Daniel Ortega. Triste, solitario y final

Centinaia di morti e migliaia di feriti. Innumerevoli le persone scomparse e gettate nelle carceri. La vicenda del presidente del Nicaragua si sta concludendo nel peggiore dei modi
scritto da CLAUDIO MADRICARDO

Mentre un sondaggio condotto da Ética y Transparencia (EyT) nei giorni scorsi riporta che il settantanove per cento dei circa sei milioni di nicaraguensi è favorevole ad anticipare le elezioni presidenziali al primo trimestre del 2019, Daniel Ortega ha gettato la maschera e chiarito che le sue intenzioni di dialogo per uscire dalla crisi erano solo un temporeggiare in attesa che le proteste popolari, iniziate lo scorso 18 aprile, avessero finalmente fine.

Impegnato in un braccio di ferro con un paese che è sceso in piazza lasciandovi 448 morti, 2.830 feriti, di cui 72 con lesioni permanenti, 595 scomparsi, centinaia di detenuti e decine di processati, secondo un rapporto divulgato oggi dall’Asociación Nicaragüense Pro Derechos Humanos, Ortega ha respinto ogni appello a farsi da parte che gli è stato fatto pervenire dall’opposizione interna e dall’opinione pubblica internazionale. Capace di mobilitare sempre meno gente a suo sostegno nelle piazze, con un appoggio da parte della popolazione che i sondaggisti fissano ormai al diciannove per cento, Ortega ha rilasciato nei giorni scorsi un’intervista a Fox News.

Di per sé la cosa ha un carattere di avvenimento, per due ragioni. La prima è che Daniel è sempre stato ben restio a concedere interviste o a partecipare a conferenze stampa. Lasciando il compito di comunicare alla vice presidente e moglie Rosario Murillo. L’ultima intervista che Ortega ha concesso a un giornalista straniero risale, infatti, al 2009 quando si sottopose alle domande dell’inglese David Frost.

La seconda è la scelta di Fox News, rappresentante di primo piano di quell’imperialismo contro il quale il presidente nicaraguense si è spesso scagliato. Tant’è vero che il significato della sua mossa è stato letto nel paese come un chiaro tentativo di rivolgersi direttamente a Donald Trump, notoriamente avido spettatore della televisione e sua unica fonte di informazione.

In un momento in cui, oltre alla grave crisi interna, il governo di Ortega-Murillo deve anche affrontare l’attacco che gli è provenuto mercoledì scorso da dieci senatori Usa, repubblicani e democratici, capeggiati dal leader del Comitato delle relazioni esterne del senato Bob Menéndez, che ha presentato una proposta di legge tesa a imporre sanzioni a funzionari nicaraguensi che siano stati accusati di attività repressive, violazioni dei diritti umani e corruzione. I quali appoggiano la richiesta, già avanzata dall’Organizzazione degli Stati Americani (Oea), di anticipare la data delle elezioni, come unica strada per uscire dalla grave crisi che ha colpito il paese.

Se la mossa del presidente nicaraguense era tesa ad ammorbidire il governo americano, essa non sembra aver sortito gli effetti che si proponeva, tant’è vero che il vice Mike Pence è uscito con una dichiarazione nella quale ha affermato che la violenza in Nicaragua è patrocinata dallo stato, responsabile delle morti, degli arresti arbitrari e delle torture che si sono registrate nel paese da aprile.

Tenuto conto poi che il Nicaragua non presenta nemmeno un pericolo diretto per gli Usa in caso di un aggravamento della crisi e di un suo collasso, visto che gli eventuali migranti si riverserebbero, come già sta in parte avvenendo, sui confinanti Costa Rica e Honduras. Il primo meta di un fenomeno migratorio che dura da anni.

Pochi paesi a livello internazionale hanno, comunque, dato credito alle assicurazioni di Ortega che ha giurato che il suo governo non ha alcuna relazione con i gruppi paramilitari accusati di seminare il panico sparando ad altezza uomo, intimidendo perfino i preti e i vescovi che danno rifugio ai manifestanti nelle chiese. Difficile poi poter credere, come ha affermato Daniel nell’intervista, che il paese sia incamminato verso la normalizzazione, quando i blocchi stradali hanno tagliato in varie parti il Nicaragua, che è ben lungi dall’essere pacificato.

Con la sua intervista a Fox News il presidente Ortega ha rifiutato categoricamente le soluzioni che gli sono venute dal tavolo di mediazione, sostenendo che un suo ritiro dal potere prima della scadenza naturale nel 2021 potrebbe addirittura peggiorare la situazione del paese. Costituendo un “fattore d’instabilità, peggiore perfino in queste condizioni”.

La decisione di blindarsi rimane, quindi, la via obbligata dell’orteguismo per riperpetuarsi al potere, essendogli preclusa ogni possibilità reale di rinunciare ai caratteri autoritari originari dello stesso sandinismo degli anni Ottanta. Di cui quello rappresentato oggi da Daniel Ortega e Rosario Murillo, sarebbe solo un’evoluzione degenerativa. Questa è l’analisi che mesi addietro fece il politologo nicaraguense Fernando Bárcenas, per il quale l’orteguismo è una categoria politica che trae la sua origine dal carattere burocratico del sandinismo, dove fin dai primi tempi si formò un gruppo ristretto che stava al di sopra della società e si considerava fonte di diritto.

E che oggi pare essere confermata dalla realtà politica drammatica che vive il paese, dove la figura del presidente, grazie all’intervento di Rosario Murillo, in questi anni si è andata arricchendo di caratteri messianici acuendo i suoi aspetti autoritari, che fanno coincidere inevitabilmente la sua parabola con il somozismo. Tanto che nelle piazze del piccolo Nicaragua lo slogan più citato è in queste settimane “Ortega y Somoza son la misma cosa”.

Un’evoluzione impensabile di un esperimento che aveva suscitato speranze libertarie in tutto il mondo, contenente fin dall’inizio quei germi che gli avrebbero fatto chiudere la parabola in una forma di governo per combattere la quale era nato: la dittatura. 

Proteste contro accuse di frodi elettorali e per motivi ambientali, come quella contro il mega progetto di canale che dovrebbe tagliare in due il Nicaragua e permettergli di far concorrenza a Panama, Ortega le ha già vissute. Mai esse hanno raggiunto, però, la profondità e il carattere di sfida alle autorità come quelle che si sono scatenate dal 18 aprile in poi. E ciò ha colto di sorpresa il governo, che inizialmente non ha capito che esse preludevano a qualcosa di più del voler mettere fine a una riforma del welfare, ma mettevano direttamente in discussione il diritto di Ortega a continuare.

Allora la risposta del governo fu di usare forze paramilitari per stroncare le proteste, con l’avallo della polizia cui veniva imposto di girare la testa. Uno scenario che si è ripetuto anche dal 18 aprile scorso in poi, ma che, anziché portare alla fine delle manifestazioni, ha prodotto un impensabile salto di qualità nella protesta, che le ha attribuito un carattere squisitamente politico di attacco diretto alla coppia presidenziale. 

Se Ortega nelle scorse settimane ha invitato la Comisión Interamericana de Derechos Humanos (Cidh) e l’Oea a far visita in Nicaragua, ciò è avvenuto sotto pressione internazionale, mentre al tavolo di mediazione coordinato dalla Chiesa ha sempre respinto ogni proposta, accusando di golpismo gli stessi vescovi che chiedevano le elezioni anticipate. Dimostrando ancora una volta che le sue intenzioni di negoziazione non erano serie, ma solo un diversivo per prendere tempo.

Con l’andare del tempo, ciò gli è costato l’appoggio di una delle associazioni imprenditoriali più forti del paese, passata all’opposizione e confluita in Alianza Cívica por la Justicia y la Democracia, alleata dei manifestanti. La quale prima costituiva, assieme alla Chiesa, il pilastro su cui Ortega ha basato i suoi dieci e più anni di potere.

Se l’opposizione che si riconosce in Alianza Cívica ha fin da subito reso pubblici gli obiettivi che comprendono elezioni anticipate e rinuncia di Ortega e di Murillo a ripresentarsi, essa ha saputo raccogliere nelle sue fila esponenti di varie tendenze che, oltre alla destra, comprende anche ex sandinisti che vorrebbero un ritorno ai valori degli inizi. Tutti uniti nel rifiuto deciso a Ortega, ma tutti incerti su quale futuro dare in seguito al paese.

Forse è anche per questo che Daniel, di fronte a un’opposizione che gli sa dire solo no, utilizza l’arma dell’instabilità in cui il paese potrebbe precipitare dopo la sua uscita di scena. L’ha fatto ammiccando a Trump nell’intervista a Fox News, ma senza grandi risultati. Mettendo a nudo oltre che le proprie, anche le debolezze politiche di un’opposizione tenuta assieme solo dalla battaglia contro di lui.

Un’opposizione che avrebbe tutto da guadagnare se solo sapesse fare un passo avanti, e tracciare una via di uscita per il dopo Ortega, che non si fermasse alla sua rinuncia necessaria, ma che indicasse anche una via di transizione per il suo superamento e un nome su cui tutti tatticamente confluire.

Può certo essere di qualche aiuto il messaggio che proviene ai nicaraguensi da organismi internazionali come l’Onu, che la settimana passata ha condannato la violenza. E l’azione condotta dal gruppo di paesi latinoamericani che hanno isolato il governo di Ortega.

Tutte azioni che possono mettere le basi per una soluzione del rompicapo nicaraguense attraverso le pressioni internazionali.

Quanto all’appoggio di cui gode a livello internazionale, Ortega può contare su quello della residua sinistra latinoamericana, rinnovato recentemente all’Avana dai partecipanti al Foro di São Paulo – in testa i governi di Cuba, Venezuela e Bolivia – che ha condannato i gruppi terroristi e la destra golpista. I quali vogliono solo abbattere Daniel, che non a caso ha già sfoderato il solito repertorio che si usa in questi casi, e ha denunciato l’attacco subito dall’impero.

Di certo si tratta di un’immagine pallida di quello che era la sinistra latinoamericana solo qualche tempo fa, rappresentata da paesi che versano in crisi politico-economiche, come il Venezuela, o in cui lo scontro politico per la presidenza, come la Bolivia di Evo Morales che vuole nonostante tutto ripresentarsi, crea frizioni interne il cui futuro sviluppo è difficile valutare.

A questi da dicembre si potrebbe aggiungere, pare indirettamente, come osservava Jorge G. Castañeda sul New York Times del 26 luglio, il nuovo governo di López Obrador (Amlo) in Messico, il cui prossimo ministro degli esteri Marcelo Ebrard ha dichiarato che discutere di Nicaragua e Venezuela nell’ambito dell’Oea è come interferire nei loro affari interni. 

Se questa sarà la posizione di Amlo anche dopo il suo insediamento, essa costituirà una novità nella politica rispetto ai precedenti governi messicani che hanno sempre sostenuto i diritti umani, soprattutto quando violati in paesi con governi di sinistra. E costituirebbe un abbandono del gruppetto di paesi latinoamericani che stanno cercando di dare una soluzione alle varie crisi regionali, oltre che un respiro alla lunga agonia di Daniel Ortega.

Leonardo Boff, padre della teologia della Liberazione e presidente del Centro di difesa dei diritti umani di Petrópolis in Brasile, l’ha accusato solo pochi giorni fa “di perseguitare, sequestrare e assassinare i propri compatrioti”. Andando per ultimo ad aggiungersi alle infinite denunce che sono provenute dalle coscienze limpide e critiche di Ernesto Cardenal, di Sergio Ramírez, di Gioconda Belli, di tanti altri, e dei tantissimi giovani che con la loro lotta e col loro sangue stanno ridando al loro paese la dignità smarrita a lungo. 

Daniel Ortega. Triste, solitario y final ultima modifica: 2018-07-27T19:07:29+00:00 da CLAUDIO MADRICARDO

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