore che nel pieno della campagna è stata rapita e tenuta prigioniera per quattro giorni da uomini incappucciati. Indovinate chi erano.

Da qualche anno il Pti è al governo nella provincia del Kyber-Pakhtunkhwa, quella che confina con l’Afghanistan. Il governo provinciale ha finanziato con almeno due milioni di euro la Darul Uloom Haqqania, una madrassa nella quale si sono formati tra gli altri i leader integralisti afghani mullah Omar e Jalaluddin Haqqani.

Nelle elezioni appena concluse un gruppo dedito alla violenza soprattutto contro la minoranza religiosa sciita, l’Ahl-e-Sunnat Wal Jamaal, ha presentato decine di candidati, che hanno regolarmente svolto la loro propaganda. Anche Hafiz Saeed, leader del gruppo terrorista Lashkar-e-Toiba (Esercito dei fedeli), archittetto dei sanguinosi attentati del 2008 a Bombay, sulla cui testa gli Usa hanno messo una taglia di dieci milioni di dollari, ha potuto presentare un gran numero dei suoi seguaci come candidati al parlamento, col semplice trucco di cambiare il nome del suo partito.

Secondo i dati parziali – diffusi con un ritardo inspiegato dalla Commissione elettorale – il Pti è in testa ma sembra che avrà una maggioranza relativa. Non è difficile immaginare chi saranno i suoi alleati.

L’esercito pakistano, cioè il vero governo del paese dopo la prematura morte di Jinnah, ucciso da un tumore pochi mesi dopo la nascita del Pakistan, aveva la necessità di neutralizzare le due dinastie civili che negli anni passati ne hanno in qualche modo e per brevi periodi messo in discussione la supremazia: quella dei Bhutto (sono stati assassinati il fondatore Zulfikar Ali, sua figlia Benazir e i suoi due figli maschi) e ora quella degli Sharif. Sia chiaro: né i Bhutto né gli Sharif hanno mai seguito una politica diversa da quella propugnata dai militari. Tutt’altro. Zulfikar Ali Bhutto fu l’iniziatore della politica interventista in Afghanistan, dell’alleanza con la Cina e della corsa all’atomica che tutti gli altri governanti pakistani, militari e civili, hanno seguito.

Quanto a Nawaz Sharif, trasformato ora in un martire della libertà da Imran e dai suoi mentori in divisa, cominciò la sua carriera politica sotto la protezione del generale Zia ul-Haq, golpista e integralista islamico. Il fatto è che costoro sono tutti, in un certo momento delle loro carriere, diventati scomodi per i militari: anche Zia, che fu eliminato in un attentato rimasto ufficialmente misterioso ma chiaramente ordito all’interno delle caserme pakistane (leggere per credere il libro A Case of Exploding Mangoes di Mohammed Hanif, un giovane e brillante scrittore costretto come tanti altri a vivere all’estero).

Il compito che attende il nuovo governo pakistano non sarà facile: finora i suoi grandi sponsor sono stati la Cina, l’Arabia Saudita e la Turchia di Recep Erdoğan. Le prime due hanno rovesciato nel paese, in perenne pericolo di bancarotta, miliardi e miliardi di dollari ma sembra che anche loro stiano cominciando a nutrire qualche dubbio: in giugno, in una votazione all’interno della Financial Action Task Force, l’organismo internazionale creato per contrastare le operazioni finanziarie dei terroristi islamici, entrambi hanno votato a favore dell’inclusione del Pakistan nella “lista grigia” dei paesi il cui comportamento non è chiaro.

Imran Khan, il volto nuovo del vecchio Pakistan ultima modifica: 2018-07-26T22:12:57+02:00 da BENIAMINO NATALE

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